L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 21 maggio 2020

Ci svegliamo dalla narrazione basata sulle fake news delle televisioni e ci troviamo a pagare il cibo molto ma molto di più.

AUMENTO PREZZI/ Dal caffè alle zucchine (+80%) il perché di una ripartenza così amara

Pubblicazione: 21.05.2020 - Marco Biscella

La riapertura dopo il lockdown è caratterizzata da aumenti generalizzati dei prezzi dei prodotti alimentari. I motivi sono diversi, compresi i mancati aiuti promessi

Riaperture a Milano dopo il lockdown (LaPresse)

“Ripartenza, ore 7 e 30, prima botta di vita, caffè ristretto servito al tavolo, buono, prezzo 2 euro: sa, quando lei si alza devo igienizzare tutto”. A volte, per fotografare la realtà, bastano poche pennellate, non serve un grande affresco.

In questo racconto breve, un cinguettio cliccato in perfetto stile social, è condensata tutta l’Italia del dopo lockdown. La sequenza parla da sola: il paese vuole rimettersi in marcia (ripartenza), non si rassegna a rimanere indivanato (ore 7,30, pronti per andare in ufficio), manda all’aria le cavillose e narcotizzanti limitazioni imposte da due mesi di Dpcm con annesso dedalo di autocertificazioni (prima botta di vita), ritorna alle vecchie abitudini (caffè ristretto servito al tavolo), riscopre la qualità di una filiera e di una socialità uniche al mondo (buono).

Fin qui tutto fila liscio, sembra un libro di favole ripreso in mano dopo averlo temporaneamente dimenticato sul comodino perché in tutt’altre faccende affaccendati. Poi, lo scarto improvviso: “prezzo 2 euro”, il doppio rispetto a prima. Quale prima? Prima del coronavirus.

Da lì parte tutta un’altra storia, segnata dalle cicatrici di un’emergenza, quella del famigerato Covid-19, che da sanitaria si è estesa come una macchia ancor più pestilenziale sul tessuto dell’economia.

“Sa, quando lei si alza devo igienizzare tutto”. La giustificazione di chi si è sentito abbandonato per due mesi. Uno a cui – giustamente per carità, a marzo quando infuriava l’epidemia-pandemia – hanno imposto dalla notte alla mattina la chiusura della propria attività. Il tempo dell’incubazione del virus è di circa due settimane, si diceva. “Vabbè, 15, forse 20 giorni di chiusura ci stanno… Intanto mi aiuteranno, il governo – l’ho sentito con le mie orecchie – ‘non lascerà indietro nessuno’, i soldi per superare questo blocco non mancheranno, mica mi lasceranno fallire…”.

I soldi. Da metà marzo, premier e ministri, nessuno escluso, hanno annunciato, promesso, sbandierato miliardi come noccioline. Non qualche miliardo, non decine di miliardi, addirittura nel Cura Italia c’era chi riusciva a contare ben 400 miliardi, grazie all’effetto leva… E poi la cassa integrazione in deroga, per tutti, anche per le piccole e piccolissime imprese, come può essere un bar o un ristorante… E poi i bonus… E poi la sospensione delle tasse… E poi…

E poi sul lockdown, una serrata lunga due mesi, è calato il buio. Zero soldi, zero aiuti, che si sommavano a zero incassi. Per quasi 70 giorni.

Finché, un lunedì di maggio, anche qui quasi dalla sera alla mattina, la fase 2, la riapertura. Ma con il distanziamento sociale; meno tavoli, più sparpagliati, a tot metri l’uno dall’altro (tot metri quanto: uno? due? due e mezzo? lineari? diagonali?) e ogni volta da igienizzare, sanificare. E meno posti a sedere, un cliente alla volta, gli altri infila, un percorso per entrare e un altro per uscire, niente consumazione al bancone, magari qualcosa da asporto. E le mascherine che ancora non si trovano, i guanti pure, il gel quasi.

Risultato di tutto questo? Quattro salti non di gioia (finalmente, tirano su la saracinesca, possiamo tornare a prendere un caffè, a mangiare una pizza!), ma dei prezzi. Bastano pochi numeri: secondo i dati Istat, ad aprile, i prezzi al consumo sono balzati all’insù per la frutta (+8,4%), per la verdura (+5%), per il latte (+4,1%) e per i salumi (+3,4%), sotto la spinta della corsa agli acquisti degli italiani in quarantena e di un mercato “terremotato” dalle limitazioni ai consumi fuori casa in seguito alle chiusure imposte alla ristorazione dall’epidemia Covid. Con un paradosso: l’inflazione da lockdown è rimasta azzerata, ma il carrello della spesa è cresciuto in media del 2,7%.

Secondo Coldiretti, la lista degli aumenti – fortemente influenzati anche dalla paura di rimanere senza scorte – è lunga come gli articoli e le pagine che compongono il decreto Rilancio: pasta (+3,7%), uova (+3,2%), piatti pronti (+2,5%), burro (+2,5%), carni (+2,5%), formaggi (+2,4%), zucchero (+2,4%), alcolici (+2,1%), pesce surgelato (+4,2%), acqua minerale (+2,6%). E alcuni balzi all’insù sono da record mondiale: cavolfiori +233%, zucchine +80%, carote +50%. Non solo: il contagio dei rincari non risparmia nessuna area del paese: l’associazione dei consumatori Codacons, in base alle segnalazioni ricevute, annota che la tazzina di caffè (ma non aumenta solo quella) nel centro di Milano, dove il prezzo medio di un espresso è 1,30 euro, arriva fino a 2 euro (+53,8%). A Roma (1,10) fino a 1,50 euro (+36,3%). A Firenze (1,40) fino a 1,70 euro (+21,5%)”.

E’ il bollettino di guerra di aprile. Ma maggio rischia di andare peggio. Per due ragioni. La prima: all’orizzonte – lo prevede sempre Coldiretti – si profilano i cali di produzione della frutta estiva italiana, dalle albicocche dimezzate alle ciliegie razionate. Colpa di un clima troppo arido? Vero. Ma anche dell’inerzia del governo che non ha trovato il tempo – pur essendo impegnato H24 contro il coronavirus – di attivare i “corridoi verdi”, cioè l’afflusso di quegli stagionali (370mila) che ogni anno, dalla Polonia, dalla Romania, dal Marocco, varcano i confini per garantire la raccolta e poi rientrano nel proprio paese. La seconda: il 57% delle aziende agricole sono in difficoltà, perché anche il Made in Italy frena e la logistica non se la passa bene.

Sia chiaro: in questo scenario un po’ da Day after, c’è anche chi se ne approfitta e su questo fa bene l’Autorità garante della concorrenza e del mercato a vigilare, avviando indagini e raccogliendo informazioni (in oltre 3.800 punti vendita) sull’andamento e sulle dinamiche dei prezzi. Non è giusto che a pagare siano i consumatori – il Codacons stima una stangata, in media, per famiglia di 536 euro -, soprattutto le fasce più deboli e i nuclei più numerosi. Ma gli allarmi erano stati lanciati per tempo, la ricetta si conosceva. Bisognava far arrivare gli aiuti annunciati, promessi, sbandierati. In fretta, subito. Bastava il tempo di un caffè…

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