L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 11 maggio 2020

Euroimbecilandia esiste solo in funzione del Progetto Criminale dell'Euro è un atto di sano realismo prendere coscienza di ciò

L’Italia e l’Europa nella morsa di uno schiaccianoci

9 maggio 2020 


Il nuovo coronavirus (o la pandemia COVID 19), flagello mondiale che ha colto tutti di sorpresa, sta stravolgendo egli equilibri di potenza a livello mondiale talché tutti, grandi, medi e piccoli attori, stanno assumendo iniziative fuori dagli schemi consueti.

A tale riguardo, i soggetti internazionali più interessati sono tre: Russia, Cina e Stati Uniti che stanno riesaminando il vecchio equilibrio mondiale per porsi al centro di quello nuovo che si prospetta dopo il passaggio della pandemia.

Nella delineata ed accesa competizione, l’unica assente è l’Unione Europea la quale – da circa un decennio – si è posta al limite della rilevanza politico-strategica, con il conseguente rischio di essere dissolta da manovre a tenaglia che la stanno “recintando”.


La pandemia ha palesato la piena rilevanza alle contraddizioni interne dell’Unione che, non essendo una realtà «confederale» né «federale» – e soprattutto non dotata di una Costituzione rifiutata nel 2005 sia dall’Olanda sia dalla Francia – opera sulla base di un trattato tra Stati che però, assicura la governance, con metodi di funzionamento peculiari delle banche d’affari.

Tant’è che si sta discutendo su “MES si” (Meccanismo europeo di stabilità, detto anche Fondo salva-Stati) e “MES no”, sulla scarsa praticabilità della SURE (Sicuro – strumento contro la disoccupazione garantito da tutti gli Stati membri) e sulla necessità o meno di avvalersi di Coronabond o Recovery bond e per finire lo stop tedesco al Piano QE (acquisto dei titoli di stato attraverso il Quantitative Easing voluto da Mario Draghi) della BCE.

“Mentre a Roma si discute, Sagunto è espugnata.” Immersa in difficili discussioni, l’EU non si avvede che le sue contraddizioni interne sono al centro di manovre geopolitiche per provocarne l’implosione. Sono già in atto le speculazioni estorsive della criminalità organizzata verso il comparto turistico-alberghiero, ma sono ormai sotto le mire geo-strategiche e geopolitiche anche:
gli asset strutturali e le Piccole e Medie Imprese, il 93% delle strutture economiche europee nonché asse portante della propria economia. Tali strutture sono già state disastrate dall’adozione di un’economia finanziaria la quale speculando su tutto, ha favorito la delocalizzazione nonché pregiudicato l’economia reale e la sua correlata produttività. Ora si paventa che migliaia di PMI – circa il 50% – non sono in grado di riprendere l’attività produttiva e potrebbero essere fagocitate dalle Potenze e dalle finanze internazionali;
gli incessanti incrementi migratori che, non coerentemente ed unanimemente disciplinati, stanno provocando disagio sociale nella popolazione europea con conseguente ascesa di proteste populiste. La sicurezza dei confini europei è stata ormai travolta da un’ondata migratoria non controllata né gestita;
il ritardo nello sviluppo ed impiego di tecnologie cyber per contrastare e neutralizzare attacchi finalizzati ad attività di spionaggio, ingerenza, influenza e sottrazione di valute pregiate, già in atto da tempo ad opera di Russia, Cina, Corea del Nord ed Iran;
l’esasperata necessità di “protezione” e “sicurezza” – richiesta a gran voce dal popolo europeo – perché tutto è diventato incerto e irraggiungibile: sia il lavoro dei giovani sia la pensione per gli anziani, sia la sicurezza dei propri beni minacciati da bande criminali, sia la protezione delle cure in caso di malattia, sia la sicurezza ambientale e climatica sia la protezione dei risparmi in banca.

Una società gravemente dissestata ha l’esigenza di ancorarsi a forti valori, alle proprie radici e alla propria identità. Un albero senza radici si abbatte alle prime tempeste.

Tempeste già all’orizzonte perché non si è avvertito che:
nel 2019 la crescita dell’economia mondiale ha subìto una scarsa crescita rispetto al 2018 a causa della situazione geo-economica caratterizzata dalla “guerra dei dazi”;
nel 2020 su questa situazione si è innestata l’emergenza Covid 19 che sta determinando processi di de-globalizzazione e di contrazione delle filiere produttive.


In tale contesto l’introduzione di rigide misure di contenimento della pandemia ha provocato sia il blocco delle attività socio-economiche sia determinato interruzioni delle catene di valore globali.

Secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale alla fine del 2020 l’economia italiana si attesterà intorno al – 9,1% del Pil, quella della Grecia intorno al -10%, mentre la Gran Bretagna registrerà il -6.5%, la Germania il – 7%, la Francia il -7.2% e la Spagna il – 8%.

Quanto in precedenza espresso produrrà un’elevata competizione aziendale all’interno della UE che renderà pressoché impossibile continuare a promuovere la “solidarietà”.

Ma, a fronte di queste criticità, si rileva una contrazione del Pil cinese compresa tra l’1 e l’1,2% ed una russa intorno al 5%. Ragion per cui nonostante la pandemia, lo sviluppo di piani strategici – sia della Cina sia della Russia – è prevedibile che non subisca arresti.

La Cina ha avviato fin dal 2013 la Belt and Road Initiative (BRI), un complesso ed articolato progetto economico/strategico di sviluppo globale in corso di realizzazione. Il progetto cinese prevede l’esecuzione di infrastrutture portanti e l’impiego di investimenti in 152 Paesi – raggruppati anche in Organizzazioni Internazionali – in Asia, Europa, Africa, Medio Oriente e Americhe.


Tale progetto si articola nella costruzione di infrastrutture sistemiche, impiego di fondi sovrani e accordi commerciali finalizzati sia a favorire l’esportazione economica cinese sia ad estendere la propria area d’influenza dal Pacifico all’Atlantico, inglobando anche l’intera Africa.

Il citato programma prevede il potenziamento dei trasporti terrestri (Road) e lo sviluppo di trasporti marittimi (Belt) nell’Oceano Indiano, tali da dominare tutto l’Heartland dell’Eurasia ed impadronirsi del Rimland che lo costeggia. La progettualità è affiancata dallo sviluppo di una “super grid elettrica” necessaria per alimentare una “Digital silk road” indispensabile per controllare e gestire – tramite la cyber intelligence – la vasta area di sviluppo delle nuove vie della seta.

La congiunzione della Road e della Belt, in particolare, avviene in Europa ove si incontra con la progettualità russa di ingerenza ed influenza cibernetica.

Progettualità diretta a dare vita alle condizioni per lo sviluppo di forze centrifughe (populismo e proteste sociali) in grado di frammentare la risicata Unione Economica Europea, che dopo un settantennio eravamo riusciti a raggiungere.

In tal modo l’Unione Europea si colloca nell’incavo dello schiaccianoci che le due leve – russa e cinese – potranno annientare in un prossimo futuro qualora non si ricostituiscano le premesse per rafforzare quell’integrazione economica, sociale e politica sognata dai padri fondatori.


La pandemia – sia in Europa sia in Italia – si è tradotta nella perdita di liquidità per finanziare la ripresa e nel blocco della produzione. Ne consegue che sia l’Italia sia la UE sono esposte alle mire della speculazione di fondi sovrani esteri – in primis cinesi e russi – in “pole position” per inserirsi nelle maglie della crisi al fine di accaparrarsi asset strategici e PMI di rilevante interesse tecnologico.

Criticità che potrebbero essere superate rilanciando l’economia europea tramite politiche keynesiane e non finanziarie/speculative. Queste ultime sembrano gestite dal mondialismo – altrimenti detto internazionalismo di sinistra – diverso dall’internazionalismo proletario di marxista memoria.

Politiche avversate anche dal Presidente statunitense Donald Trump che, tra l’altro, avrebbe asserito di voler regolare il sistema finanziario internazionale. In tale contesto avrebbe voluto imporre tasse sulle operazioni ad alto rischio o, in alternativa, recuperare la legge Glass-Steagall, abrogata da Bill Clinton nel 1999, che prevedeva la separazione fra banche finanziarie e banche commerciali.

Ma ciò che avverrà sarà scritto nelle caotiche storie di un mondo in ebollizione, che finora non è riuscito a realizzare una formula per ritrovare stabilità e cooperazione tramortite e sconvolte da un semplice virus. In vista di orizzonti non troppo sereni soprattutto noi Italiani dovremo fare la nostra parte, rimboccandoci le maniche, perché non sarà sempre possibile farsi soccorrere altri.

Gli shock che subiremo dopo il passaggio della pandemia annunciano che vivremo in un mondo molto diverso. Solo se sapremo guardare al futuro con l’empatia della solidarietà e non col sortilegio degli egoismi, potremo evitare il fallimento del sogno europeo ed assistere alla sua rigenerazione. Quale sarà l’avvenire lo vedranno le future generazioni.

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