L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 22 aprile 2020

per non parlare del fatto che la Bce dovrebbe fare il lavoro di banca centrale prestatore di ultima istanza, ma certi giornalisti lo dimenticano chiaramente in cattiva fede, anche questo è creare una narrazione basata su fake news

EMERGENZA UE/ Panetta e la soluzione pro-Italia che si scontra con palazzo Chigi

Pubblicazione: 22.04.2020 - Paolo Annoni

Un intervento di Fabio Panetta, membro del board della Bce, sembra rappresentare la soluzione ideale per i problemi dell’Italia e dell’Europa

Fabio Panetta (Lapresse)

Sul sito della Bce, rilanciato dagli account social ufficiali, ieri è comparso un contributo di Fabio Panetta, membro del comitato esecutivo della banca centrale. È un intervento che ci sembra si inserisca nel dibattito iniziato da Mario Draghi qualche settimana fa dalle colonne del Financial Times. Secondo Panetta, sarebbe nell’interesse dell’Europa una “forte e simmetrica risposta fiscale” che controbilanci gli effetti del coronavirus sull’economia.

La parola chiave, “simmetrica”, viene meglio specificato nel contributo. Si chiede in sostanza che le misure economiche non tengano conto della situazione di partenza dei diversi Paesi, in particolare, immaginiamo, del rapporto debito/Pil. Per Panetta la risposta fiscale dovrebbe essere proporzionata alla grandezza dello shock, non dovrebbe peggiorare la frammentazione dentro l’Europa e non dovrebbe compromettere il mercato unico europeo; le imprese dovrebbero essere messe in grado di sopravvivere indipendentemente da dove siano collocate all’interno dell’eurozona. Questo ultimo punto è evidentemente di importanza capitale. Se la risposta in Europa fosse asimmetrica come, aggiungiamo noi, nel 2008 e poi nel 2011/2012, si avrebbe una grande frammentazione sia economica, sia, ci dice ancora Panetta, politica.

I mezzi andrebbero dal Mes a nuovi strumenti; in ogni caso, un’adeguata risposta europea “faciliterebbe l’implementazione” dei programmi della Bce. Una volta che l’emergenza è finita, conclude Panetta, i Paesi dovrebbero affrontare i propri problemi di competitività e di sostenibilità di lungo termine. “Più la risposta è veloce, più i Paesi saranno nella posizione di affrontare quei problemi”.

È inutile precisare che questo programma sia fatto su misura per l’Italia. In sostanza, si chiede all’Europa, nel suo stesso interesse, di dimenticarsi durante questa crisi di quello che è successo prima, dei problemi strutturali e dei debiti, e di fare i conti dopo quando la crisi sarà finita. Per conti si intendono i riferimenti ai problemi di competitività e di debito. È tutto ovviamente sensatissimo, ma c’è un ma grosso come una casa. Il problema è chi garantisce in Europa che i soldi messi sull’Italia dimenticando i suoi molti problemi non diventino una scusa non solo per non fare nulla, ma per riconsegnare a crisi finita un’Italia ancora più problematica nel medio lungo termine. Volendo estremizzare: il ragionamento di Panetta difficilmente è contestabile in linea teorica, ma “cade” agli occhi degli europei sull’inaffidabilità dell’Italia e della sua classe politica, dagli 80 euro al reddito di cittadinanza con tutto quello che c’è in mezzo. Chi ci si assicura in sostanza che gli italiani poi facciano i “conti” con i loro problemi di sostenibilità e di competitività? (solo dei veri cultori dell'euroimbecillità quando parlano di debito pubblico non tengono conto dei risparmi e della bilancia commerciali, che nel caso dell'Italia l'insieme di questi tre fattori la posizione molto ma molto meglio delle cicale francesi e tedesche)

La questione è “immanente”. L’Europa oggi dovrebbe fidarsi di Conte, Gualtieri e Di Maio. Il ministro dell’Economia passerà alla storia per le stime di “qualche punto di Pil” di calo di un mese fa; il ministro degli Esteri ci ha reso l’unico Paese del G7, inclusi Germania e Francia, a non aver avuto nulla da ridire ufficialmente sulla gestione cinese del virus isolandoci non solo dall’America, ma anche dal resto d’Europa dopo le dichiarazioni di Macron e Merkel.
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Il primo Ministro italiano avrebbe promesso aiuti per centinaia di miliardi di euro, il nostro conto sfiora gli 800, che non esistono né per gli autonomi, né tantomeno per gli imprenditori; stendiamo un velo pietoso sulla comunicazione al Paese che rende i leader francese e tedesco dei giganti della politica europea. Pretendere che qualcuno in Europa o fuori si fidi dell’Italia in questa situazione è evidentemente lunare. I nomi spendibili in Europa che potrebbero aprire delle trattative serie si contano sulle dita di una mano, siamo ottimisti. In realtà, il nome come noto è uno solo e al limite qualche fidatissima persona. Ma di tutto questo, parliamo delle proposte di Draghi e di quelle di Panetta, non ci sarà nessuna traccia con questo Governo, mentre la crisi corre e scava ferite profondissime nel tessuto sociale e economico.

La questione è chiarissima e se è chiara noi, supponiamo, è chiara anche a tutto quello che c’è sotto, sopra e di fianco a questo Governo. Il gioco altrimenti è molto rischioso e molto pericoloso sia per le tasche degli italiani, sia per il collocamento internazionale, europeo e atlantico si spera, dell’Italia. Noi non vorremmo proprio che il cambiamento arrivasse solo dopo il conclamato disastro economico. In quel caso gli unici modi per contenere la rabbia e reggere il sistema sarebbero molto spiacevoli. Per tutti noi ovviamente.

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