L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 20 aprile 2020

Toh Euroimbecilandia non ha una banca centrale prestatore di ultima istanza, mentre Conte si appresta a ratificare il Mes e fa la passerella in Parlamento

L’economista Alessandro: “MES senza condizionalità è privo di qualsiasi credibilità”


20 aprile 2020

L’adozione del MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) ha letteralmente provocato un ciclone all’interno delle forze politiche italiane.

E non solo come prevedibile tra governo e opposizione, ma addirittura all’interno della compagine governativa PD e M5stelle e della stessa opposizione con Silvio Berlusconi che si è dissociato dalle posizioni di Matteo Salvini e Giorgia Meloni.

Per avere un’idea sugli eventuali meccanismi d’azione del MES e di come potranno agire sull’economia italiana, Sputnik Italia ha raggiunto la dottoressa Giuseppa Alessandro, economista e advisor finanziario, membro del Centro analisi “Sinergie”.

– Dottoressa Alessandro con l’approvazione del MES, quali sono gli scenari che si prospettano agli italiani?

– Bisogna precisare che, sebbene il Trattato e le sue variazioni siano state firmate già nel 2010 e 2012 (rispettivamente con i governi Berlusconi e Monti) mettere in atto lo strumento di ricorso in questione non necessiterebbe dell’approvazione preventiva del Parlamento. Quest’ultimo, tuttavia, sarà tenuto ad approvare un eventuale ricorso in applicazione dell’art. 81 della Costituzione che richiede il via libera da parte delle Camere nei casi di adozione di provvedimenti che influenzino negativamente il debito pubblico. Al momento non c’è la maggioranza in Parlamento a favore dell’introduzione del MES nonostante che il primo ministro si dimostri possibilista. Questo dal punto di vista politico.
Sotto l’aspetto economico, invece, il concetto di ricorso al MES “senza condizionalità” è privo di qualsiasi credibilità. Il Trattato istitutivo infatti prevede che “….la concessione di qualsiasi assistenza finanziaria nell’ambito del meccanismo sarà assoggettata a rigorosa condizionalità” affinché vengano rispettati i parametri macroeconomici che garantiscano la stabilità a medio termine.

© AFP 2020 / MARCO LONGARI

Questo ci dice che i controllori potrebbero imporre interventi correttivi tali da peggiorare le misure di austerity imposte negli ultimi anni da Bruxelles (vedi Grecia). Tale decisione potrebbe essere adottata anche successivamente una volta superata la fase di emergenza, con una semplice delibera del Comitato tecnico che decide a maggioranza qualificata e senza il voto del paese debitore.

I meccanismi del MES

– Quali sono i meccanismi attraverso cui questo strumento agirà sulla nostra economia?

– Innanzitutto questo meccanismo è uno strumento di debito che, diversamente dagli scopi per i quali era stato concepito, verrebbe introdotto in un periodo di straordinaria crisi non solo sanitaria, ma soprattutto economica che colpisce tutto il mondo. È una crisi sistemica che come tale deve trovare strumenti più idonei di sostegno. L’Italia non si trova in condizioni di default, è tuttora in grado di andare sui mercati finanziari e collocare le proprie emissioni di titoli pubblici. Il MES, invece, ha l’obiettivo di sostenere un Paese membro in temporanea difficoltà finanziaria per impedire il rischio di destabilizzazione dell’intera area euro.

Uno strumento di sostegno finanziario idoneo deve essere altrimenti individuato in un’ottica di ricorso finanziario a più lungo termine e a tassi d’interesse molto contenuti, tutto ciò nella reale dimensione dell’intero maggiore fabbisogno.

Se partissimo dalla convinzione che il sistema economico dovrà affrontare conseguenze simili a quelle tipiche dei periodi post bellici, saremmo autorizzati a pensare sicuramente a forme di sussidio o finanziamenti secondo la filosofia dell’“helicopter-money”, esattamente come sta agendo la FED americana e la Banca Centrale giapponese.

© AP PHOTO / MICHAEL PROBST

La Banca Centrale Europea sarebbe l’unica autorità monetaria in Europa in grado di creare liquidità illimitata, se agisse come prestatore di ultima istanza, acquistando dall’emittente titoli del debito pubblico con durata molto lunga e a tassi estremamente contenuti. Ciò nell’ottica di non appesantire ulteriormente la posizione debitoria di alcuni stati, principalmente l’Italia e consentire il completamento della ripresa attraverso interventi strutturali e industriali. Qualsiasi altro strumento di debito, di durata ordinaria e con tassi fortemente condizionati da elevati spreads, potrà solo peggiorare i parametri macroeconomici già estremamente appesantiti.

La conseguenza di ciò è facilmente intuibile in termini di politiche di austerity che c’imporrebbe Bruxelles con manovre restrittive di bilancio e conseguenti ulteriori enormi sacrifici che verrebbero richiesti ai cittadini. Questa situazione potrebbe decretare definitivamente l’uscita del sistema Italia dal panorama economico europeo.

L’approvazione del MES non solo spacca le forze della maggioranza al governo, ma anche la coerenza tra i leader dell’opposizione. Perché secondo lei Silvio Berlusconi ora dice che è possibile usare il MES?

– Intanto vorrei fare chiarezza sulla recente diatriba che si è aperta tra il premier e le opposizioni riguardo alle infondate accuse mosse dal primo ministro verso i leader del centro desta, ad esclusione di Silvio Berlusconi. Il MES fu firmato quando quest’ultimo ricopriva la carica di premier. La sua riforma, nata ancor prima in un contesto di negoziazione tra l’allora ministro economico Giulio Tremonti e gli omologhi europei, prevedeva l’adozione dello stesso in un’ottica del cosiddetto pacchetto che vedeva l’introduzione del più importante strumento finanziario dell’eurobond.

© SPUTNIK . ALEKSEY VITVITSKIY

Il primo ministro Mario Monti, succeduto a Berlusconi, nel febbraio 2012 firmò la riforma del Trattato togliendo il collegamento con l’eurobond. In quella nuova formula con l’introduzione delle condizionalità fu applicato per la prima volta nei confronti della Grecia, alla quale furono imposte dalla troika misure restrittive, giudicate a posteriori troppo severe. Ritengo che Berlusconi, quando sostiene che si possa prevedere un ricorso al MES, intenda concepire tale ricorso in seno ad un intervento più ampio che preveda anche l’emissione di eurobond; peraltro strenuamente rifiutati dalla Germania.

L’Italia da sola

– Cosa succederà dopo la pandemia? Da oltre oceano non ci sarà alcun “piano Marshall”, perché secondo Lei agli USA non interessa salvare né l’Europa, né tantomeno l’Italia?

– La criticità e l’evoluzione negativa dell’attuale situazione economica interna, aggravata da un possibile ritardo nella riapertura delle attività, a differenza di quanto sta accadendo nell’ambito degli altri paesi europei anche nostri competitori, necessita di un imminente programma economico e finanziario d’intervento da parte del governo.

© AP PHOTO / LUCA BRUNO

Le nostre aziende, piccole o grandi che siano, sanno a priori che si troveranno davanti alla necessità di adeguare i sistemi di sicurezza sul posto di lavoro, in quanto i pericoli di contagio o di recrudescenza di quello in corso, non potranno essere scongiurati che tra diversi mesi, o anni. Ben poche di esse saranno in grado di provvedere autonomamente mentre la maggioranza dovrà ricorrere all’indebitamento. Questo solo per ripartire. Sarà un primo momento di forte selezione. Le aziende in tale contesto avrebbero bisogno di trasferimenti di liquidità per ripartire e solo in parte di ricorso al prestito.

Poi dovranno affrontare i problemi di tenuta dei mercati dal punto di vista commerciale con investimenti mirati a sostenere i prodotti e recuperare le quote di mercato nel frattempo occupate dai loro competitors. La stragrande maggioranza delle imprese italiane ha una struttura dimensionale piccola e sono deboli patrimonialmente. Lascio quindi immaginare le difficoltà da affrontare.

© DEPOSITPHOTOS / ONEINCHPUNCH

Ci sarà inoltre il problema della perdita dei posti di lavoro che tuttavia si potrebbe risolvere mettendo in moto i tanto necessari e auspicati, ma mai avviati, interventi strutturali mediante la spesa pubblica. Si parla di almeno 50 miliardi che aspettano di poter essere spesi.

Fintanto che ci sarà l’Europa non credo ci potrà essere spazio per parlare di interventi USA solo a favore dell’Italia, sebbene il nostro sia un Paese geograficamente strategico e ben strutturato nel panorama commerciale del bacino mediterraneo, pertanto anche “vittima” di appetiti.
Prospettive di ripresa

– La stessa Unione Europea appena iniziata la pandemia se ne è guardata bene dall’aiutare gli stati membri in difficoltà, sono prevalsi i singoli interessi nazionali. Dovremo quindi cavarcela da soli? Oppure rivolgendoci ad altri paesi, magari alla Cina che sappiamo interessata all’Italia per il suo progetto “via della seta”? 

© REUTERS / YARA NARDI

Verissimo: l’Europa è fatta di tante pedine che formano un puzzle scomposto; non può esistere unione laddove vi sono differenti politiche fiscali, dominanza politica ed economica di un paese a discapito di altri, predominio di un singolo nella gestione delle istituzioni europee al fine di condizionare le politiche dei singoli paesi che – fino a prova contraria - conservano ancora la propria sovranità.

Un paese industrialmente forte, dalle capacità potenziali di riprendersi rapidamente, ha innanzitutto bisogno di raggiungere un equilibrio e una stabilità politica per infondere la fiducia di “scommettere” sulla ripresa.
Ricordo che il risparmio italiano è di circa 4.000 miliardi, il secondo per importanza al mondo. Siamo autorizzati a pensare che ci siano le possibilità di poter fare da soli? Sarebbe per esempio sufficiente riorganizzare il sistema di emissione dei titoli pubblici che dagli anni ‘90 è concentrato nelle mani di sottoscrittori internazionali con elevata forza d’influenzare/imporre spread disallineati e tali da influenzare pesantemente le politiche di uno stato sovrano.

© SPUTNIK . ALEKSEY VITVIZKY

Spostare buona parte della massa dei collocamenti (circa il 75% delle emissioni totali) dalle mani degli attuali speculatori internazionali nelle mani dei sottoscrittori (banche e privati) nazionali, ci consentirebbe di riacquistare un’autonomia tale da poter finalmente realizzare le riforme ferme da anni e impedite da una malsana politica di austerity imposta dall’Europa.

Eventuali accordi con la Cina o con altri partners commerciali dovrebbero essere considerati solo nell’ottica di una equilibrata collaborazione economica e industriale con le potenze straniere su basi di assoluta eguaglianza e reciprocità.

La nostra storia economica e non solo, ci ha insegnato che siamo un grande Paese, portatore nel mondo di svariate attività all’avanguardia, in grado di competere in molti settori. Le nostre risorse, non ultime quelle finanziarie riconducibili alle famiglie, ci metterebbero in condizione di poter contare su noi stessi “per fare da soli” e poter superare le attuali enormi difficoltà.

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