L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 18 maggio 2020

Fake news la televisione ne sparge a manciate. Non siamo sulla stessa barca.

NON SIAMO TUTTI SULLA STESSA BARCA: CHI PAGA LA PANDEMIA

Pubblicato 17/05/2020
DI ALBERTO NEGRI
Il mondo, dopo la pandemia, non sarà più lo stesso, sostenevano sui giornali fino a qualche settimana fa. Il mondo, per ora, sarà semplicemente come quello di prima ma in peggio. Persi 200 milioni di posti di lavoro a tempo pieno. Per gli stati una montagna di debiti.

Il mondo, dopo la pandemia, non sarà più lo stesso, sostenevano sui giornali fino a qualche settimana fa. Il mondo, per ora, sarà semplicemente come quello di prima ma in peggio.
Via via che impallidisce l’insopportabile retorica dei giornali italiani e si passa alla fase due, dalla crisi epidemica a quella economica, ci si accorge di una brutale realtà: non siamo per niente “tutti sulla stessa barca” come insistevano in televisione. Con la pandemia stanno esplodendo invece le differenze sociali. Come osserva il filosofo sloveno Slavoj Zizek, sul gradino più basso ci sono le persone più misere, dai rifugiati ai profughi, gli stranieri che vengono dall’Africa o dal Medio Oriente, poi seguono gli altri, i poveri di casa nostra, quelli che non hanno lavoro, con occupazioni precarie e malpagate.
Ma in queste settimane abbiamo assistito a una retorica melensa che tendeva a mettere tutti sullo stesso piano giusto per far digerire meglio le necessarie misure di lockdown.
In realtà si è innescata una crisi senza precedenti e che non assomiglia a nessun’altra situazione nella storia del capitalismo. E adesso che la minaccia delle pandemia si sta attenuando emerge progressivamente la domanda cruciale: chi pagherà la crisi del Covid-19?
La crisi deriva essenzialmente dalle decisioni che hanno portato al blocco improvviso di interi settori dell’apparato produttivo. Ed ecco alcune conseguenze.
Secondo l’Organizzazione internazionale del Lavoro (Oil), 1,25 miliardi di lavoratori, che rappresentano il 38% della manodopera mondiale, sono occupati in settori costretti oggi a far fronte a una grave riduzione della produzione e delle attività. Tra i settori chiave si trovano il commercio al dettaglio, il settore alberghiero, della ristorazione, il turismo ma anche il comparto manifatturiero.
Si possono fare già alcune valutazioni non proprio incoraggianti. La riduzione delle ore lavorate nel mondo sarebbe, secondo l’Oil, pari al 6,7% nel secondo trimestre 2020: una perdita equivalente a circa 200milioni di posti di lavoro a tempo pieno.
Secondo uno studio pubblicato dalle Nazioni Unite _ Stime sull’impatto del Covid-19 sulla povertà globale _ questa crisi farà precipitare 500 milioni di persone nella povertà a causa della riduzione delle attività e della perdita del posto di lavoro.
Chi pagherà allora questa crisi? Siamo già al presente: stanno pagando milioni di persone con la perdita di reddito e posti di lavoro che si sono volatilizzati. Sono coinvolti milioni di immigrati che non hanno più rimesse da mandare a casa in Africa o in Asia, con un crollo del livello di vita di decine di milioni di famiglie. La povertà parte da qui ma arriva lontano.
Questo è solo un aspetto della situazione. Su Le Monde Diplomatique l’economista Laurent Cordonnier dell’Università di Lille, prevede una colossale crisi di indebitamento pubblico. Nel tentativo di rimettere insieme i cocci di un’economia in frantumi ci si trova immediatamente ad arrampicare affannosamente tra le montagne di debito pubblico che gli Stati e i sistemi di sicurezza sociale stanno accumulando per ammortizzare i danni e le sofferenze causate dal crollo della produzione di beni e servizi.
In tutto il mondo vengono concesse alle imprese dilazioni sulle spese fiscali e sociali e si introducono o si rafforzano misure di sostegno alle famiglie assegnando redditi sostitutivi sotto forma di indennità di disoccupazione. E’ quasi scontato che si dovranno operare ricapitalizzazioni delle imprese e nazionalizzazioni per salvare le aziende in difficoltà a causa della prevedibile crescita del loro indebitamento. All’orizzonte si profilano sonori fallimenti.
In uno studio premonitore dell’ottobre 2019, che simulava una recessione mondiale dell’ordine del 4% del Pil annuale, il Fondo monetario internazionale (Fmi) stimava che l’ammontare globale dei debiti di impresa definiti “rischiosi” sarebbe brutalmente aumentato di 19mila miliardi di dollari(!7mika miliardi di euro), per arrivare al 40% dei debiti delle società private nel 2021.
I calcoli sono già da rifare perché le perdite di produzione stimate per la crisi da Covid-19 sono già due volte più elevate rispetto a questo scenario catastrofico dell’Fmi contenuto nello studio intitolato, per chi avesse la curiosità di leggerselo, “Global Financial Stability Report”.
Gli Stati dunque usciranno dalla crisi molto più indebitati di qualche mese fa. Per ora i mercati tengono e i tassi di interesse restano bassi. Ma soprattutto tiene l’ombrello aperto dalla Banca centrale europea da Mario Draghi nel 2012 con la famosa dichiarazione “faremo tutto il necessario per salvare la zona euro”. Il fatto che la Bce oggi sia pronta ad acquistare sui mercati dei capitali tutti i debiti sovrani che fossero bersaglio di vendite eccessive potrebbe forse bastare. Ma a un patto: che il panico non si impadronisca degli attori finanziari (fondi pensione e di investimento) che gestiscono i risparmi di famiglie e delle imprese. Se dovesse accadere questo ci accorgeremo sempre di più che non siamo per niente sulla “stessa barca”.

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