L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 22 aprile 2020

NoMes - Conte è solidale con la Spagna ma disonesto traditore nei confronti degli italiani

Conte dirà sì al Mes con una bugia

23 aprile 2020


Le parole del premier Giuseppe Conte in Parlamento sul Mes commentate da Daniele Capezzone sul quotidiano La Verità

(estratto di un articolo di Daniele Capezzone pubblicato sul quotidiano La Verità fondato e diretto da Maurizio Belpietro)

Lo facciamo per gli altri, in primo luogo per la Spagna. E’ questa la pietosa bugia con cui Giuseppe Conte si è presentato alle Camere per giustificare la capitolazione sul Mes, che prenderà corpo domani al Consiglio Europeo. E non stupisce il fatto che, avendo scelto un argomento così fragile, il premier si sia sottratto al voto di una risoluzione: la sua maggioranza si sarebbe lacerata. E allora Palazzo Chigi ha preferito percorrere la strada del fatto compiuto. Il cedimento ci sarà, comunque infiocchettato, e anche i grillini non potranno fare altro che prenderne atto a posteriori.

A rendere la beffa ancora più amara, va segnalata la premessa di Conte sulla “necessità di coinvolgere appieno il Parlamento”. Tanto voleva coinvolgerlo, che non l’ha fatto votare, proprio per avere mani libere e trattare con Bruxelles senza alcun mandato.

Sul merito dell’ormai aricinoto “pacchetto“ Ue, Conte ha ripetuto la consueta giaculatoria, citando, prima di venire al Mes, il piano Bei, il piano Sure, e l’ipotesi di un Recovery Fund. E su quest’ultimo punto, quasi confessando, ha chiosato: “Sarà il tema centrale del Consiglio Europeo”. Con ciò ammettendo implicitamente che su tutto il resto il consenso di massima c’è già.

Quanto al Mes, Conte ha annotato che “si è alimentato un dibattito che rischia di dividere l’Italia in opposte tifoserie”. Il premier ha aggiunto che “insieme ad altri otto paesi, l’Italia ha lanciato una sfida ambiziosa all’Europa, invitandola a introdurre nuovi strumenti. Alcuni di questi paesi hanno dichiarato da subito, penso alla Spagna, di essere interessati al Mes, purché non abbia le rigide condizionalità applicate in altre circostanze. Rifiutare la nuova linea di credito significherebbe fare un torto ai paesi che intendono usufruirne”. Così, in un mix tra gaffe e mezza bugia, Conte ha usato la Spagna come alibi e scudo.

Salvo però mettere le mani avanti. Infatti Conte, dopo aver evocato l’ipotesi che il cosiddetto Mes sanitario non abbia condizioni, ha poi dovuto aggiungere: “Per capire se effettivamente sarà così, bisognerà però attendere l’elaborazione dei documenti relativi ai termini di finanziamento. Mi attendo ulteriori chiare prese di posizione, e siamo disponibili a lavorare con i paesi interessati a questa nuova linea di credito affinché, anche in sede regolamentare, non siano introdotte condizionalità, macro-economiche o più specifiche”. E ancora: “Bisognerà valutare attentamente i dettagli dell’accordo. Solo allora potremo valutare se questa nuova linea di credito pone condizioni, e quali, e solo allora potremo discutere se può essere o meno conforme all’interesse nazionale. Ritengo che questa discussione debba avvenire in modo pubblico, dinanzi al Parlamento, al quale spetterà l’ultima parola”. Insomma, quasi una graziosa concessione, quella di un voto parlamentare finale, dopo averne negato uno iniziale di indirizzo.

La dura realtà è che Conte ha già detto politicamente sì, ma senza aver ottenuto in cambio nulla di stringente in termini giuridici: il trattato Mes resta quello, il famigerato punto 16 della Dichiarazione dell’Eurogruppo anche, come pure il regolamento 472 del 2013 che consente aggravamenti successivi degli oneri imposti ai paesi.

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