L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 18 aprile 2020

Ormai solo i politici euroimbecilli possono ancora credere a Euroimbecilandia

Il sogno europeo condannato a morte dall’Eurogruppo

di coniarerivolta
12 aprile 2020 


“Amarti m’affatica, mi svuota dentro”. Dovrebbe essere questo il ritornello che da anni riecheggia negli animi di migliaia di elettori di sinistra, impegnati nella costruzione del sogno europeo. Un sogno a cui la realtà, e non il virus, ha in questi giorni inferto il colpo finale. Chi ha seriamente la volontà di spostare le condizioni di vita delle classi subalterne su un sentiero di progresso e uguaglianza non può che prendere atto di come la miseria delle scelte politiche di queste ore, ed in particolare le recenti risultanze dell’Eurogruppo, sia certificata dal marchio CE. Un Eurogruppo che è stato chiamato a pronunciarsi, vale la pena ricordarlo, in un contesto sanitario, quello della Covid-19, che neanche la generazione che ha vissuto l’ultimo conflitto mondiale aveva mai visto, con ormai 50mila morti in Europa, di cui 20mila solo in Italia.

Alla questione sanitaria però, con sempre più cogenza, si stanno affiancando le questioni economiche e sociali. Questioni che, per definizione, sono questioni politiche, e che pertanto non possono prescindere dal contesto istituzionale, quello dell’Unione Europea, nel quale ci troviamo ad agire, e che oggi più che mai ci impone di fare i conti con la storia. Il progetto europeo, infatti, ha radici profonde, e si sostanzia quasi subito come un progetto di unione monetaria. Questo processo, che fino all'inizio degli anni ’80 aveva visto l’opposizione delle sinistre italiane, è l’unica gamba di un soggetto volutamente zoppo. In barba a tutti i rapporti specialistici che suggerivano di avviare la fase di unificazione partendo dalla politica fiscale (tra cui il Rapporto Werner, un report della Commissione Europea del 1977 e il Rapporto Delors), le classi dominanti e i loro rappresentati politici hanno scientemente sviluppato la sola unione monetaria.

Questo esito, tuttavia, non è un risultato casuale, non è un errore di valutazione, né il deragliamento di un treno che viaggiava verso la solidarietà tra i popoli e la giustizia sociale. Come se non fossero bastati i milioni di disoccupati, dinamiche salariali stagnanti e la distruzione dello stato sociale, gli ultimi eventi certificano quale sia la progettualità politica implicita nell’Unione europea: un costrutto nato e sviluppato per favorire la lotta di classe dall’alto verso il basso a suon di rigore e disciplina fiscale, in una cornice di competizione tra economie incentrata sulla deflazione salariale. Niente di più lontano dall'Europa dei popoli che qualcuno benevolmente sognava.

La pandemia da Coronavirus, un fatto fortuito, un incidente della realtà, poteva rappresentare un’occasione per smentire anche i più scettici sulla bontà del progetto europeo. Un imprevisto, quello della Covid, che sta portando molti Paesi, specialmente quelli del sud europeo, a fronteggiare l’emergenza sanitaria ed economica attraverso l’aumento della spesa pubblica per risolvere questioni di urgenza drammatica.

Di fronte a questa impellenza, di fronte a questa necessità di mettere in campo risorse per salvare vite umane e posti di lavoro, Germania, Austria e Paesi Bassi stanno mostrando le carte. Nessuna possibilità di finanziare questa emergenza nel modo apparentemente meno dannoso per i Paesi più danneggiati, ossia attraverso titoli di debito comuni quali i Covidbond. Poche, se non nessuna, possibilità per i Paesi più colpiti, Italia in primis, di emettere titoli del debito pubblico e di collocarli sul mercato: con una banca centrale che non perde occasione per lasciar scatenare la speculazione, lo spauracchio dello spread sarebbe dietro l’angolo. Ovviamente, la decisione di lasciare i Paesi in balìa della pandemia e della recessione è tutta politica. Una decisione che certifica che il sogno europeo è finito, sfiancato da decenni di politiche reazionarie e seppellito dalla risposta indecorosa data alla pandemia. Una non risposta che, quando tutto questo sarà alle spalle, comporterà l’aumento della disoccupazione e il peggioramento della situazione sociale nei Paesi meridionali.

Le drammatiche scelte di questi giorni, quelle non risposte che, qualora ce ne fosse ancora bisogno, certificano l’inesistenza del sogno europeo, sono riassunte nell’esito dell’Eurogruppo, la riunione dei Ministri dell’Economia dei Paesi dell’area euro che si è conclusa nella notte tra il 9 e il 10 aprile scorso. Cosa è davvero stato deciso?

L’Eurogruppo ha indicato i tre strumenti che, nel breve termine, dovrebbero far fronte all’emergenza derivante dall’epidemia di Covid-19: il rafforzamento dell’azione della Banca Europea degli Investimenti (BEI), la creazione di un nuovo fondo per la cassa integrazione e altre misure di sostegno a chi perde un lavoro (SURE), ed una particolare modalità di attivazione del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES).

Le fanfare delle istituzioni hanno annunciato la messa a disposizione di un mare di denaro, addirittura più di 1000 miliardi di euro, 1040 per l’esattezza. Tanto per cominciare, però, circa 500 miliardi sarebbero quelli di un Recovery Fund, un fondo per il finanziamento di un “piano di ripresa” post-emergenza. Peccato che queste risorse non stiano scritte da nessuna parte nel documento prodotto dall’Eurogruppo e non esistano, sebbene vengano aggiunte surrettiziamente dalla propaganda ignobile dei portaborse dei poteri dominanti. Restano circa 540 miliardi di euro, cifra raggiunta sommando 200 miliardi di prestiti della Banca Europea degli Investimenti (BEI), 100 miliardi del fondo SURE e 240 miliardi del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES). Come vedremo, si tratta anche qui di pura propaganda che serve a nascondere un intervento finanziario assolutamente inadeguato alla gravità della situazione.

I 200 miliardi di prestiti della BEI sono una mera previsione, la stima di quello che potrebbe accadere se piccole e medie imprese – ovvero i destinatari della misura – vi ricorressero per tamponare le perdite subite. Quel denaro non esiste ancora, e gli Stati si sono limitati a stanziare 25 miliardi di euro a garanzia del fondo rivolto alle imprese in difficoltà che, nelle migliori delle ipotesi, attiveranno 200 miliardi di credito privato. In pratica la BEI, che in quanto banca presta e non regala denaro, si aspetta, con quei 25 miliardi, di riuscire a coprire le perdite derivanti dal mancato rimborso dei prestiti da parte delle imprese. Lo scopo del fondo è quindi quello di facilitare l’accesso al credito delle imprese, le quali dovranno sperare di tornare a vendere e fatturare, quando riapriranno i battenti, per onorare quel debito. Dovranno, dunque, sperare che dopo l’emergenza non ci sia una recessione, per evitare di continuare a registrare perdite mentre pende su di loro la spada di Damocle del creditore.

Il fondo SURE si dovrà occupare di finanziare la cassa integrazione e altre misure di sostegno a chi ha perso il lavoro nei Paesi colpiti dalla pandemia. In questo caso, si tratta di un’attivazione del debito pubblico che, tuttavia, è assolutamente insufficiente. I dettagli mostrano come lo sbandierato intervento solidaristico non sia che una strategia falsa e menzognera: mentre l’art. 5 della proposta di istituzione del SURE redatta dalla Commissione Europea fissa in 100 miliardi l’ammontare massimo erogabile dal fondo, l’art. 9 specifica che “l’ammontare fornito dall’Unione annualmente non può eccedere il 10% dell’ammontare previsto dall’art. 5”. Insomma, fuori dagli arzigogoli della burocrazia europea, il SURE prevede 10 miliardi all’anno da dividere tra tutti i Paesi membri. Poco meno di briciole se si considera che, in ‘normali’ tempi pre-pandemia, la sola Italia dedicava a questa tipologia di spese poco meno di 30 miliardi all’anno e che il già gravemente insufficiente Cura Italia stanzia circa 9 miliardi per coprire il fabbisogno di 9 settimane.

Possiamo tirare le prime somme: dei 300 miliardi propagandati, ad ora sul piatto ci sono 10 miliardi di SURE per quest’anno e i 25 messi a disposizione da un meccanismo di creazione di debito privato che rischia di schiantarsi contro l’imminente recessione.

Non resta che il MES. Esso, nel suo assetto attuale, può agire attraverso due diversi strumenti. Il primo è l’accensione di un prestito per Paesi già in crisi che, tuttavia, devono sottoscrivere un Memorandum, impegnandosi ad attuare una serie di misure di austerità e di riforme strutturali. Il secondo è l’attivazione di linee di credito precauzionale, che prevedono una condizionalità limitata ai soli settori dell’economia ritenuti a rischio, e che porta con sé una sorveglianza rafforzata: i creditori (ossia, le istituzioni europee), monitorano costantemente e nel dettaglio l’evoluzione dei principali parametri economici e finanziari del Paese per verificare che questo continui a trovarsi solo sull’orlo della crisi e non in una situazione peggiore. La distinzione tra i prestiti e le linee di credito precauzionale è esattamente questa: solo ai Paesi considerati finanziariamente solidi è concesso di attingere alle risorse del MES senza passare per le forche caudine della più rigida condizionalità. Se stai male devi chiedere un prestito, quindi per avere accesso alle linee di credito precauzionali devi dimostrare di stare bene.

L’Eurogruppo ha proposto una nuova forma di accesso alle linee di credito, per stanziare 240 miliardi derivanti dal vecchio ‘fondo salva-Stati’, istituito durante la crisi dei debiti sovrani. Tale novità consisterebbe nella possibilità di accedere al credito senza neppure dover sottostare a quella ‘minima’ condizionalità prevista dalle linee di credito. Ogni Stato membro potrà chiedere l’accesso alle linee di credito per un ammontare pari al 2% del proprio PIL (nel caso dell’Italia si tratterebbe di circa 36 miliardi) con un unico vincolo: dimostrare che quelle risorse siano effettivamente destinate a finanziare la spesa sanitaria necessaria a fronteggiare l’epidemia. Da qui l’idea che l’Eurogruppo abbia varato un MES “senza condizionalità”, mettendo a disposizione dei Paesi risorse fresche senza il ricatto dell’austerità.

L’inganno, in quest’ultimo caso, è tutto concentrato sulla nozione di condizionalità. Per condizionalità si possono intendere molte cose. Fino ad ora, l’Europa ha conosciuto la forma più dura di condizionalità, quella che hanno sperimentato Grecia, Irlanda e Portogallo quando hanno fatto ricorso al prestito del MES sottoscrivendo il famigerato Memorandum: una serie di misure di austerità aggiuntive, in ogni settore dell’economia (dal mercato del lavoro alle privatizzazioni, dalle pensioni alle liberalizzazioni), rispetto all’ordinaria disciplina fiscale che viene imposta a tutti i Paesi europei dal Fiscal Compact. Il fatto che l’Eurogruppo abbia escluso questo scenario apocalittico significa che il nuovo accesso al MES sarebbe incondizionato? La risposta è evidentemente negativa: il credito concesso dal MES sarebbe comunque condizionato al rispetto della cornice ordinaria di disciplina fiscale fissata dal Fiscal Compact, il che basta a sottoporre il Paese al ricatto del debito.

Questa volta, però, il ricatto potrebbe prendere altre forme, se vogliamo ancora più cogenti e subdole. Ogni anno, puntualmente, l’Italia si trova con una situazione di finanza pubblica peggiore di quella promessa alle istituzioni europee nell’ambito degli obiettivi di disciplina fiscale. Ogni anno, dunque, si discute della possibilità che il Paese incorra in una procedura d’infrazione delle regole europee che, per essere evitata, conduce a una lunga e farraginosa fase di negoziazione politica entro cui si contrattano margini di flessibilità nell’interpretazione degli stringenti vincoli fiscali. Margini che verrebbero meno se si facesse ricorso al MES. Una violazione del perimetro degli obiettivi di finanza pubblica, infatti, significherebbe la perdita delle precondizioni per mantenere l’accesso alle linee di credito precauzionali. L’interruzione del credito fornirebbe ai mercati finanziari un segnale inequivocabile: si può attaccare il Paese, stritolandolo nei tentacoli della speculazione fino alla capitolazione, fatta di tutta l’austerità che le istituzioni europee riterranno necessaria per poter concedere di nuovo un salvagente.

Se dunque sulla carta è vero che non esistono condizionalità aggiuntive a quelle che stiamo sperimentando da trent’anni a questa parte, è vero che rivolgersi al MES limiterebbe ancora di più i già risicati spazi per effettuare manovre di politica economica. Una volta legati al MES, infatti, saremo costretti a fare quello che non abbiamo mai fatto: rispettare le mortali regole di bilancio alla lettera. In caso contrario, il MES sospenderebbe la disponibilità della linea di credito precauzionale, con effetti facilmente prevedibili: spread alle stelle, costo del debito fuori controllo e instabilità finanziaria. La cosiddetta “condizionalità leggera” del nuovo MES rappresenta dunque l’ultima frontiera del ricatto del debito.

Insomma, il documento di sintesi dei lavori dell’Eurogruppo ci dimostra, plasticamente, che nessuna solidarietà è prevista nella cornice dell’Unione europea. Se ci fosse ancora qualche dubbio, le dinamiche in atto in questi giorni difficili e senza precedenti sono la fulgida rappresentazione della fine del sogno dell’Europa dei popoli, mentre l’unica Europa che esiste, e che non è riformabile nemmeno in tempi di pandemia, è quella in cui una crisi non è altro che un’opportunità imperdibile per infliggere un ulteriore colpo a coloro che si trovano dalla parte sbagliata della storia.

Il velo è caduto. L’illusione di un’Europa solidale si è palesata come tale. L’esito dell’Eurogruppo ha mostrato la faccia più dura della realtà: in questa architettura istituzionale non vi è spazio per solidarietà e per qualsiasi forma di mutualismo tra gli Stati. Anche di fronte alla drammaticità delle settimane che stiamo vivendo, l’austerità non si interrompe e non cede il passo. Se questa drammatica pandemia ci sta insegnando qualcosa è che la gabbia dell’Unione Europea è incompatibile con la giustizia sociale e con la difesa della salute pubblica, impedisce di tirarsi fuori dalle sabbie mobili della recessione e della disoccupazione e impone il ricatto del debito come arma di disciplina sociale. Rompere la gabbia è un pre-requisito necessario per iniziare a immaginare un’alternativa.

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