L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 2 aprile 2020

La risposta della Russia ai Defender Europe 2020, alle sanzioni è netta e precisa, con il sottinteso implicito dell'Arabia Saudita è iniziata la lotta al fracking statunitense

Il grande gioco petrolifero. Intervista a Demostenes Floros: "Non sono gli Usa ma la Russia a tenere il dito sul grilletto"


Un mondo con il prezzo del petrolio a 20 dollari al barile apre interrogativi geopolitici ed economici di difficile risposta. La telefonata di domenica tra il presidente degli Stati Uniti al collega russo Vladimir Putin, la prossima riunione Opec + dell’8 giugno, la guerra dei prezzi (reale o simulata?) tra Mosca e Riad, il rischio collasso di interi popoli i cui paesi vivono principalmente dell’esportazione del greggio. Sono tanti gli interrogativi di quella che Alberto Negri in un recente articolo su il Manifesto ha definito “la guerra del petrolio”. “In palio, c’è la leadership del mercato dell’energia, non solo quello del petrolio, ma anche del gas naturale dove la Russia domina le forniture in Europa sia direttamente che con l’hub della Turchia di Erdogan. Ecco perché la battaglia ha risvolti strategici formidabili: si tratta anche di influenzare gli eventi in una vasta area dal Mediterraneo, al Medio Oriente, al Nordafrica. Ma anche lo zar potrebbe ripensarci: il gioco al ribasso può diventare una partita mortale”, scrive Negri.

Qualora la situazione attuale dei prezzi del petrolio dovesse perdurare, quindi, gli effetti geopolitici, ma anche finanziari considerando i possibili fallimenti a catena delle aziende dello shale oil statunitense, potrebbero essere devastanti. "A differenza della crisi di 5 anni fa, nel caso in cui gli Stati Uniti uscissero dall’attuale crisi avendo subito una significativa distruzione del proprio capitale produttivo, difficilmente potranno ricrearlo negli anni a venire". Dichiara all'AntiDiplomatico Demostenes Floros*, Senior Energy Economist presso il CER-Centro Europa Ricerche, con cui abbiamo avuto una lunga chiacchierata per delineare bene tutte le variabili in gioco in questo grande gioco petrolifero che era in corso e la pandemia economica ha solo accelerato.

In una recente intervista a Sissi Bellomo su Il Sole 24 ore, Paolo Scaroni - a capo in passato di Eni e Enel e oggi deputy chairman della banca Rothschild - sosteneva come il “grilletto” lo avessero in mano gli Stati Uniti. Con Washington che “sarebbe stata pronta a tutto pur di risollevare i prezzi del petrolio”. Perché?

Perché questa crisi è di tali dimensioni e potrebbe durare così a lungo (parliamo almeno di mesi) che esiste il rischio concreto che una parte significativa della produzione Usa venga – definitivamente – meno. Prima della crisi, gli Stati Uniti consumavano circa 20 milioni b/g e ne producevano all’incirca 13 milioni b/g, di cui quasi due terzi grazie alla tecnica rivoluzionaria del cosiddetto fracking (o più correttamente, tight oil e shale gas). In primo luogo, è doveroso precisare che il limite principale del fracking – questione ambientale a parte di non poco conto, anzi – attiene la produzione ovvero, la velocità di esaurimento dei pozzi. La produzione cosiddetta convenzionale infatti ha un tasso di sfruttamento medio del pozzo del 5% annuo. Il fracking invece ha una media compresa tra il 50% e l’85% quindi, i frackers statunitensi e canadesi devono continuamente perforare nuovi pozzi al fine di mantenere per lo meno costante la produzione. Detto ciò, è corretto affermare che i costi di produzione si aggirano attorno ai 45-50 $/b (trattasi di una media infatti, si arriva fino a 60-65 $/b e chi riesce, una minoranza, a 30-35 $/b).
L’attuale crollo del prezzo del barile mette in grandissima difficoltà tutto il settore energetico Usa quindi, anche l’estrazione di gas naturale che è un by-product del petrolio cioè, quest’ultima è ottenibile in virtù dell’estrazione di “oro nero” che permette – tecnicamente, ma anche finanziariamente – di sostenere quella del cosiddetto “oro blu”.
Ai limiti insiti nella produzione e al crollo dei prezzi si aggiunge il l’imponente indebitamento delle società operanti nel fracking le quali, nel recente passato, hanno ottenuto corposi finanziamenti dalle banche che ora devono restituire. Nonostante anni di incrementi della produzione, queste società non hanno quasi mai prodotto un cash flow positivo, se non in rarissimi casi. Nei fatti, è come se avessero prodotto a debito! Nell’ultimo decennio, l’output Usa è aumentato in maniera impressionante dopo essere costantemente diminuito dal 1971 al 2008. Dopodiché, in coincidenza della presidenza Obama, la produzione a stelle e strisce ha subito una repentina inversione di tendenza, sia per quanto attiene il petrolio, sia il gas naturale.
Attualmente, la situazione è nuovamente mutata e temo che nel corso del 2020, decine di piccole e medie società Nord-Americane operanti nell’oil & gas faranno ricorso al cosiddetto Chapter 11 cioè, alla procedura fallimentare, esattamente come avvenne 5 anni orsono. Infatti, a seguito del crollo dei prezzi del barile avvenuta nel triennio 2014-2016, la produzione di greggio Usa diminuì da 9.627.000 b/g di aprile 2015, fino al minimo di 8.428.000 b/g del 1° luglio 2016 e diverse centinaia di produttori uscirono dal mercato o furono assorbiti. Più precisamente, seguì un forte processo di concentrazione e centralizzazione del capitale nel settore del fracking e, nel contempo, un significativo incremento della produttività con diminuzione dei costi per coloro i quali erano invece riusciti a superare la crisi.
Non a caso, la produzione Usa riprese ad aumentare anche perché indirettamente favorita dalla nascita, a fine 2016, dell’Opec plus – l’alleanza russo-saudita in ambito energetico – i cui accordi volti alla riduzione dell’offerta, oltre a risollevare parzialmente il prezzo del barile, nei fatti, determinava la cessione di fette di mercato proprio in favore dei frackers. Come era ampiamente prevedibile, questa contraddizione sarebbe, prima o poi, venuta al pettine. Di fatto, il 5-6 marzo scorso, i russi non hanno più accettato gli ulteriori tagli proposti loro dall’Opec mentre i sauditi non hanno ritenuto opportuno prolungare per l’intero 2020 i tagli in vigore, i quali sono scaduti il 31 marzo 2020). A differenza della crisi di 5 anni fa, nel caso in cui gli Stati Uniti uscissero dall’attuale crisi avendo subito una significativa distruzione del proprio capitale produttivo, difficilmente potranno ricrearlo negli anni a venire.

E’ vero che attualmente gli Usa sono i leader della produzione di gas e petrolio e puntano al predominio energetico?

Da un’analisi squisitamente quantitativa dei dati, emerge che gli USA sono attualmente i leader della produzione di petrolio e gas naturale, ma ritengo che difficilmente potranno puntare al predominio energetico, anche nel caso in cui il fracking mantenesse una forte capacità estrattiva dopo la crisi. E’ bene precisare infatti che gli Stati Uniti sono dipendenti dall’estero non solo per il greggio (la voce più importante di ciò che chiamiamo petrolio), ma anche per altre materie prime.
Secondo i dati forniti dal BP Statistical Review 2019, l’ultimo a nostra disposizione, essi hanno avuto una dipendenza dall’estero dell’8,3% nel 2018 – senza dubbio, in forte calo rispetto al 20% del 2013 proprio in virtù della tecnica estrattiva del fracking – e siamo in attesa, a breve, dei dati del 2019 che però non terranno conto degli attuali sconvolgimenti.
Nel caso in cui il settore del fracking uscisse ridimensionato dall’attuale crisi – come anche la stessa Goldman Sachs ha iniziato ad ipotizzare – il trend futuro della dipendenza Usa potrebbe anch’esso subire una nuova inversione di tendenza con conseguente aumento delle importazioni di materie prime. Senza dubbio, ciò avrà un’immediata ripercussione soprattutto, nella politica estera degli Stati Uniti di cui l’energia ha sempre rappresentato una punta di lancio (non solo per gli USA, a dire il vero). Al contrario degli Stati Uniti d’America, la Federazione Russa è invece un esportatore netto di energia per un ammontare analogo al totale dei propri consumi di energia primaria. Trattasi di un aspetto qualitativo molto importante che in una certa misura riporta alle giuste proporzioni la vulgata comune secondo la quale gli Usa sarebbero prossimi all’autosufficienza energetica, leader dei mercati dell’oil & gas, nonché prossimi ad esportare in tutto il mondo le loro “molecole di libertà” proprio grazie al fracking.

Sissi Bellomo in un recente articolo su il Sole 24 ore e nell’intervista fatta al Sole 24 ore sostiene che siamo di fronte ad una guerra tra russi e sauditi con gli Usa solo spettatori: è proprio così?

Temo che non sia esattamente così. Senza dubbio, i rapporti tra la Federazione Russa e l’Arabia Saudita non sono ad oggi dei migliori, ma è più importante capire come siamo giunti a questa situazione.
Come spiegavo in precedenza, dall’inizio del 2017 in poi, ogni qual volta che russi e sauditi hanno cercato di sostenere i prezzi nell’ambito del neonato Opec plus, nei fatti, riducevano le loro quote di mercato in favore dei frackers Usa che, così facendo, lucravano sulle azioni congiunte di produttori Opec e non-Opec. Quindi, gli Usa non sono stati affatto semplici spettatori nel mercato petrolifero.
In realtà, più che parlare di “guerra dei prezzi” tra russi e sauditi, a me pare una guerra al fracking. I russi – ben prima che la pandemia scoppiasse – mal tolleravano questa situazione che lo stesso Igor Sechin, CEO di Rosneft, aveva ripetutamente evidenziato come inaccettabile e destabilizzante per il mercato dell’energia durante i suoi interventi annuali al Forum Eurasiatico di Verona. A mio avviso, il governo russo ha agito con grande intelligenza e pazienza, incrementando il totale delle riserve estere del paese a 563 miliardi di dollari, di cui 123 del National Wealth Fund, un Fondo di Investimento o, più semplicemente un salvadanaio, riempito grazie ai proventi derivanti dalla rendita petrolifera e gasiera, dal quale attingere nei momenti di crisi (lo Stato sociale russo è sostenibile con un prezzo del barile pari a 41.80 $/b, calcolato al cambio di 75 rubli per 1 dollaro). Nei fatti, quando la domanda di petrolio riprenderà a crescere, anche i sauditi potranno riconquistare quote di mercato in precedenza perse in favore degli Usa. Per questo motivo, ritengo che nei prossimi mesi, se non prima visto il drammatico calo dei consumi, la Federazione Russa e l’Arabia Saudita riprenderanno l’intesa momentaneamente sospesa. Anzi, non escludo che siano proprio gli Stati Uniti d’America a chiedere a quest’ultimi di sedersi attorno a un tavolo nel tentativo – disperato – di riequilibrare il mercato, con l’obiettivo di salvare almeno una parte delle proprie major operanti nel non convenzionale.
La telefonata di Donald Trump a Vladimir Putin di lunedì 30 marzo potrebbe essere un primo passo in questa direzione. Detto ciò, all’interno dell’establishment USA non tutti condividono la necessità di giungere ad un coordinamento tra i produttori mondiali e non solo per motivazioni ideologiche. Non dimentichiamoci infatti che siamo a pochi mesi dalle elezioni presidenziali e un accordo con l’orso russo potrebbe essere strumentalizzato da più parti, come insegnano le precedenti elezioni.

Proprio a tal riguardo, si parla di un asse degli Stati Uniti con i sauditi e forse anche con la Russia. Nella già citata intervista al Sole 24 ore Paolo Scaroni sostiene come sia Washington “ad vere il dito sul grilletto”. E’ d’accordo?

La mia impressione invece è che siano gli Stati Uniti ad avere la pistola puntata alla tempia. Non escludo inoltre, che le dita sul grilletto siano due: il primo dito è sicuramente a Mosca. Il secondo, se esiste, è probabilmente a Riad. E’ la Russia che tiene le redini del gioco soprattutto, dopo la vittoria militare in Siria che ha rappresentato la precondizione per la nascita dell’Opec plus.

Puoi dirci qualcosa di più in merito all'atteggiamento dei sauditi i quali, ad oggi, si sono rifiutati di accettare le richieste provenienti dalla Casa Bianca in merito alla necessità di non aumentare l’output dopo il 31 marzo?

Nonostante il profondo legame che unisce Usa e Arabia Saudita nel campo dell’energia e, a filo doppio, in quello militare, potrebbe esserci un altro aspetto che, in parte, potrebbe spiegarci la riottosità dei sauditi nell’acconsentire alle richieste dello storico alleato. Facciamo un piccolo passo indietro: esattamente, all’8 maggio 2018. In tale data, Trump si ritirò dall’accordo sul nucleare iraniano e impose sanzioni all’acquisto di greggio dell’Iran a partire dal 5 novembre 2018. I prezzi iniziarono ad aumentare e il presidente Usa, conscio che da lì a poco si sarebbero tenute le elezioni di mid term (metà mandato), chiese esplicitamente ai sauditi di allentare i tagli allora in vigore, aumentando la produzione onde rallentare la crescita dei prezzi (il Brent giungerà infatti a superare gli 80 $/b nel mese di ottobre 2018). I sauditi acconsentirono. Purtroppo per loro, a ridosso del 5 novembre, Trump concesse una serie di esenzioni all’acquisto di greggio iraniano ai principali acquirenti di Teheran: Cina e India in particolare, ma anche Giappone, Corea del Sud, Italia, Grecia e Turchia (ahimè, Italia e Grecia, nonostante le esenzioni, decisero di interrompere sin da subito le forniture di greggio iraniano, al contrario di Erdogan, per non indispettire gli Stati Uniti d’America). Ebbene, questa situazione, determinò un nuovo eccesso di offerta nel mercato con immediato crollo dei prezzi del barile nel corso degli ultimi due mesi dell’anno. I sauditi furono costretti a ritornare al tavolo delle trattative con i russi (dicembre 2018), tagliano nuovamente l’output onde risollevare i prezzi. Temo che a Riad non abbiano ancora digerito del tutto l’episodio!
Detto ciò, nonostante i sauditi abbiano dei costi di produzione bassissimi (anche sotto i 10$/b), essi hanno comunque un disperato bisogno di prezzi più alti rispetto a quelli attuali, visto che il loro break-even price (pareggio di bilancio fiscale) è oltre gli 82 $/b. Inoltre, se il Fondo sovrano saudita ammontava a oltre 720 miliardi di dollari nel 2014 attualmente, esso ammonta a 320 miliardi di dollari e si ipotizza che il deficit di bilancio dell’anno corrente potrebbe oltrepassare i 60 miliardi di dollari. Nei fatti, credo che si potrà uscire da questa situazione solamente se la Russia deciderà di sedersi al tavolo delle trattative insieme a sauditi e americani.

La Russia acconsentirà? Se sì, cosa chiederà in cambio?

Se avessi l’onere e l’onore di consigliare il governo di Putin, suggerirei loro di sedersi al tavolo, chiedendo però in cambio la fine delle sanzioni. Più precisamente, individuerei una sorta di road map (piano d’azione) da implementare in tempi relativamente brevi. Ad ogni riduzione congiunta dell’output (onde aumentare/ridurre le estrazioni, la produzione convenzionale richiede tempi più lunghi rispetto a quella non convenzionale soprattutto, se il contesto climatico è quello della Siberia) di Opec plus e Usa, deve seguire la fine di un certo numero di sanzioni sino alla loro completa cancellazione. E’ necessario discuterne il prima possibile. Infatti, ad aprile, si stima che la domanda mondiale diminuirà di 20 milioni b/g. Un dato del genere non si è mai registrato, nemmeno durante la crisi del 1929. Quindi, ritengo che sarebbe molto pericoloso attendere l’incontro Opec plus in programma a giugno 2020. Urge coordinare i tre principali produttori al mondo, i quali estraevano oltre 35 milioni b/g dei 100 milioni b/g totali precedenti lo scoppio della crisi. Sia chiaro, quand’anche ciò avvenisse, ritengo che i prezzi potrebbero risollevarsi, ma difficilmente andrebbero oltre i 35 $/b.

Considerazione finale. Sissi Bellomo scrive come gli Stati Uniti “paese simbolo del capitalismo e libero mercato” stia operando in una situazione contraria ai principi in cui si basano gli Usa. Che ne pensa?

A dire il vero, per chi è “ancora” legato alle categorie interpretative usate da Antonio Gramsci non lo è per nulla, anzi. Di fatto, il rivoluzionario sardo, nei Quaderni dal Carcere non a caso definiva il liberismo “come programma politico e regolamentazione di Stato”. Mi preme però evidenziare un altro aspetto che mi pare non sia affatto chiaro soprattutto, a chi opera nel settore dell’energia.
Premesso che il covid 19 ha rappresentato la parte “esteriore”, l’iskra (scintilla) di una crisi che era già presente nel sistema economico, chi opera nei mercati dell’energia potrà tentare di riportare in equilibrio produzione e domanda solo se la ricerca scientifica riuscirà frattanto a dare delle risposte risolutive e auspicabilmente, in tempi brevi, alla crisi in atto. Ritengo infatti che mai come in questo momento, sia necessario passare da una logica concorrenziale a una cooperativa, dal profitto privato al reddito pubblico, dalla competizione alla programmazione, se non al piano, come hanno messo in luce da illustri economisti a partire dal Prof. Emiliano Brancaccio. Nei fatti, urge che tutti i laboratori e gli istituti di ricerca del mondo uniscano le loro forze e i loro sforzi, mettendo in comune le loro conoscenze, al fine di sconfiggere la pandemia. A dire il vero, nulla che non fosse già stato scritto a chiare lettere nella Costituzione della Repubblica italiana (art. 41/44).

* Demostenes Floros, analista geopolitico ed economico, è docente a contratto presso il Master in Relazioni Internazionali Italia-Russia dell’Università di Bologna Alma Mater, oltre ad essere responsabile e docente dell’ottavo corso di Geopolitica istituito presso l’Università Aperta di Imola (Bologna). Ha collaborato con Abo www.abo.net e la rivista WE-World Energy editi da ENI e con il sito www.limesonline.com e la rivista di geopolitica Limes. Inoltre, tra le sue collaborazioni: Energy International Risk Assessment EIRA, Blue Fuel, www.oilprice.com. Dal 2019, è Senior Energy Economist presso il CER-Centro Europa Ricerche, www.centroeuroparicerche.it/

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