L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 14 aprile 2020

Piano di Salvezza Nazionale del 30 marzo 2020. Ora adesso subito

Più tasse e meno soldi, è la soluzione sbagliata. E se la strada per la ricostruzione fosse questa?

A maggio volenti o nolenti finirà la fase 1, quella dell’emergenza e ci sarà da affrontare la fase 2 quella della ricostruzione. Al di là delle idee e dei progetti, fondamentali, per capire che strada seguire, occorreranno almeno 200 miliardi euro. Una strada è quella della imposizione fiscale: patrimoniale, prelievi forzosi ecc. Ma qualunque scelta che porti a più tasse e meno soldi, è la soluzione sbagliata. E se la strada per la ricostruzione fosse questa?
Attingere al risparmio degli italiani

Una strada potrebbe essere quella di attingere al risparmio degli italiani, ma senza una imposizione fiscale che sarebbe digerita malissimo dall’opinione pubblica. Scelta che tra l’altro decreterebbe la fine immediata del Governo Conte 2, aprendo le porte ad un governo di ricostruzione (di Rinascita?) guidato da Mario Draghi.

Il premier Giuseppe Conte lo ha capito benissimo, più tasse e meno soldi è la soluzione sbagliata. Fare leva sul risparmio degli italiani. Come? Con dei titoli di Stato ad hoc creati appositamente per raccogliere fondi per la ricostruzione e con rendimenti più appetibili di quelli sul mercato. Il messaggio sarebbe chiaro: i soldi degli italiani per ricostruire l’Italia.

Ci sarebbe spazio? Le statistiche dicono che sui conti correnti italiani ci sono 1400 miliardi. E rivelano che attualmente solo il 3% delle famiglie nazionali detiene direttamente titoli di Stato. Si potrebbe pensare ad un CTR, un Certificato del Tesoro per la Ricostruzione. Un titolo di Stato con scadenza decennale, o ventennale, con una cedola fissa interessante e una tassazione magari ridotta a zero sul capital gain. Ovviamente stiamo inventando, ma un titolo di Stato ad hoc con queste caratteristiche potrebbe raccogliere 50, 60 forse 100 miliardi. Farebbe leva su un rendimento appetibile e sull’orgoglio tutto nazionale di contribuire alla ricostruzione dell’Italia. Guadagnandoci tutti.

Più tasse e meno soldi, è la soluzione sbagliata

Abbiamo tratteggiato l’idea di un titolo di Stato tricolore, ovvero solo per gli italiani, pensato solamente per la ricostruzione. Ma ci sarebbe un’altra soluzione, quella di ricorre al capitale bancario. In questo modo. Attualmente oltre il 90% dello stock di titoli di Stato italiani sono in mano investitori istituzionali, come fondi di investimento o fondi pensione, banche, assicurazioni, Banca d’Italia. Di questi il 33% è in mani straniere. Il 20% è in mano alle banche.

Quando le banche acquistano una obbligazione governativa di fatto cosa stanno facendo? Prestano soldi allo Stato. Titoli che sono quotati sul mercato e quindi sottoposti al rating e alle manovre della speculazione. Oggetto di possibili attacchi finanziari che attraverso la variazione dello spread ne fa oscillare rendimento e prezzo.

Supponiamo per un attimo che lo Stato invece di emettere obbligazioni sul mercato per finanziarsi decidesse di rivolgersi direttamente al sistema bancario. Immaginiamo che il sistema bancario possa prestare allo Stato 200 miliardi a un tasso fisso di mercato. Soldi che le banche in parte hanno già e che in parte riceveranno direttamente dalla BCE, grazie ai programmi di sostegno alle imprese. Un prestito non è soggetto a rating, non subisce i capricci della speculazione, non rischia il downgrade, non ha uno spread.

L’idea non è la nostra ma di Palo Becchi e di Giovanni Zibordi che riprendono la soluzione adombrata da Mario Draghi nel suo ultimo articolo su Financial Times

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