L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 22 maggio 2020

Euroimbecilandia non ha una banca centrale prestatore di ultima istanza. Il piccolo grande problema sta tutto lì

"La pantomima sulle condizionalità del MES e l’accesso ad altri fondi è semplicemente indecente". 
Intervista all'economista Marco Passarella
20 maggio 2020


di Francesco Fustaneo e Alessandro Pascale per Marx 21

Marco Veronese Passarella, 44 anni, veneto, è docente di economia presso l’Economics Division della Leeds University Business School. Fa parte della redazione di Economia e Politica ed è membro del gruppo Reteaching Economics. Lo abbiamo intervistato per la rivista Marx21 sull'attuale fase economica cercando di capire se dal suo punto di vista gli strumenti messi in campo dalle istituzioni europee siano o meno idonee per arginare la crisi, con un passaggio obbligato poi, sui trattati europei e sulle relazioni geopolitiche attuali e su possibili mutamenti di scenario.

- Professore, tutto il mondo si avvia verso una recessione economica che forse non ha precedenti: è possibile e auspicabile uscire da questa crisi restando all'interno di rapporti di produzione capitalistici? Se sì, quali strategie economiche e politiche può mettere in campo uno Stato come il nostro?

- Non so se sia possibile. Di certo non è auspicabile. E tuttavia non vi sono, al momento, segnali di un superamento imminente dei rapporti di produzione capitalistici. Dobbiamo giocoforza misurarci con un paese ed un contesto internazionale in cui il movimento operaio e le sue organizzazioni storiche o quello che ne rimane, sono in fase di arretramento. Nel caso italiano il problema è amplificato dai vincoli istituzionali e politici imposti dall’adesione all’Area Euro, che limitano drammaticamente le possibilità di intervento proprio quando l’economia viene colpita da shock esterni.

- Che cosa si può fare dunque?

- Credo che la priorità dovrebbe essere la messa in sicurezza dei luoghi di lavoro e la protezione dei lavoratori. È infatti evidente che l’alto livello di debito pubblico, in assenza di una banca centrale che lo garantisca illimitatamente, fa sì che il paese semplicemente non possa permettersi una chiusura delle attività economiche protratta nel tempo. D’altra parte, è altrettanto evidente che in alcune regioni italiane la produzione non si sia mai davvero fermata, mettendo a rischio centinaia di migliaia di lavoratori e le loro famiglie, come se già non bastassero le “normali” morti sul lavoro. Per questo è fondamentale abbattere le probabilità di contagio attraverso tamponi, mascherine ed altri dispositivi di sicurezza, oltre ovviamente a maggiori investimenti nel sistema sanitario e nella ricerca. Bisogna inoltre attuare un’estensione e rafforzamento delle misure di sostegno di chi perde il lavoro o è costretto a chiudere la propria piccola attività. L’ideale sarebbe affiancare e sostituire progressivamente il reddito di cittadinanza con un piano per il pieno impiego, ma qui rischiamo di entrare nel regno dei sogni. In ogni caso, le risorse necessarie vanno reperite in tempi rapidi, affidandosi alla copertura accordata dalla Banca Centrale Europea e attraverso tassazione di redditi elevati e patrimoni. Questo secondo aspetto è importante perché non possiamo sapere per quanto a lungo la Banca Centrale Europea potrà continuare con il proprio piano di acquisti differenziati di titoli di Stato.

- Nella crisi in corso ritiene adeguati gli strumenti messi a disposizione dalle istituzioni europee?

- Adeguati? La pantomima sulle condizionalità del MES e l’accesso ad altri fondi è semplicemente indecente. Sarebbe bastato che la banca centrale avesse dichiarato che per far fronte alla crisi, era disposta a procedere con acquisti illimitati ed incondizionati di titoli per mettere la museruola alla speculazione e far risparmiare decine di miliardi di interessi all’Italia e agli altri paesi periferici. In subordine, anche un piano di emissione di titoli sottoscritti da tutti i paesi dell’unione monetaria e garantiti dalla Banca Centrale Europea, i c.d. Eurobond, avrebbe potuto sortire gli effetti desiderati, sia pure in tempi meni rapidi e con maggiori difficoltà tecniche. E invece si continua a giocare con acronimi e tecnicismi che servono semplicemente a mettere in chiaro che la crisi, per i capitali del Nord Europa (e i loro governi), è semplicemente l’ennesima occasione per stabilire un vantaggio sui concorrenti e rafforzare il proprio dominio commerciale e finanziario nell’area. Altro che aiuto e solidarietà europei! Vedete, il problema del MES non è solo e tanto quali condizioni siano imposte a chi vi faccia ricorso. Il problema è che l’esistenza stessa del MES è la prova provata che ai paesi membri dell’Area Euro non è accordata alcuna copertura illimitata e incondizionata. È la prova provata che quei paesi possono fallire e magari essere spinti ad uscire dall’Area Euro (è questo che segnala lo spread). È, insomma, la prova provata che il progetto di integrazione europeo è basato sulla competizione aggressiva con il vicino, non sulla cooperazione. Che, insomma, quel progetto è la continuazione dei conflitti che hanno lacerato il continente europeo con altri mezzi, non la loro fine.

- In questa fase è sostenibile e conveniente sostenere un'uscita dalla gabbia europea e lo stralcio unilaterale dei trattati?

- Sostenibile non lo so. Sul conveniente dobbiamo intenderci. Una volta che un paese consegna le chiavi della propria banca centrale ad un ente terzo, si mette in una condizione di vulnerabilità estrema. Per poter limitare gli effetti negativi dovuti all’incertezza e alle difficoltà tecniche che accompagnerebbero la fase di transizione e poi l’uscita dalla moneta unica, la Banca d’Italia dovrebbe operare di concerto con la Banca Centrale Europea (e le altre maggiori banche centrali mondiali) per favorire un riallineamento morbido della nuova valuta e la stabilità delle attività finanziarie oggetto di ridenominazione. Lo stesso sistema dei pagamenti bancari rischierebbe di collassare senza un intervento coordinato. Bisognerebbe poi lavorare congiuntamente alla revisione degli accordi di scambio, giacché l’uscita dall’Area Euro si accompagnerebbe verosimilmente alla fine della permanenza nell’Unione Europea. Il problema è che questa collaborazione tra istituzioni nazionali e internazionali è, in tutta evidenza, del tutto irrealistica in un contesto di scontro frontale con le istituzioni europee. D’altra parte, un’uscita non concordata sarebbe un salto nel vuoto, dalle conseguenze economiche potenzialmente disastrose nel breve periodo (anche per via delle prevedibili ritorsioni dei paesi del Nord Europa), sebbene credo, vi sarebbero buone prospettive di ripresa nel medio periodo. Ecco perché non mi sento di indicare l’uscita dall’euro come la soluzione alla crisi corrente e alla crisi del debito che ci attende di qui a pochi mesi se la BCE dovesse essere costretta a ridurre la propria azione di copertura. Semmai l’abbandono della valuta unica potrebbe diventare inevitabile proprio a seguito dell’insostenibilità del debito pubblico italiano (nel contesto delle regole europee). Per questo è importante avere pronto un piano di uscita. Ma dobbiamo essere coscienti che i rapporti di forza non volgono a favore delle forze progressiste. Il rischio è che l’uscita, come d’altra parte l’ingresso e la permanenza nell’Area Euro, la paghino soprattutto i lavoratori. Insomma, soluzioni facili non ve ne sono.

- Guardando all'evoluzione geopolitica internazionale, per l'Italia è più conveniente restare ancorati al blocco atlantico, ossia all'alleanza con gli USA, oppure intensificare le proprie relazioni con la Cina? Si dà per scontato che le due cose siano in antitesi, oppure non è così?

- Sicuramente bisogna intensificare le relazioni con la Cina, non soltanto quelle economiche, ma anche quelle politiche. D’altra parte, se davvero si pensa che la rottura con l’Area Euro sia una possibilità, è necessario mantenere un rapporto relativamente disteso anche con gli Stati Uniti (e la Gran Bretagna). I due aspetti non sono necessariamente incompatibili, ma certo la vicinanza a Washington è un’arma a doppio taglio. Non soltanto perché questo significa accettare di partecipare alle avventure militari statunitensi, ma anche perché non va mai dimenticato che l’Unione Europea è parte integrante del dispositivo di difesa atlantico. Insomma, se gli Stati Uniti vedrebbero indubbiamente di buon occhio ogni fattore di contenimento dei tentativi di espansione tedesca e di ridimensionamento delle ambizioni imperialistiche francesi, questo vale solo finché non si metta in discussione la cornice atlantica. Ecco perché una strategia a geometrie variabili (che coinvolga anche altre potenze regionali) è l’unica, peraltro rischiosissima, opzione per il nostro paese. Resta il fatto che non si intravede, al momento, alcun movimento organizzato che abbia la forza di imporre questi temi al dibattito pubblico, né, tanto meno, una classe dirigente che sia in grado di raccoglierli e tradurli in proposta politica. Qui sta il paradosso: in un mondo attraversato da crisi economiche, sociali ed ambientali sempre più acute, le condizioni oggettive potrebbero presto aprire spazi di cambiamento radicale del sistema. Eppure in Italia e in Europa in genere, il richiamo che le due destre (quella universalista astratta, che vorrebbe esportare i diritti sui caccia bombardieri del grande capitale transnazionale, e quella particolarista, che alimenta la guerra tra disperati a solo vantaggio del piccolo capitale nazionale reazionario) esercitano su ciò che rimane della sinistra operaia, rischia di farci arrivare all’appuntamento totalmente impreparati.

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