L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 15 aprile 2020

La dittatura è solo mancanza di libertà

Il fantasma della libertà/2


Roma, 14 aprile 2020

In attesa di sapere se è vera o meno la notizia per cui un decreto legge può abolire gli articoli della Costituzione (no, non lo è), mi sorprendo a vivere sentimenti che prima non capivo. 
Nei libri di Manuel Vázquez Montalbán, a esempio, l’annusapatte Pepe Carvalho, reduce dal Franchismo, ha una reazione di rigetto solo a sentir parlare di polizia e commissariati. Dopo un mese circa di trattamento (assai blando, ovviamente) comincio, almeno io, a lentamente comprenderlo. Il controllo minuzioso abbinato alla propaganda totale, intensiva, onnicomprensiva, alla fine, sfianca. I rovistamenti polizieschi (documenti, identità, tragitto, motivazioni) sono, come detto, la parte leggera ancorché profondamente urtante. Ciò che logora davvero è l’atmosfera, continua, del sospetto. Si è ingenerato un microclima in cui ci si guarda continuamente le spalle e ogni passante pare un delatore intabarrato. Ma perché si ha paura se tutte le carte detenute sono in regola? Ma, obietto, le carte non saranno mai più in regola. Mai più. 
Tale affermazione ora non la si gusta a pieno. Proseguendo di tale passo essa diverrà, forse, merce comune anche alle intelligenze più recalcitranti. Ex falso sequitur quodlibet: ho citato spesso tale locuzione a proposito dei nuovi cretini. Se vengono abolite la logica e il principio di non contraddizione, sdoganando il falso, allora tutto è possibile. Allo stesso modo se accettiamo che un decreto legge possa, di fatto, fare premio sulle fonti primarie del diritto allora tutto è possibile. Non voglio evocare derive dittatoriali poiché qui siamo già in piena dittatura. Non inganni il termine; consideriamo il nudo concetto. Il dictator romano veniva nominato in seduta notturna, dai consoli e dal Senato. Una carica straordinaria, non assimilabile a nessun altra, che prevaleva sulle magistrature ordinarie. Il dictator assommava in sé poteri civili e militari, senza collegialità; era, inoltre, insindacabile rispetto alla deliberazione popolare della provocatio. La nomina avveniva in casi estremi, in periodi emergenziali vien da dire, quali guerre o sedizioni. L’ultimo dittatore fu Caio Giulio Cesare. Con Cesare la dittatura da eccezionale si mutò in ordinaria tanto che negli ultimi cinque anni di vita la detenne continuativamente. La congiura venne originata proprio da tale stato d’eccezione ritenuto inaccettabile da qualche sognatore. L’eccezionalità aveva, infatti, inferto ferite profonde alla normazione repubblicana: il figlio adottivo di Cesare, Ottaviano, inaugurò, di fatto, l’Impero.

All’inizio è sempre l’emergenza: i barbari alle porte, Spartaco, la peste, le rivolte contadine; poi, con l’infrollirsi dei costumi, e l’allontanamento dalla gestione della cosa pubblica del corpo popolare (compresa, ci tengo a dirlo, la difesa militare dei confini da parte dei cittadini stessi), si trova comodo delegare furiosamente, sempre e comunque. E si arriva alla dittatura. La dittatura non è Pinochet e nemmeno Attila. È solo mancanza di libertà. E noi ci siamo ampiamente. Noi siamo liberi solo in questo: possiamo votare. Si potrebbe riscrivere la Costituzione corredandola d’un solo articolo: siete liberi di apporre uno sbrego di matita copiativa sulla carta elettorale. Ogni tanto. Sul resto si deleghi. Mi piacerebbe conoscere un costituzionalista che neghi questo stato di cose. Se lo nega è perché lui, il costituzionalista intendo, non vive più tra noi. La burocrazia dei concorsi pubblici, dell’amministrazione spicciola, della giustizia spicciola, dei centri per l’impiego, la burocrazia fiscale; le norme che regolano i contratti con le multinazionali, i contrattini di lavoro: qualcuno di voi ha l’impressione di libertà? Quando affermate, durante la giornata, la vostra libertà?

Poiché non siete liberi di far nulla sono riusciti a ingigantire a dismisura il dibattito partitico sino a farvi credere che le manfrine parlamentari siano assolutamente decisive; e voi, che potete determinare col voto l’entità dei partiti che escogitano manfrine sempre nuove, i più decisivi di tutti. In realtà ciò su cui ci si accapiglia è spesso minutaglia. Gli argomenti più scottanti sono ad personam; in tal maniera l’elettore uterino si schiera inevitabilmente, per tifo, l’uno contro l’altro, confidando non nella propria idea di Stato o di Patria, ma in quella che perfetti sconosciuti dovrebbero garantirgli in un futuro imprecisato. Non si dice: voglio questo; bensì: voterò X che, a quanto risulta dalle gazzette, opererà, come promesso, la tal cosa assicurando la vittoria sugli altri, i nemici. Il corpo elettorale è, quindi, degenerato in tifoseria; si esulta non per la vittoria, ma per la sconfitta dell’odiato nemico come un supporter romanista o milanista può godere d'una disfatta laziale o interista.

I partitici, dal canto loro, questo anelano. Per quanto possa risultare semplicistico o banale, l’esperienza non superficiale che ognuno di noi ha maturato nell’ambiente della cosiddetta politica conferma a pieno che un qualsiasi figuro, dai deputati ai senatori, dai regionali ai provinciali ai comunali, è lì per i voti. E basta. E l’elettore è lì per cosa? Per dargli proprio quei voti che per lui rappresentano, in una democrazia pallida e ormai degenerata sin alla putrefazione, l’unico sfogo dei sentimenti naturali di libertà e giustizia.
Tutti, e dico tutti, si preoccupano di farsi votare, di far votare il proprio partito. C'è solo una cosa che li preoccupa più di questo: il voto in senso lato. Un politicante di sinistra, insomma, vuole che si voti a sinistra e, quindi, la propria persona. E, tuttavia, gli sembra addirittura più importante il voto tout court. Perché se nessuno vota o si perde interesse al voto o più non si confida nel voto quale fonte di libertà e democrazia, allora l'intero castello di carte rischia di crollare al minimo refolo di vento.
Per questo i generici quanto martellanti appelli al voto risultano più decisivi di quelli parziali, elettoralistici.
La democrazia è implosa nel voto liberale, peraltro ampiamente inquinato da potentati propagandistici e menzogne assortite. E, in tale frangente, in cui ogni scoglio salvifico è sommerso dall’alta marea, l’unico appiglio nella disperazione è la speranza del voto! Cioé la speranza in niente. 
Tutto il dibattito su coronavirus e libertà civili (quelle autentiche) avrà, alla fine della fiera, un solo sbocco: votare a favore o sfavore di qualche associazione di privati: di un qualche partito. Questo la dice lunga sul grado di effettiva libertà di cui si gode. Comunità, corporazioni, scuola, università, sindacato, rappresentanze culturali: nel breve volgere di pochi decenni è stato tutto annientato. Solo il voto ci resta: ci resta nulla, quindi. 
A pensare che dovremo passare dei mesi a vedere tribune politiche di semianalfabeti mi viene il voltastomaco. Eppure andrà così. Il numero decide. E la maggioranza vuole votare, non vuole la libertà.
I diritti, quindi, diverranno qualcosa di volubile, sempre meno ancorati alla tradizione giuridica, ormai messa a dura prova dallo shock. I diritti andranno e verranno, come la luce d'una lampadina durante una bufera. Non vi sarà più un porto sicuro in cui poter affermare: è così, il sì è sì, il no è no. Vi diranno: a volte è così, a volte no; talvolta sì, con cautela, altre forse no, ma non è detto. Come le cifre e i rimedi del virus: cangianti, fluttuanti, terroristici e suasivi, speranzosi e ineluttabili. 
In ogni caso, vi diranno: siete liberi. Liberi di votare.

Un porto sicuro però esiste. La casa, poiché quella sarà il nostro universo futuro. E il supermercato. Il supermercato, coi reparti rettilinei e irreali, che illudono d'un ordine inesistente, pare assurto a zona franca dove ritrovare, finalmente, la serenità. La celeberrima metafora di George Romero assume, in questi mesi, una coloritura inusitata. Invece che in chiesa i malfattori qui si rifugiano, al riparo dagli strali dell’occhiuta polizia sanitaria. Parcheggiata l'auto, il cittadino si sente più sollevato. Lì non lo raggiungeranno avvertenze, intimazioni, raccomandazioni: è salvo. Mai avrebbe immaginato che le cataste di pizze surgelate o le piramidi di pomidori pelati avrebbero rappresentato il baluardo della propria intimità civica. Eppure è così.

D'altra parte ci aspettano tempi di sovversione, mai visti: tempi al contrario. Gli assassini escono dai tribunali tra i plausi della folla, si defeca comodamente seduti in salotto, ci si abbuffa nei cessi.
I più avvertiti, invece, si lamentano d'una o due formichine negli interstizi del battiscopa; intanto un elefante rosa a pallini verdi barrisce nella loro camera.

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