L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 26 aprile 2020

Niente fake news ma dibattito privo di ideologismo preconfezionato

INTERVENTI
Monetizzare nell'Europa al bivio

di Paolo Liberati* e Massimo Paradiso**
20 aprile 2020

(MasterSergeant - stock.adobe.com)

Tutto fuorché la moneta. Così potrebbe sintetizzarsi un dibattito che finora è ridda di voci sugli strumenti per affrontare la crisi in atto, e che ha prodotto una singolare dicotomia di posizioni con riferimento ai 35 miliardi per la sanità previsti dal MES: chi lo critica è sovranista; europeo, invece, chi lo vuole. Così facendo si falsa la realtà, che è altrove. Laddove sia possibile percepire il senso di quello che sta accadendo, infatti, si ricorre massicciamente alla monetizzazione del debito. Cioè alla moneta come espressione del patto sociale che lega i cittadini allo Stato in un rapporto di fiducia, e che può (e deve) anche consentire allo Stato di agire sottraendosi al condizionamento del mercato.

La Banca d'Inghilterra ha accordato al Tesoro il finanziamento diretto delle necessità di spesa, impedendo che lo Stato – per il finanziamento della spesa pubblica – dipenda dal mercato, almeno fino a quando non sarà cessata l'emergenza pandemica, e probabilmente ben oltre. Nulla di nuovo in sé, se non per i rilevanti importi previsti, per ora 200 miliardi di sterline. Già durante la crisi del 2009, infatti, analoghe operazioni furono compiute dalla Banca d'Inghilterra. In quegli anni, nel Regno Unito – non certo per indisciplina fiscale – il rapporto tra debito e Pil è passato da poco meno del 40% nel 2006 all'80% nel 2013, con la quota di debito pubblico detenuta dalla Banca d'Inghilterra cresciuta fino a ¼ del totale. Con la certezza che la banca non avrebbe usato il debito posseduto per condurre attacchi speculativi al governo inglese.

Negli Stati Uniti, la Fed ha recentemente annunciato che l'acquisto di titoli di Stato, inizialmente stabilito in 500 miliardi di dollari, sarà esteso senza limiti. Contemporaneamente, sta approntando modalità di prestito dirette ai livelli di governo diversi da quello federale per ulteriori 500 miliardi di dollari (la Municipal Liquidity Facility). Così la Fed aumenterà la quota di debito pubblico detenuta, che prima della crisi superava già l'11% del totale e che va a sommarsi alla quota del 27% percento detenuta dalle agenzie governative (fondi di sicurezza sociale e pensionistici federali).

Per tacere poi del Giappone, con un rapporto tra debito pubblico e Pil attualmente pari a circa il 250%. Sarebbe da chiedersi, se ragionassimo con i parametri europei, come sia possibile che il Giappone riesca a collocare sul mercato titoli decennali con un rendimento praticamente nullo (0,015%) e un titolo quarantennale a tassi irrisori (0,48%) in corrispondenza di un così elevato debito pubblico. La risposta è semplice: circa il 70% dei titoli di stato sono detenuti dalla banca centrale giapponese; il resto è in banche giapponesi e altre istituzioni nazionali, con l'effetto di isolare i rendimenti dei titoli da ciò che accade nel mercato globale, e di evitare qualsiasi tentazione speculativa.

In Europa tutto questo non è consentito, ma neanche sarebbe del tutto impossibile. L'art. 123 del Trattato di Funzionamento dell'Unione Europea (TFUE), vieta alla BCE l'acquisto diretto di titoli di debito pubblico emessi dagli stati membri. Con la preminente finalità di evitare effetti sull'inflazione, che in Europa rimane ben al di sotto dell'obiettivo del 2%, rafforzando l'euro a vantaggio surrettizio delle esportazioni tedesche, attualmente il paese con il più elevato avanzo commerciale al mondo. La BCE non può dunque monetizzare i debiti degli stati, acquistando titoli sul mercato primario. Ma è possibile il quantitative easing, come è noto ora attivato per 750 miliardi. Questo strumento consente di contenere lo spread, ma non impedisce la crescita dei rapporti tra debito e Pil dei singoli stati. Cosicché, quando il tempo della crisi sarà passato, bisognerà fare i conti con i vincoli tornati stringenti e con le politiche di austerità per ridurre il rapporto tra debito e Pil. A quel punto davvero si crede che la soluzione del problema, dopo 30 anni di avanzi primari, sia che l'Italia possa continuare sulla stessa linea per almeno altri 30 anni senza compromettere sviluppo, crescita e protezione sociale?

Intanto il 5 maggio prossimo la corte costituzionale tedesca si pronuncerà sulla legittimità del quantitative easing (e anche di altri strumenti); qualora si perdesse il sostegno della Germania, si aprirebbe la strada alla dissoluzione dell'Europa. A scadenze consecutive tra aprile e l'autunno di quest'anno, inoltre, si avranno anche le valutazioni delle società di rating. Per almeno una di queste i nostri titoli di Stato sono appena un gradino sopra la definizione di “junk bond”, con la conseguenza che, a seguito di un declassamento, gli investitori istituzionali non potrebbero più detenere titoli italiani nel portafoglio. E anche la stessa BCE potrebbe avere problemi a farlo, se il declassamento si estendesse ad altre agenzie. Ma anche se il declassamento fosse tale da mantenerci ancora nell'area non a rischio, i mercati lo percepirebbero comunque come un segno di debolezza in una prospettiva di medio termine. Potrebbero quindi aumentare il volume delle vendite sul mercato, determinando un aumento del tasso di interesse delle nuove emissioni, pur in presenza di interventi della BCE.

Nel corrente favore per il MES, che si considera nella sua versione sanitaria non diverso dagli Eurobond, si trascura tutto questo. Si trascura anche che nella riforma del suo Trattato istitutivo, recentemente proposta e non ancora approvata, il MES potrebbe essere autorizzato a seguire e valutare la situazione macroeconomica e finanziaria degli Stati membri, compresa la sostenibilità del debito pubblico, a prescindere dalle esplicite richieste di sostegno dei singoli Stati. D'altra parte il MES è, e rimane, uno strumento al quale sono destinati a rivolgersi i singoli paesi che non possono più ricorrere al mercato per finanziare il loro indebitamento. C'è quindi da chiedersi – se è vero che MES ed Eurobond sono la stessa cosa – come mai alcuni paesi europei non si facciano convincere ad emettere i secondi, mentre l'Italia dovrebbe convincersi della bontà di usare il primo.

L'alternativa è allora piuttosto evidente ma totalmente ignorata (si veda ad esempio la proposta già avanzata il 27 marzo scorso da Giavazzi e Tabellini su lavoce.info). Sarebbe necessario emettere bond europei, finalizzati all'emergenza. L'emissione di Eurobond, anche a lunga scadenza, potrebbe essere acquistata dalla BCE, forse anche sul mercato primario senza violare la lettera del richiamato art. 123 del TFUE. È quanto di più vicino alla monetizzazione del debito l'Europa possa fare, ma non lo fa, perché – si dice – nessun governo in Germania o in Olanda potrebbe convincere i suoi cittadini a sostenere il debito altrui. Una buona motivazione e narrazione politica, purché non la si faccia passare anche per economica. Con gli Eurobond non si mette in comune il debito, nel senso che qualcuno dovrà ripagare i debiti altrui finora contratti; si tratta semmai di consentire agli stati membri di ottenere moneta senza gravare sui rapporti nazionali tra debito e Pil, così da non compromettere la capacità dei singoli stati di uscire dalla crisi, di consentire loro di salvaguardare il sistema produttivo e i lavoratori, e di non distruggere la fondamentale base di raccolta del gettito tributario, che è la ricchezza nazionale.

Nel medio periodo, sarebbe la stessa BCE a decidere il piano di rientro da questi acquisti, neutralizzando pressioni speculative. Così nei fatti, e almeno nell'emergenza, l'Euro cesserebbe di essere una moneta senza Stato, sia pure entro limiti ben definiti. Il che è forse troppo da pretendere in questa Europa e nella urgente necessità di risorse finanziarie.

Tanto è che anche nei riguardi del piano di investimenti pubblici, finanziato dal Recovery Fund proposto dai francesi e sostenuto da una dozzina di paesi inclusa l'Italia, si è subito sollevata l'opposizione dei nord europei all'emissione di Eurobond per il suo finanziamento. Eppure si tratta di un fondo che agisce sul coordinamento europeo nell'indirizzare risorse entro la strategia industriale e ambientale già presentata dall'Unione e che si finanzierebbe, almeno nella sua versione originaria, con obbligazioni garantite dagli stati membri.

Ancora una volta, è proprio questa possibilità di condivisione di un debito comune ad agitare gli istinti politici, quelli olandesi in prima fila. Si tratta di un sovranismo dissimulato nella difesa di vincoli inadeguati, uguale e solo apparentemente contrario a quello nostrano e non solo. Si dovrà affrontarlo. Facendo giustizia dell'insufficienza degli strumenti messi in campo finora. Sarebbe un vero nuovo inizio per un'Europa ora al bivio.

*Università Roma Tre
**Università di Bari

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