L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 26 aprile 2020

La Germania vuole portare avanti il più possibile il Progetto Criminale dell'Euro al cui interno c'è anche la vendita delle merce e servizi tedeschi all'estero con l'euro un marco svalutato

Pino Arlacchi all'Antidiplomatico: "Un Piano B prima che la finanza predatoria colpisca l'Italia"


"Conte e gli altri dovrebbero gettare sul piatto il carico da 90: l’ uscita dall’ Eurozona."

Intervista a Pino Arlacchi, ex Vice Segretario Onu

Professore, come commenta l’ accordo del Consiglio Europeo dell’ altro ieri che ratifica le conclusioni dell’ Eurogruppo del 9 Aprile ed apre, secondo giornali e Governo italiano, al cosiddetto Recovery Fund?

Mi sembra difficile definirlo un successo. Conte ha ragione quando dice che il fatto stesso di mettere in agenda un possibile impegno dell’UE a finanziare uno sforzo comune è un passo avanti impensabile rispetto ai tempi dell’ austerità. Ma il parametro giusto, la domanda giusta da porsi, è se si tratta di uno strumento adeguato ad affrontare una crisi di questa portata. E tutto quello che ci ritroviamo è una serie di impegni nel campo del virtuale: un aumento del budget dell’ Unione dall’ 1,2 al 2% del PIL di ciascun Stato membro per 2 o 3 anni, ottenuto non con soldi reali ma sotto forma di garanzie. 
Sul tavolo ci sono in tutto 250-300 miliardi di euro, pari all’ 0,6% del PIL dei 27 Stati. Una cifra pressochè ridicola. Parte di questa somma dovrebbe riaffluire ai singoli membri sotto forma di grant (fondo perduto) o di prestiti. La Commissione intende poi far lievitare, tramite lo stesso effetto leva del famigerato piano Junker, la quota dei prestiti fino all’ effetto “titoli da prima pagina” desiderato: I 1500, 2000 e più miliardi euro che esistono solo nelle fantasie dei gonzi che ci credono.

Italia, Spagna e Francia sconfitte, allora?

Finora sì. Anche sulla tempistica. Come si fa ad accettare il rimbalzo della palla alla Commissione fra due settimane, e l’ avvio del Fondo vero e proprio al 2021? C’è il rischio di ritrovarsi con l’ operazione riuscita e con il paziente morto. E non capisco perché i tre maggiori paesi dell’ Unione dopo la Germania non si decidano a fare un reale fronte comune. Conte e Macron hanno le idee chiare, e Conte sembra avere anche la determinazione necessaria per fare a meno dell’ Eurozona se sull’ altro piatto della bilancia c’è la catastrofe di un’ Italia a meno 15% del PIL alla fine dell’ anno. Macron è più volubile perché è un uomo dei mercati finanziari, e un francese che si accontenta del grandiloquio invece dell’ azione. Ma di fronte alla catastrofe non può che allinearsi sulle posizioni italiane e spagnole.

Un blocco mediterraneo, allora, proposta dall’ Italia, che proponga un piano B?

Non vedo altra via di uscita, prima che la crisi si avviti e futuri governo sovranisti ci facciano uscire dall’ euro e forse anche dall’Unione Europea. Togliendoci lo scudo che ci protegge dall’ assalto della finanza predatoria, diventata iperpotente perchè è finita col coincidere con quelli che vengono chiamati “mercati finanziari”.
Un accordo tra i paesi dell’ Europa del Sud che decidano di formare un blocco anche nel consiglio direttivo della BCE – dove si vota a maggioranza di due terzi e non all’ unanimità come nelle istituzioni UE - obbligandola a sterilizzare il debito dei membri dell’ eurozona da essa detenuto, e ad inaugurare un trasferimento illimitato e diretto di fondi a cittadini ed imprese.

Ma i trattati non proibiscono alla BCE di finanziare gli Stati? 

Certo che lo proibiscono. Ma non proibiscono affatto alla BCE di mettere soldi direttamente nelle tasche di cittadini ed imprese. Senza indebitare nessuno. E’ questa la via maestra che dovrebbero imboccare Conte, Sanchez ed altri leader non integrati negli schemi mentali e negli interessi del capitale finanziario che ancora spadroneggiano nelle istituzioni europee. Ho proposto per primo, più di un mese fa, questa linea. Che è condivisa tra l'altro da alcuni tra i più autorevoli economisti, e che alcuni governi extra-europei hanno iniziato a mettere in pratica. I sudditi della grande finanza non amano una BCE che crea denaro e lo distribuisce senza intermediazioni perché questa pratica taglia fuori le banche private, beneficia solo l’ economia reale e riduce le turbolenze e gli spread di cui si cibano i predatori. 

La finanza predatoria è davvero così forte? Riesce davvero a controllare l’ andamento dei mercati finanziari globali?

Le dico solo questo. Siamo in mezzo alla più profonda crisi della storia del capitalismo. Le borse mondiali hanno perso metà del loro valore da febbraio in poi, con una velocità superiore al crollo del 1987 e con un effetto-paura superiore a quello dell’ 11 settembre 2001. Ebbene, dall'inizio di Aprile ad oggi si è verificato dentro le stesse piazze un incredibile rimbalzo del 24%, totalmente sconnesso dall'economia reale. 
Improvvisa ondata di fiducia nella V della ripresa? No. I padroni di Wall Street hanno semplicemente deciso di cavalcare sui 14 trilioni di dollari che le banche centrali stanno immettendo nel sistema per tentare di salvarlo. Hedge funds, banche d’affari e fondi investimento hanno accumulato tonnellate di denaro puntando sul rialzo. Rifacendosi in parte delle perdite pregresse. E pronti a lucrare sul viaggio di ritorno, scommettendo al ribasso quando l’ inevitabile discesa dei valori dei titoli riprenderà il suo corso. 

Sono allora in grado di colpire una valuta forte come l’ euro?

Lo hanno già fatto, e con successo. E stanno tentando di rifarlo. La loro idea è di ripetere su scala allargata, con l’ Italia, ciò che hanno fatto alla Grecia pochi anni fa. Ma il rischio stavolta è davvero enorme. Se riescono a far crollare l’ Italia e farla uscire o cacciare dall’Eurozona, è quest’ultima che crolla assieme al nostro paese. I tedeschi non vogliono questo esito. Non vogliono arrivare fino a questo punto perché intendono continuare ad avvantaggiarsi di un marco svalutato, cioè l’ euro. Ma sono pronti a portare il gioco molto avanti, in sintonia con la congrega finanziaria, facendo pagare ancora più cara all'Italia (ed agli altri Stati membri più indebitati) la polizza di assicurazione che abbiamo sottoscritto incautamente a Maastricht venti anni fa.

Ci sono ancora margini?

Ci sono sempre margini in un gioco così complesso. Conte e gli altri dovrebbero gettare sul piatto il carico da 90: l’ uscita dall’Eurozona. Hanno iniziato a farlo, ma in modo allusivo, con le dichiarazioni del tipo “faremo da soli se non dimostrate sufficiente solidarietà”. Ma le minacce, per essere efficaci, devono essere credibili.

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