L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 2 aprile 2020

Tutta la classe dirigente dell'Italia ad applaudire lo stregone maledetto, il suo campione


NO AL “PROGRAMMA DRAGHI” di Moreno Pasquinelli

MAR 31, 2020


La cosiddetta “pandemia” COVID-19 ha gettato nel marasma la già malmessa economia mondiale. A ben vedere è proprio l’Occidente a subirne le più gravi conseguenze e, in questo perimetro, è anzitutto l’Unione europea ad essere letteralmente terremotata.
E’ in questo contesto che dobbiamo leggere la nuova e pesante scesa in campo di Draghi, col suo intervento sul Financial Times.
Con la sua sortita, l’ex-governatore della Bce non solo certifica la sua auto-candidatura a guidare il nostro Paese — dato il precipitare degli eventi più come primo ministro che come presidente della Repubblica. Egli indica la terapia per guarire il malato, la via per tirar fuori l’Unione europea dalla sua crisi mortale.

Di che terapia si tratta? Quale via suggerisce?

Come c’era da aspettarsi l’uscita del nostro ha immediatamente ricevuto il plauso dell’establishment italiano, non solo dei potentati economici, ma della gran parte degli esponenti politici, a sinistra e a destra. Pressoché tutti lo invocano come salvatore della Patria, affinché, passata la buriana, prenda il posto di Conte. Tecnicamente, questo passaggio di consegne ci riporterebbe all’autunno 2011, quando venne defenestrato Berlusconi. Anche questa volta lorsignori non pensano affatto di passare per le urne. La differenza (e che differenza!) è che il passaggio sarebbe pilotato e blindato con accordo bipartisan preventivo centro-destra-centro-sinistra.

Che chi sta sopra, in alto, cioè le classi dominanti e i loro fantocci politici siano pronti a consegnare pieni poteri a Draghi non deve stupire. Essi sanno chi è costui, si fidano ciecamente, e dal loro punto di vista di classe non si sbagliano.

Ciò che semmai sorprende, che suscita massima inquietudine, è che vi siano alcuni “insospettabili” — evitiamo per carità di patria di fare i nomi — che stanno avvelenando i pozzi. Codesti, dopo avere conquistato la stima di molti per aver gridato contro il regime e le politiche neoliberiste, dopo avere detto e scritto che occorre una radicale inversione di rotta, ci stanno dicendo che non bisogna opporsi pregiudizialmente all’operazione Draghi, che anzi occorre aprirgli una linea di credito. Questi cretini (concediamo loro la buona fede) per sostenere il loro spostamento di campo, adombrano ad una resipiscenza keynesiana di Draghi: “egli fu allievo di Federico Caffè”.

Resipiscenza keynesiana?

Basta leggere con la dovuta attenzione cosa precisamente abbia indicato Draghi sul Financial Times per smentire questa idea come una gigantesca bufala. Il fatto che Draghi ammetta che sarà necessario fare debito pubblico non significa che egli si è convertito. Il debito è solo uno strumento, dipende da come lo si usa e dagli scopi di chi lo usa. Un coltello serve al cuoco per cucinare un buon piatto, in mano ad un omicida serve per uccidere.

Quando il mercato ed il settore privato entrano in coma, anche i liberisti più sfrenati chiedono aiuto allo Stato, ma affinché torni il vecchio Ambaradan.


«L’espansione del debito pubblico è dunque l’unica prospettiva razionale, ma non basta. Occorre chiarire come saranno gestiti i costi di questa crisi inedita e tremenda. Un piano che sposti l’onere principale sui rentiers, contrasti ogni forma di speculazione e salvaguardi i lavoratori e i soggetti sociali più deboli potrebbe rivelarsi necessario per la rinascita non semplicemente economica, ma civile e democratica. Proprio come accade alla fine di una guerra, quando le forze illuminate della società escono vittoriose».

Thomas Fazi, dopo aver rinfrescato la memoria agli smemorati che sono caduti con tutti e due i piedi nella trappola — ricordando per filo e per segno le numerose e gravissime mosse che Draghi ha collezionato nella sua carriera —, scrive:

«Veniamo ora alla lettera di Draghi inviata al Financial Times. Mi dispiace deludervi, ma Draghi non è improvvisamente diventato un novello Keynes da un giorno all’altro. Più banalmente, Draghi sta invocando quella che è la strategia da manuale del buon liberista: privatizzare i profitti in tempo di “pace” (attraverso politiche di austerità a vantaggio del grande capitale ecc.) e socializzare le perdite in tempo di “guerra”, attraverso un’espansione della spesa pubblica – ovviamente a debito – per tenere a galla il grande capitale (istituti finanziari in primis), esattamente come è accaduto nel 2007-2009. Passata la bufera si potrà poi tornare allegramente a privatizzare i profitti con ancora più veemenza di prima, adducendo proprio l’aumento del debito come scusa per implementare politiche di austerità ancora più severe, esattamente com’ è accaduto del decennio post-2007. Il senso dell’intervento di Draghi sta tutto qui».

Non c’è dubbio che chi abbia sale in zucca, chi abbia davvero a cuore gli interessi ed i diritti delle masse popolari, ovvero della maggioranza dei cittadini, deve opporsi all’operazione Draghi.

Non basta, evidentemente dire no a Draghi ed al suo programma liberista. Occorre opporre un programma opposto, che descriva un’alternativa di società.

Se non ora, quando?

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