L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 22 aprile 2020

Togati&istituzioni malate - Le mafie ringraziano

Carceri – Se il coronavirus è causa di strabismo giudiziario

21 aprile 2020 | Filed under: Primo piano | Posted by: Redazione


Che l’infezione da Covid-19 attaccasse i polmoni, causando nei casi più gravi il decesso del paziente, lo sapevamo già. Recentemente si è scoperto che il Covid-19 è malattia sistemica che colpisce l’intero organismo, dal cuore, ai reni, al cervello e anche agli occhi. Quello che non sapevamo ancora, è che potesse causare uno strabismo istituzionale.

Il coronavirus ha riproposto l’eterno problema del sovraffollamento nelle carceri, autentiche bombe ad orologeria, nelle quali il virus provocherebbe una carneficina, per poi dilagare anche all’esterno. Dell’emergenza carceri avevamo già scritto, evidenziando come il ministro Bonafede, determinato a concedere gli arresti domiciliari a chi deve scontare un breve residuo di pena, spesso condizionato alla disponibilità di braccialetti elettronici, sembra aver ceduto più alle ragioni di opportunità politica di non scontentare l’opposizione e l’opinione pubblica, creando un vulnus i cui effetti notiamo giorno dopo giorno, con buona pace della giustizia, del buonsenso e della stessa salvaguardia della salute degli operatori di polizia e dei detenuti.
Bonafede

L’assoluta mancanza di coraggio nell’affrontare un dibattito politico – spesso solo strumentale – ha fatto sì che le decisioni vengano rimesse a una giustizia che definire “stravagante” sarebbe un eccesso di clemenza.

Mentre infatti rimangono in carcere persone che dovrebbero scontare residui di pena anche di pochi anni; mentre rimangono in carcere persone ancora in attesa di processo (innocenti dunque secondo la nostra stessa Costituzione) miracolosamente si aprono le porte delle celle per detenuti che dovrebbero scontare quasi un quarto di secolo per fatti di mafia. Come riporta L’Espresso, infatti, “il giudice di sorveglianza del tribunale di Milano ha concesso gli arresti domiciliari al capomafia di Palermo Francesco Bonura, 78 anni, considerato uno dei boss più influenti, condannato definitivamente per associazione mafiosa a 23 anni”.

La motivazione è legata ai motivi di salute per Bonura, e “siffatta situazione facoltizza” il magistrato “a provvedere con urgenza al differimento dell’esecuzione pena”. Se questa è la scarcerazione più recente, non mancano i precedenti, come nel caso di Antonio De Luca, boss di Casalnuovo, di Rocco Santo Filippone, presunto boss della ‘ndrangheta e imputato nel processo ‘Ndrangheta stragista insieme al boss di Brancaccio Giuseppe Graviano, di Gabriele Defilippi (scarcerato perché positivo), condannato per l’omicidio di Gloria Rosboch, di Pasquale Cristiano, per il quale in primo grado la direzione distrettuale antimafia aveva invocato la condanna all’ergastolo per l’omicidio di Ciro Casone, quando perse la vita anche Vincenzo Ferrante che si trovava in compagnia di Casone, di Vincenzino Iannazzo, ritenuto un boss della ‘ndrangheta, e di altri boss o condannati per gravi fatti di sangue.

Il provvedimento che porta agli arresti domiciliari Francesco Bonura, fa seguito allo stato di emergenza in cui si trovano i penitenziari, che permette la scarcerazione di mafiosi che stanno scontando la condanna e che per legge non possono usufruire di pene alternative. Si tratterebbe di detenuti che superano i 70 anni e che soffrono di una fra le nove patologie indicate dai sanitari dell’amministrazione penitenziaria.


Secondo L’Espresso sarebbero 74 i boss che oggi sono al 41 bis e che potrebbero lasciare il carcere, fra i quali “Leoluca Bagarella, i Bellocco di Rosarno, Pippo Calò, Benedetto Capizzi, Antonino Cinà, Pasquale Condello, Raffaele Cutolo, Carmine Fasciani, Vincenzo Galatolo, Teresa Gallico, Raffaele Ganci, Tommaso Inzerillo, Salvatore Lo Piccolo, Piddu Madonia, Giuseppe Piromalli, Nino Rotolo, Benedetto Santapaola e Benedetto Spera”.

La mancanza di coraggio del ministro Bonafede ha fatto sì che a lasciare gli istituti penitenziari fossero detenuti a 41bis – condannati anche a più decenni di carcere – lasciando dentro diverse migliaia di detenuti (secondo i Radicali, 20.000) che scontano una pena inferiore a tre anni per reati non gravi.

Per carità, la vita di ogni uomo va salvaguardata a prescindere dalle colpe, ma quale giustificazione può esserci dinanzi la decisione di chi valuta chi salvare e chi condannare, mettendo tra questi ultimi coloro che hanno colpe meno gravi?

Il Covid-19 e una politica da un lato pavida, dall’altro populista, hanno causato uno strabismo istituzionale senza precedenti, mettendo in libertà boss di mafia e lasciando marcire in carcere rubagalline e quanti in attesa di giudizio, presunti – e molti, probabili – innocenti.

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