L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 26 maggio 2020

Due sono le cose o Fubini è un ingenuo o è uno spacciatore seriale di fake news. A Voi la scelta

La finta svolta europea

di Leonardo Mazzei
21 maggio 2020

Che succede in Europa?

Gli euroinomani esultano. M&M (Merkel e Macron) sembrano averli tratti d’impaccio. Strana Europa quella che si risolve nella resurrezione dell’asse a due del Patto di Aquisgrana. Ma la droga è droga, e quando c’è il rischio dell’astinenza non si va tanto per il sottile. Ecco allora il grido di gioia di tutti gli euristi di casa nostra. Uno per tutti il solito Fubini, che sulle pagine del Corriere annuncia l’inversione ad U: quella cancelliera che nel 2010 si accordò con Sarkozy per colpire i Piigs, stavolta i “maiali” li vuole aiutare accordandosi con Macron.

Questa la lieta novella che viene diffusa urbi et orbi. Ma siamo davvero di fronte ad un cambiamento reale? Gli euroinomani pensano di sì. Del resto la loro teoria prevede da sempre l’uso delle crisi per far passare quel che altrimenti non passerebbe. «L’Europa si farà attraverso le crisi, e sarà costituita dalla sommatoria delle soluzioni che saranno date a queste crisi», scrisse Jean Monnet. Era il 1976, le grandi crisi sono arrivate dal 2008 in avanti e non si può dire che questa profezia abbia avuto successo. Più esattamente, l’Europa (in realtà l’UE) è diventata famosa per la capacità di aggravare le crisi, non certo per quella di risolverle. Difficile che stavolta sia diverso.

Ma ricordare queste cose agli euro-tossici è ovviamente tempo perso. Sta di fatto che il Fubini già immagina la svolta. Secondo lui ci sarà la condivisione del debito, e per finanziarlo avremo nuove tasse europee, naturalmente “verdi” e magari consigliate pure per la cura della pelle. Il tutto unito (non ridete troppo) alla lotta ai paradisi fiscali.

Quale sarà l’approdo finale della proposta di M&M?

Tutta questa euforia si basa sul progetto di M&M sul Recovery Fund, la cosiddetta “quarta gamba” del pacchetto europeo che dovrebbe affrontare la crisi del coronavirus. La novità dell’annuncio del duo di Aquisgrana sta (starebbe) nella possibilità di sovvenzioni a “fondo perduto” per 500 miliardi di euro. Su questa ipotesi, per ora di questo si tratta, vanno dette subito due cose: in primo luogo 500 miliardi sono una cifra del tutto insufficiente; in secondo luogo il “fondo perduto” proprio non c’è.

L’ipotesi di M&M è infatti quella di emettere titoli coperti con il bilancio Ue. Ma a questo bilancio contribuiscono tutti i paesi. Tra questi, ad esempio, l’Italia è oggi un contributore netto, il che significa che versa nelle casse Ue più di ciò che riceve. Le sovvenzioni finanziate con i titoli del Recovery Fund verrebbero quindi ripagate con i contributi di ciascun stato. Niente “fondo perduto” dunque, ma tuttavia – ecco quella che sarebbe la vera novità – una qualche forma di condivisione del debito, finora un’autentica bestemmia per l’ordoliberismo di marca teutonica.

La questione merita perciò grande attenzione. Al di là dei trionfalismi fuori luogo degli euro-dopati, è giusto interrogarsi su ciò che sta avvenendo. La proposta franco-tedesca dovrà passare al vaglio della Commissione e, successivamente, a quello dei 27 stati dell’Ue. Quattro di questi, i cosiddetti “Frugal four” (Austria, Olanda, Danimarca e Svezia), hanno già espresso il loro no.

«Vogliamo essere solidali con gli stati che sono stati colpiti duramente dalla crisi, ma riteniamo che la strada giusta siano mutui e non contributi», ha detto il premier austriaco Sebastian Kurz. Sulla stessa linea, ma ancora più netto, il capo del governo olandese Mark Rutte, secondo il quale i prestiti ai paesi dovranno essere concessi solo in cambio di un “piano di riforme”: «Se si richiede un aiuto è necessario attuare riforme di vasta portata in modo da poter essere autosufficienti la prossima volta».

Chiaro il concetto? Al massimo avrete dei prestiti, ma solo alle nostre condizioni. Certo, da soli i Frugal four non possono contare troppo. Ma, a parte il fatto che non si tratta comunque di paesi marginali, siamo proprio sicuri che siano soli? Detto più chiaramente, siamo proprio sicuri che la Germania non faccia il doppio gioco, lasciando ai quattro la responsabilità di un no che non vuole assumersi in prima persona?

Chi vivrà vedrà. Di sicuro le parole di un certo signor Dombrovskis, uno che conosciamo bene, rassicuranti non sono. Dombrovskis, che per la cronaca della Commissione europea è il vicepresidente, ha dichiarato che alla fine il Recovery Fund sarà un mix tra prestiti e sovvenzioni (un concetto assai vago, in qualche modo già presente nelle conclusioni del Consiglio europeo di aprile) e che così facendo si arriverà ad una dotazione di mille miliardi.

Ma le affermazioni più importanti dell’ex premier lettone sono state altre:

«Ci sarà un chiaro legame con le riforme. Finanzieremo pacchetti di riforme e investimenti degli Stati membri con il semestre europeo e le raccomandazioni che fungeranno da guida nel preparare i piani nazionali di ripresa»

Insomma, l’uso dei finanziamenti (anche fossero solo prestiti) verrà in generale monitorato, mentre nel caso particolare dei Paesi dell’area mediterranea la minaccia del commissariamento è chiara. Detto che il Patto di Stabilità resta il punto di riferimento, Dombrovskis ha precisato che:

«I paesi membri devono tenere a mente gli obiettivi di stabilità a medio termine».

Se l’idea di fondo è quella di tornare ai santi vecchi non appena sarà terminata l’emergenza, chiaro quale sia il primo destinatario del messaggio che arriva dalle “raccomandazioni” di Bruxelles: senza dubbio, l’Italia.

E se il Recovery fund fosse peggio del Mes?

Prima di arrivare ad un giudizio più definito, ricapitoliamo intanto le molteplici incertezze sul Recovery Fund cui abbiamo già accennato. In primo luogo non conosciamo la sua dotazione effettiva. In secondo luogo non è chiaro quale sarà (se ci sarà) il mix tra prestiti e sovvenzioni. In terzo luogo non è certo quale sarà il suo finanziamento: con un aumento dei contributi nazionali al bilancio Ue, o con l’imposizione di una nuova tassa europea, magari una quota dell’IVA? In quarto luogo non sappiamo fino a che punto si spingerà il no dei Frugal four. In quinto luogo (legato al quarto) non sappiamo cosa voglia davvero la Germania. In sesto luogo, è tutto da scoprire il quadro delle condizionalità per accedere ai finanziamenti del Recovery Fund.

Tante, troppe incertezze, per poter formulare adesso un giudizio definitivo, salvo che per un punto, che è però quello decisivo: questi fondi avranno delle condizioni – sia finanziarie che politiche – da farli somigliare ad un veleno a rilascio lento.

Fiumi di inchiostro sono stati (giustamente) scritti sul Mes, una pistola puntata alla tempia dell’Italia. Ma non c’è solo il Mes. Accanto ad esso i soliti torturatori dell’oligarchia eurista stanno predisponendo altri, non meno micidiali strumenti. Tra di essi, statene certi, vi saranno le condizioni – scritte e non scritte – del Recovery Fund. Condizioni che il governo italiano fingerà di non vedere, affiancato dai media e dagli strilloni professionali del regime.

Di cosa si tratti è facile a capirsi. Accettare un pacchetto – Mes, Sure, Bei, Recovery Fund – basato essenzialmente (se non esclusivamente) su prestiti significa cacciare l’Italia in un vicolo cieco. Significa rinunciare all’unica soluzione degna di questo nome, la monetizzazione integrale del debito da parte della Bce. Significa ricaricare alla massima potenza l’arma del debito, che ci verrà rivolta contro non appena possibile. Significa prepararsi a nuove sanguinose stagioni di austerità. Significa gettare via ogni residuo di sovranità. In una parola, significa il disastro.

Dice, ma perché te la prendi tanto col Recovery Fund proprio nel momento in cui sembra aprirsi la strada alla condivisione del debito? Intanto perché questa condivisione è tutta da vedersi. Poi perché (qui il diavolo è nei dettagli) resta da capire come quel debito verrà eventualmente coperto. Ma bisogna essere contro soprattutto per altri due motivi: sul piano economico, perché ci verrà chiesto un rovinoso rientro sulla strada dei famosi parametri europei; su quello politico, perché l’Italia sarà ancora più dipendente dalla Commissione europea, che deciderà chi e cosa finanziare in base alle sue priorità, non certo alle nostre.

Del resto la linea tedesca sull’Italia è sempre la stessa. Tenerci a galla solo quanto basta per impedire quell’uscita dall’euro che tanto preoccupa a Berlino. Ogni piccola apertura tedesca ha in ciò la sua unica motivazione, ricordiamocelo sempre.

Vedremo quel che accadrà nelle prossime settimane, a partire dalle decisioni della Commissione annunciate per il 27 maggio. Il Recovery Fund, lo abbiamo già ricordato, fa parte di un “pacchetto” che è nel suo insieme insufficiente oltre che negativo per il Paese. Al suo interno spicca il Mes, che i dirigenti piddini – come sempre i peggiori di tutti – non vedon l’ora di attivare per legarci ancor più all’amata (da loro) Europa.

Ma alla fine le regole, le condizionalità del Recovery Fund, potrebbero rivelarsi perfino peggio del Mes. Una ragione in più per ribadire la via dell’Italexit, l’unica via d’uscita degna di questo nome. L’unica alternativa al disastro alle porte.

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