L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 6 maggio 2020

Complottista è colui che non vuole la verità - Prima si fa un'ipotesi e poi si cercano le prove. E' un modo di procedere. La questio è che comunque ci si allinea al circo mediatico di addossare alla Cina la patente del male

WUHAN, IL CORONAVIRUS E I GIOCHI DELLA VERGOGNA: PERCHÉ LA CINA MENTE E CHE COSA NASCONDE


(di David Rossi)
06/05/20 

“L’arte della guerra - a dirlo è Sun Tsu - è basata sull’inganno. Quindi, quando siamo vicini, dobbiamo far credere al nemico che siamo lontani; quando lontani, dobbiamo fargli credere che siamo vicini. Se l’avversario è di carattere, dobbiamo cercare di irritarlo… far finta di essere deboli, affinché possa diventare arrogante”1.

Chi conosce un po’ le cose del Regno di Mezzo, sa che a Pechino nessuno trema per la fake news del laboratorio di Wuhan da cui sarebbe “scappato” il coronavirus: chi la ripete, finisce in un vicolo cieco e perde di credibilità, rafforzando la posizione della Repubblica popolare come semplicemente prima vittima del COVID-19. Anche se a riportarla sono spesso ingenui gruppi anticomunisti e filoamericani, in realtà è figlia della propaganda del regime socialista al momento al potere nella Cina continentale, né più né meno della bufala sul militare americano in visita nello Hubei in ottobre. Ecco, quest’ultima balla ha una funzione, per così dire, più sottile... Nasconde un fatto ignoto ai più: cioè, che le tracce dell’epidemia risalgono a ben prima dello scorso ottobre, come minimo al settembre, al termine di un’estate da regione subtropicale, quando negli ospedali di Wuhan arrivano i primi casi di polmonite interstiziale col corredo di sintomi ben noti (perdita di olfatto e gusto, dolori fisici ecc.).

Nasconde - o tenta di nascondere - anche il fatto che Wuhan è la sede della settima edizione dei Giochi Militari Mondiali (foto seguenti), vale a dire le Olimpiadi degli uomini e delle donne in divisa, 9.308 atleti da 110 Paesi dal 18 al 27 ottobre. Segnatevi bene queste date, perché il primo caso accreditato da Pechino come COVID-19 sarebbe da datare al 16 novembre2.

La fake news sul coronavirus portato da fuori si squalifica da sola perché prende per oro colato questo primo caso, Sì, perché le date ufficiali non sono tali: ora, seguite il nostro ragionamento…


Mattia di Codogno, il paziente 1 italiano viene registrato ufficialmente come primo caso di trasmissione in Italia della malattia il 21 febbraio, ma anche le sedie ormai sanno che fra dicembre e gennaio medici di famiglia e ospedali cercavano di trattare migliaia di casi di polmonite o di una strana forma di influenza con sintomi fuori dal comune.

Chi scrive ha potuto sentire lettori - con interessanti cartelle cliniche - che ben prima del Ponte dell’Immacolata si sono trovati con polmonite, scomparsa di gusto e olfatto, dolori insopportabili ecc.

Se vogliamo riconoscere al paziente 1 di Pechino la stessa dignità del nostro, è fin troppo evidente che i casi numerosi riscontrati già a settembre vanno alla pari con quelli della Bergamasca e di Milano, prima di Capodanno. Così, però, le cose si complicano non poco, perché Wuhan non è Codogno, non fosse per il fatto che come numero di abitanti è una delle prime 50 aree metropolitane del pianeta. E fra settembre e ottobre dello scorso anno sembra diventata l’ombelico del mondo, con un impressionante serie di eventi sportivi. Oltre alle “Olimpiadi militari” in ottobre, dal 22 al 28 settembre ospita, infatti, gli Open femminili di tennis3, uno dei tornei Premier 5 del circuito WTA, al pari degli Open di Roma; dal 31 agosto al 9 settembre è la sede del gruppo B e del gruppo J (in cui gioca l’Italia) dei Mondiali di Pallacanestro4.

Atleti olimpici, tenniste e giocatori di basket: che cosa hanno in comune?

Sono giovani, in buona salute, e sanno come allenarsi senza causare un crollo delle difese immunitarie (quello che non ha fatto Mattia, trovandosi sopraffatto dal COVID-19 a nemmeno quarant’anni). Un coronavirus così aggressivo e contagioso non li risparmia dal restare infettati, ma spesso e volentieri non causa sintomi troppo evidenti, anzi li lascia persino asintomatici.

Gli ospedali si riempiono di casi a Wuhan, mentre migliaia di atleti trovano posto in un moderno villaggio olimpico, il primo costruito per i Giochi Militari da quando esistono5, con tanto di clinica e servizi sanitari. Insomma, una Diamond Princess su terraferma in cui il contagio può diffondersi per una decina di giorni.


Il COVID-19 è un killer silenzioso: parte da un paziente ricoverato in terapia intensiva, per passare attraverso il personale sanitario, i medici, gli altri pazienti e i visitatori del reparto, per poi arrivare ai loro parenti, agli amici, ai coinquilini, agli…ospiti internazionali, che entrano in contatto con centinaia di oggetti toccati da persone infette, stringono migliaia di mani, sono investiti da miriadi di goccioline di saliva… E quando tornano si spostano soprattutto nelle regioni dove ci sono le migliori strutture per allenarsi e per giocare, perché alla fine sono sportivi: Emilia-Romagna, Lombardia, Veneto… ma anche Barcellona, Valencia, Madrid, Istanbul, Mosca…

Se il nonno o il suocero di uno di loro si ammala improvvisamente e muore di polmonite, non ci si fa nemmeno caso: era anziano, malconcio…

Se quanto torni sei una chiavica, hai dolori, febbre e problemi respiratori, si incolpano il jet lag, le porcherie mangiate in Cina, il clima malsano, la stanchezza…

Ed ecco che nascono, lentamente, i primi focolai.

A questo punto, il lettore avveduto capisce di dover ignorare le statistiche ufficiali sul COVID-19 in Italia come in tutti i Paesi, perché il paziente 1 in realtà non era tale ma magari è solo uno fra i primi cento, duecento o trecentomila casi. E il COVID-19 non ha seguito le curve che ci dicono ma per molto tempo è cresciuto quanto e più che in Svezia, solo ignoto e ignorato.

Ma torniamo alla Cina. Le autorità comuniste sono esse stesse vittime di un coronavirus così subdolo? No davvero. Perché se così fosse, già da un pezzo avrebbero fatto le stesse indagini che abbiamo fatto noi, facendo risalire i primi casi a ben prima del 16 novembre.

Il fatto è che sei determinato a raccontare una storia che ti riguarda solo quando ne hai il controllo e non rischia di diventare un’arma a tuo svantaggio. Ecco, allora, che si materializza uno scenario: dal 2003, dall’epoca della SARS, Pechino vive in uno stato di ansia permanente temendo l’esplosione di una nuova e più devastante epidemia. La nevrastenia è tanta da chiedere alla Francia di costruire un centro per lo studio dei coronavirus, salvo non esser capace di gestirlo come una partnership e non riuscire a ottenere il prezioso know-how transalpino. Le autorità sanitarie sanno di dover raccogliere tutte le informazioni: ospedali e sanatori sono obbligati a riportare al Governo tutte le notizie su casi anomali. Lo fanno anche fra agosto e settembre, in particolare riferendo di un’epidemia di probabile origine virale, che causa importanti polmoniti, senza complicanze batteriche. I leader comunisti cinesi non si preoccupano, perché le statistiche non riportano una letalità paragonabile alla SARS: i pazienti, anche quelli più gravi, non muoiono come mosche, ma con la ventilazione riescono a sopravvivere.


Perché allarmarsi? Perché gettare discredito sul Paese e sull’operato del partito comunista per una piccola epidemia, di cui si riescono a rintracciare e ospedalizzare molti casi? Perché spostare eventi sportivi che attireranno migliaia di tifosi e di atleti?

Non si pongono nemmeno la questione se ci siano casi asintomatici: su questo, non ce la sentiamo di infierire, dato che ancora oggi ci sono politici italiani che credono alla favola dei soli casi sintomatici come non contagiosi.

Pechino non sa di avere in casa una nuova Chernobyl: Xi Jinping era convinto di essere il nuovo Mao Zedong e invece si ritrova nei panni di Gorbaciov. Sarà anche lui il liquidatore di un regime socialista?

Nel dubbio, chiediamo ai militari che sono stati a Wuhan di contattarci (geopolitica@difesaonline.it), garantendo loro l’anonimato, e di raccontarci come si sono sentiti fisicamente nelle quattro settimane successive al ritorno.


Foto: Xinhua / ministero della Difesa

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