L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 10 maggio 2020

Fake news del Corriere della Sera, le condizioni ci sono eccome. Il M5S è un falso ideologico, il Recovery Fund è il dito la luna è che la Bce diventi banca centrale prestatore di ultima istanza

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Mes, pronti 36 miliardi per la sanità. Ma serve il voto del Parlamento

di Enrico Marro 08 mag 2020


A prima vista, l’accordo nell’Eurogruppo per mettere a disposizione degli Stati prestiti decennali fino al 2% del Pil, che per l’Italia significa più di 36 miliardi, a un tasso prossimo allo zero e alla sola condizione che vengano spesi per voci direttamente o indirettamente legate alla pandemia, dovrebbe essere una buona notizia. Se non altro perché più strumenti a disposizione ci sono, meglio è. E invece l’intesa, a giudicare dalle opposte reazioni nella maggioranza, rischia di diventare da noi una notizia che, anziché aiutare, complica la situazione, mettendo a rischio perfino la tenuta del governo. Tanto per cominciare, si deve osservare una certa divaricazione tra Palazzo Chigi e il ministero dell’Economia, che è in mano al Pd. Il ministro, Roberto Gualtieri, sottolinea, con un’analisi apparentemente solo tecnica, tutti i vantaggi della soluzione raggiunta nell’Eurogruppo. Il viceministro, Antonio Misiani, non nasconde la sua esultanza. Il premier, Giuseppe Conte, invece, frena e rispecchia nei suoi commenti la freddezza del Movimento 5 Stelle verso questo strumento ritenuto più dannoso che conveniente.

Il sogno del Recovery Fund

Il fatto è che questi contrasti non possono essere derubricati a polemiche senza conseguenze, perché se c’è un punto fermo, ribadito dallo stesso Conte nelle aule della Camera e del Senato, è che, se il governo decidesse di chiedere il prestito al Mes, lo farebbe solo dopo aver ricevuto il via libera del Parlamento. Un passaggio a questo punto delicatissimo. Per evitare incidenti Conte avrebbe bisogno di far decantare la situazione. Del resto, la linea di credito sarà disponibile dal prossimo primo giugno e fino alla fine del 2022. L’italia, quindi, potrebbe benissimo aspettare. Magari nel frattempo accedere ai prestiti anche questi europei del Sure (fondo anti disoccupazione) ma sul quale non ci sono opposizioni nella maggioranza e alla liquidità che metterà a disposizione la Banca europea degli investimenti. E sperare che vada in porto il Recovery Fund da 1.500 miliardi e che soprattutto contenga i tanto agognati trasferimenti a fondo perduto. Ma anche fosse, essi non arriverebbero prima del 2021. Possiamo resistere tanto a lungo senza il Mes? Dipende dalla capacità del debito pubblico di finanziarsi sui mercati. Cioè dal rating, dallo spread, dal sostegno della Bce, messo ora in discussione dalla Corte costituzionale tedesca. Molte variabili, in un quadro politico instabile.

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