L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 22 aprile 2020

Togati malati - certi magistrati si sono scatenati e liberano 'ndranghetisti a fiotti, mentre i carabinieri cercano di imprigionarli

Coronavirus, mafiosi al 41 bis lasciano il carcere: i boss della ‘ndrangheta sperano

Di Argentino Serraino 
22 Aprile 2020

Diversi capimafia sono tornati a casa per “l’attuale emergenza epidemiologica”. E adesso anche gli appartenenti alla ‘ndrangheta confidano nella pandemia per uscire di cella


Mafiosi detenuti in regime di 41 bis lasciano il carcere a causa del Coronavirus. Sembra assurdo, ma è quello che sta accadendo nelle ultime settimane. Discussioni, dibattiti, sentenze, allarmi lanciati da magistrati, avvocati, politici: tutto annientato dall’emergenza sanitaria. E così, improvvisamente, capimafia detenuti al 41bis – il cosiddetto “carcere duro” – passano ai domiciliari. Un paradosso se si pensa che si tratta di un regime carcerario più severo nato proprio per impedire le comunicazioni con l’esterno, con le rispettive organizzazioni criminali. Invece nei giorni scorsi, come riporta in esclusiva il sito l’Espresso, il giudice di sorveglianza del tribunale di Milano ha concesso gli arresti domiciliari al capomafia di Palermo Francesco Bonura, condannato in via definitiva a 23 anni di carcere e considerato uno dei boss più influenti. Ma non è il solo: qualche settimana fa era toccato anche a un boss calabrese.

Le motivazioni del tribunale di Milano. Bonura, 78 anni, è stato scarcerato a causa delle sue condizioni di salute. Situazione che “facoltizza” il magistrato “a provvedere con urgenza al differimento dell’esecuzione pena”. Non sussistendo il pericolo di fuga, scrive il magistrato, passerà la detenzione nella sua dimora a Palermo dove “non potrà incontrare pregiudicati”, potendo però uscire di casa ogni volta che occorrerà “per motivi di salute”, anche dei familiari, e per “significative esigenze familiari”. Domiciliari concessi “anche tenuto conto dell’attuale emergenza sanitaria e del correlato rischio di contagio – si legge nel provvedimento – indubitamente più elevato in un ambiente ad alta densità di popolazione come il carcere, che espone a conseguenze particolarmente gravi i soggetti anziani e affetti da serie patologie pregresse”.

Il boss calabrese scarcerato il 3 aprile. Stessa benevola sorte è toccata qualche settimana fa a Vincenzino Iannazzo, 65 anni, capo dell’omonima cosca mafiosa lametina che ha lasciato il carcere di Spoleto per gli arresti domiciliari. Le ragioni? Identiche a quelle del tribunale di Milano: decisione presa “in relazione alla compatibilità del regime carcerario, rispetto alle condizioni di salute, e in considerazione dell’attuale emergenza epidemiologica”. Tutti elementi che lo rendono incompatibile con il regime carcerario. A Iannazzo, condannato in appello a 14 anni e 6 mesi di reclusione, la Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro ha applicato il braccialetto elettronico: non può allontanarsi dalla propria abitazione senza autorizzazione dell’autorità giudiziaria e non può nemmeno effettuare comunicazioni in via telefonica, telematica, epistolare o Whatsapp, neppure con i propri familiari. Con l’avvertimento che, in caso di trasgressione, la custodia cautelare in carcere sarà essere ripristinata. Potrà allontanarsi dalla propria dimora – hanno deciso i giudici di Catanzaro – solo in caso “di effettiva urgenza sanitaria e previa chiamata di intervento al 112 o al 118, dando avviso ai carabinieri preposti al controllo”.

Gli altri mafiosi calabresi che sperano nella scarcerazione. Il 10 aprile era poi stato scarcerato dalla Corte d’Appello di Reggio Calabria anche il calabrese Rocco Filippone – detenuto in regime di “alta sicurezza”, più leggero rispetto al 41 bis – imputato con Giuseppe Graviano nel processo “‘ndrangheta stragista”, sempre per le medesime ragioni. E adesso, considerando i detenuti che superano i 70 anni, tra coloro al 41 bis che rischiano di uscire troviamo anche nomi come i Bellocco di Rosarno, Teresa Gallico, Pasquale Condello, e Giuseppe Piromalli. Tutti casi in cui, come ha denunciato il pm antimafia Nino Di Matteo ai microfoni del Fatto Quotidiano, “lo Stato sta dando l’impressione di essersi piegato alle logiche di ricatto che avevano ispirato le rivolte (in carcere, ndr). E sembra aver dimenticato e archiviato per sempre la stagione delle stragi e della trattativa Stato-mafia”.


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