L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 28 maggio 2020

E' guerra vera è guerra totale, niente illusioni - Gli Stati Uniti non accettano di perdere l'egemonia globale e affidarsi ad un mondo multilaterale

28 Maggio 2020
Il dibattito de Linkiesta
Lo scontro tra America e Cina può diventare presto una guerra

La stessa dinamica si era vista all’inizio del Novecento tra Germania e Gran Bretagna. Stavolta l’esito potrebbe essere anche peggiore, ha scritto Martin Wolf sul Financial Times. Serve un cambio di rotta: rafforzare la cooperazione tra i Paesi e portare avanti l’integrazione economica


Il Covid-19 cambierà gli equilibri della geopolitica? Di sicuro, scrive Martin Wolf sul Financial Times, accelererà alcune tendenze che erano in atto. Tra queste è compreso lo scontro tra le due superpotenze del momento, Stati Uniti e Cina. Una questione che diventa ogni giorno più preoccupante.

Il confronto con il passato non conforta. In generale, come si è visto nel XX secolo, quando una potenza dominante viene sfidata da un nuovo soggetto emergente, la guerra appare un esito inevitabile.

Wolf, sulla scorta di un paper dei professori Markus Brunnermeier, Rush Doshi e Harold James, pubblicato su The Washington Quarterly nel 2018, riporta le dinamiche tra fine ’800 e inizio ’900 e che hanno portato alla Prima Guerra Mondiale. «La rivalità tra Cina e Stati Uniti nel XXI secolo – nota lo studio – mantiene una somiglianza inquietante con quella tra Germania e Gran Bretagna nel XIX».

Entrambe si svolgono in un’epoca di globalizzazione economica e rapida innovazione tecnologica. In entrambe c’è un’autocrazia in crescita con un’economia protetta dallo Stato che si contrappone a un sistema di libero mercato in una democrazia.

Non solo. Entrambe le rivalità si svolgono tra Paesi che mostrano una «profonda interdipendenza e che usano le tariffe, il furto tecnologico, il potere finanziario e gli investimenti nelle infrastrutture per guadagnare posizioni di vantaggio». Bisogna allora pensare che, date le premesse simili, sarà uguale anche la conclusione?

Il conflitto iniziato nel 1914 è finito solo nel 1945, lasciando dietro di sé due continenti (Europa e Asia) in frantumi e due nuove potenze sulla scena globale. Sono serviti 60 anni perché l’integrazione economica globale, per quanto concernente la produzione mondiale, tornasse ai livelli del 1913.

Ora la situazione è in bilico. La globalizzazione, che nel frattempo è proseguita e ha portato benefici economici e sociali in tutto il mondo, «si è indebolita».

E il Covid-19 ha accelerato un processo già in atto: è aumentata l’esigenza da parte di molti Paesi di essere autosufficienti, soprattutto in campo medico (ma anche in altri settori).

In più, il rischio del collasso economico spinge molti leader (soprattutto populisti e nazionalisti) e riversare la colpa su nazioni rivali. E ancora: se oggi gli Stati Uniti si ritirano da trattati e organizzazioni internazionali, la Cina ne approfitta per tessere nuove relazioni, alimentando lo squilibrio. Le premesse, insomma, non ispirano fiducia.

Eppure, conclude Wolf, ci sono buone ragioni anche per evitare di intraprendere questa strada. Per esempio l’economia globale: anche se molto fragile, oggi è più integrata che mai. Di conseguenza anche i costi di una de-globalizzazione sarebbero i più alti di sempre.

Non solo: le armi a disposizione, rispetto all’inizio del XX secolo, hanno un potenziale distruttivo enorme. Nessuno, per capirsi, potrebbe intervenire per salvare la Cina e gli Stati Uniti da se stessi.

Serve piuttosto un alto livello di cooperazione internazionale, un’intesa globale per riuscire a proteggere e gestire le risorse e i beni comuni dell’umanità. Questa è la strada da seguire. Come sempre in questi casi, è anche la più difficile.

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