L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 15 aprile 2020

state tirando troppo la corda - in cinque in 50 metri quadrati...

Non se ne può più

di Leonardo Mazzei
5 aprile 2020

“State in casa”: non se ne può più di questo ritornello. Non se ne può più degli insulsi bollettini delle 18. Non se ne può più della rincorsa a chi è più securitario. Non se ne può più della retorica, men che meno della sostituzione dello Stato con la beneficienza. Non se ne può più.

Ma c’è qualcosa di peggio. La favola secondo cui dopo l’epidemia il mondo sarà migliore, a condizione che adesso facciamo tutti i bravi – state a casa, state a casa, state a casa, amen. Intanto non è vero, il mondo sarà peggiore. Molto peggiore, a meno che i popoli non ritrovino la strada del protagonismo e della ribellione. Meglio, della rivoluzione.

Come non vedere poi, che se “tutto non andrà affatto bene”, parafrasando uno degli slogan più demenziali del momento, lorsignori vorranno che la colpa sia nostra? Tutta la loro comunicazione va a parare sempre lì, su un messaggio di colpevolizzazione. Se le cose andranno bene sarà merito loro e della clausura che ci hanno imposto, se invece andrà male sarà solo colpa nostra che non siamo stati abbastanza a casa.

Nessuna parola invece sulla sofferenza. Lo notava ieri sul Corriere della Sera Massimo Cacciari, che si è detto infuriato del fatto che:

«nessuno premetta “concittadini, sappiamo benissimo che stare a casa per voi è difficile, perché tre quarti di voi stanno in case che non sono precisamente quelle dei nani e ballerini che, dalle tv, vi dicono state a casa”. Invece, tutti a dire “state a casa, che bello stare a casa”. Sì, se hai una casa bella come la mia, può essere anche piacevole, un mese, due mesi. Non per me, ma può essere. Però in cinque in 50 metri quadrati, insomma».

Ma quanto pensano che si possa andare avanti così? Non vedono i milioni di persone messe sul lastrico? Sì che le vedono, ma tirano dritto rimettendosi ai tecnici. Già, i tecnici… Momentaneamente dismessi gli economisti bocconiani (non è più tempo di dotte disquisizioni sugli zerovirgola del deficit) ecco adesso l’allegra schiera degli “esperti” della malattia. “Esperti” che tanto esperti non sono, vista la montagna di contraddizioni in cui sono caduti all’inizio. Adesso, per non sbagliarsi, parlano invece con un’unica voce: state in casa, nessun allentamento, sarà lunga, nulla tornerà come prima, e chi più ne ha più ne metta.

Una settimana fa Matteo Renzi ha messo – giustamente, lo possiamo dire? – il dito nella piaga. Che l’abbia fatto per mania di protagonismo o per ridare un po’ di visibilità al suo partitino non importa, importano invece due cose: che abbia denunciato l’assenza di ogni visione politica sull’uscita dall’emergenza; che abbia riscosso, proprio per questo, una valanga di no.

No di Burioni e Lopalco, ci mancherebbe. No di Calenda, Salvini, Crimi e Grasso, tutti uniti nella lotta. Ma perché no ad ogni invito a ragionare, a progettare, ad immaginare la “riapertura” del Paese? Che politica è quella che sa solo dire “state in casa, state in casa, state in casa”?

Da notare, poi, che questa è la stessa politica (con grosso modo gli stessi politici) che ha tagliato e privatizzato la sanità per decenni, considerando la spesa pubblica un peccato a prescindere. Quella stessa politica (quegli stessi politici) che neppure di fronte al disastro attuale ha trovato il modo di pronunciare una sola parola di autocritica. Stesso discorso per i tecnici e gli scienziatoni, quasi sempre gli stessi che quella politica hanno avallato. Gli stessi che hanno detto e pensato per anni che le malattie infettive erano ormai solo un brutto ricordo del passato.

Un altro esempio dell’attuale dominio del pensiero unico psico-securitario ci è stato dato dalla circolare del Ministero dell’Interno di qualche giorno fa. Un atto interpretativo, per quanto scritto coi piedi, che intendeva concedere una qualche minima apertura sia in materia di uscita dei bambini, che riguardo allo svolgimento dell’attività motoria. Non sia mai! Un minuto dopo la sua pubblicazione tutto il fronte rigorista l’ha gridato all’unisono, come pure il lumbard Fontana e l’incommentabile De Luca (quello dell’uso del bazooka). Sta di fatto che la mattina seguente la ministra Lamorgese ha ordinato il dietrofront. Del resto, se si gioca a chi è più duro, certe teste di legno l’avranno sempre vinta.

Ecco com’è ridotto oggi il Paese. Da una parte l’epidemia, che peraltro le misure di chiusura non sembrano fermare; dall’altra i danni umani e sociali del securitarismo. In mezzo un disastro economico che ancora in pochi sembrano davvero valutare.

Quel che è sconvolgente non sono le incertezze dei politici, e neppure le oscillazioni del mondo scientifico. Queste sono cose comprensibili, perfino in certa misura scusabili. Quel che non si può in alcun modo tollerare – insieme alla criminale sottovalutazione del dramma sociale che si è prodotto con la chiusura – è il clima plumbeo che si è instaurato, la volontà di impedire ogni dibattito, quella di censurare il più piccolo dissenso.

Siamo ormai ad un clima orwelliano. «La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L’ignoranza è forza». State in casa, state in casa, state in casa: fine della discussione.

Consapevoli o no, stanno davvero passando il segno. Non potrà durare a lungo.

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