L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 19 maggio 2020

la Bundesbank deve, dopo tre mesi, interrompere la sua partecipazione al quantitive easing iniziato nel 2015 salvo che la Bce non soddisfi la richiesta della Corte di dare conto della proporzionalità del programma e del rispetto dei limiti assegnati ai suoi poteri

Forse non avete colto la gravità della sentenza tedesca sulla Bce

Stefano Morri 18 maggio 2020 Economia

Quello che furono le tesi di Lutero per l’ecumene cristiano, il verdetto della Corte costituzionale di Karlsruhe sul quantitative easing può esserlo per l’Unione. Grosso errore continuare a minimizzare


Quando Martin Lutero, il frate agostiniano, affisse al portone della chiesa di Ognissanti di Wittenberg le sue 95 tesi, nessuno, né a Roma né in Germania, avrebbe pensato che da lì sarebbe scaturita la scissione dell’ecumene cristiano europeo e uno dei movimenti più imponenti della storia moderna.

Eppure accadde.

Saranno capaci di tanto anche le oltre 110 pagine, fitte di un complesso lessico giuridico, come solo i tedeschi sanno averlo, della sentenza del 5 maggio della Bundesverfassungsgericht, la Corte costituzionale tedesca, affisse sui portoni della politica europea?

Ora come allora è in gioco un meccanismo gigantesco, che tiene unita l’Europa. Ora come allora la divisione non corre solo tra la Germania e il resto del continente, ma dentro la Germania. Infatti Lutero si scagliò certo contro papa Leone X ma anche – profezia della guerra tedesca che sarà nel secolo dopo, detta dei Trent’anni – contro un altro tedesco, anzi un sassone come lui, il domenicano Johann Tetzel, che predicava la romana vendita di indulgenze come viatico per andare in paradiso; così come oggi Ursula von der Leyen, la teutonica presidente della Commissione europea, si scaglia contro Andreas Vosskuhle, il presidente della Corte di Karlsruhe, che si dice stia andando in pensione, minacciando addirittura di aprire una procedura di infrazione contro la Germania a causa di questa sentenza.

Ma qual è il suo contenuto?

Intanto, un dato preliminare. A differenza che in Italia, dove il ricorso alla Corte costituzionale non è possibile per il singolo cittadino, ma solo con la mediazione del giudice, in Germania esiste l’istituto del ricorso diretto di “chiunque” ritenga di essere stato leso da una pubblica autorità in uno dei suoi diritti fondamentali. Quindi, se in Italia la “porta” al giudizio di costituzionalità è presidiata da un giudice, che deve valutare la non manifesta infondatezza della questione posta, in Germania essa è varcabile liberamente dai cittadini. Differenza, lo si capisce, non da poco, perché la Suprema Corte può essere compulsata dal popolo senza passare attraverso il filtro – troppo spesso molto fitto – della giurisdizione.

E cosa lamentavano nella specie i ricorrenti, un gruppo di cittadini tedeschi?

Che il loro governo, quello di Angela Merkel, e il loro parlamento, non avessero esercitato il proprio potere, che “emana dal popolo”, per verificare se le decisioni assunte dalla Banca centrale europea il 4 marzo 2015 sotto la presidenza di Mario Draghi in materia di quantitative easing fossero coerenti con il “principio di proporzionalità”, cioè con quella regola dell’agire delle istituzioni che vuole che ogni atto sia coerente con lo scopo, e non lo ecceda. Insomma, un giudizio di misura tra fini e mezzi.

Problema maledettamente interessante, reso ancora di più acuto dalla circostanza che sull’argomento era già intervenuta una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione Europea, resa l’11 dicembre 2018, che aveva invece dichiarato che quel programma della Bce era perfettamente legittimo.

E quindi?

Quindi non era solo in gioco la sacralità delle decisioni della Bce ma anche l’autorità della Corte di giustizia.

Penso che i lettori sappiano cos’è il quantitive easing. È una manovra della banca centrale tesa a dare liquidità al sistema attraverso l’acquisto di titoli di Stato. Esso, in un contesto di tensione dei mercati finanziari, è servito ad aiutare le economie di alcuni paesi dell’eurozona, tra essi il nostro, a reggere la crisi scatenatasi dopo il crack Lehman. Va detto che questa manovra impegna non solo l’istituto di Francoforte ma anche le banche centrali dell’area dell’euro, secondo le loro quote di partecipazione al capitale sociale della Bce. La parte del leone la fa così la Bundesbank che della Bce ha circa il 20 per cento (la Banca d’Italia ne ha circa un 12 per cento). Bloccare la Bundesbank vuol dire perciò bloccare il quantitive easing.

I cittadini ricorrenti tedeschi sostenevano che quel programma avesse violato il divieto della Bce di finanziare i debiti pubblici nazionali (art. 123 del Trattato per il funzionamento dell’Unione Europea o Tfue) e il principio di attribuzione dei poteri delle istituzioni comunitarie (art. 5, comma 1, del Trattato dell’Unione Europea in combinato con gli artt. 119 e 127 e ss. del Tfue) in quanto con lo stampare moneta avrebbe creato effetti rilevanti sulla politica economica, che è invece di competenza degli Stati membri.

Ad esempio, riconoscono i giudici, il quantitive easing riduce i rendimenti del risparmio privato, tenendo i tassi di interesse artificialmente bassi e danneggiando i risparmiatori. Incide sulla concorrenza, rendendo più facile la vita delle imprese non efficienti. Se poi il programma continua nel tempo e si espande in dimensione, crea dipendenza delle banche centrali dell’eurosistema dalle politiche degli Stati membri e non è più interrompibile senza che venga compromessa la stabilità dell’unione monetaria (la Corte tedesca al riguardo fa presente che il volume di titoli nei portafogli dell’eurosistema ha raggiunto la dimensione non trascurabile di 2,5 triliardi).

Ora, si legge nella decisione, la Bce non può disporre una manovra di questa portata senza esaminarne gli effetti complessivi. E nel farlo deve usare il metro della proporzionalità, cioè deve capire fino a che punto a sua è solo politica monetaria o se invece da un certo punto in poi diviene anche politica fiscale ed economica, invadendo così lo spazio dei poteri nazionali.

La Corte non si spinge fino a dire che gli atti della Bce sono illegittimi. Sarebbe stato troppo. Ma constata che non vi è evidenza che lo siano. Il che è abbastanza.

Non solo, essa esamina la sentenza della Corte di giustizia dell’11 dicembre 2018 censurandola – la definisce, trattenete il fiato, “incomprensibile”!. Ritiene infatti che tale Corte abbia commesso un errore di giudizio essendosi semplicemente posta il problema se la Bce abbia compiuto o no un “manifesto” errore di valutazione, senza interrogarsi sul tema della proporzionalità del suo intervento e quindi della violazione dei limiti del suo potere. Di fronte a tale clamoroso difetto, la Corte tedesca non può sentirsi vincolata dalla decisione dei togati del Lussemburgo ed è pertanto legittimata a svolgere il proprio esame. Ciò non per mancanza di rispetto del ruolo della Corte di giustizia come interprete dei trattati europei, ma per evitare che la mancata osservanza di corrette regole di giudizio finisca per legittimare indebite invasioni delle istituzioni comunitarie in campi che non sono loro.

La Corte tedesca infatti ricorda, con un linguaggio non certo gentile, che la costruzione europea nasce da un trattato tra Stati. E gli Stati sono “i padroni dei trattati”.

Molto significativo infine quanto la sentenza affermi circa la compatibilità del programma di quantitative easing con il divieto contenuto nell’art. 123 del Tfue, che, come detto, vieta alla Bce di fare credito agli Stati. Qui la Corte si limita a dire che non è verificabile la palese violazione di tale norma. Ma inserisce nel suo discorso un “per ora” assai minaccioso.

Aggiunge poi una lista di criteri in base ai quali non ritiene sussistere “una manifesta elusione del divieto di finanziamento” agli Stati, tra questi inserendo il fatto che gli acquisti avvengano secondo la “chiave” del capitale della Bce, cioè in funzione della quota di partecipazione di ogni banca centrale nazionale nella Bce stessa. Esattamente il requisito che manca al quantitative easing in versione Covid, il Pepp, che vorrebbe esser libero di agire in misura non vincolata alle quote che i diversi Stati membri hanno nella Bce, per sovvenire più quelli che stan peggio rispetto a quelli che stan meglio.

La conclusione della sentenza è tremenda: la Bundesbank deve, dopo tre mesi, interrompere la sua partecipazione al quantitive easing iniziato nel 2015 salvo che la Bce non soddisfi la richiesta della Corte di dare conto della proporzionalità del programma e del rispetto dei limiti assegnati ai suoi poteri.

Questo il sunto. Ed ora?

Iniziamo a notare che l’importanza di questo arresto, il fatto che rappresenti un brusco tratto di briglie delle élite comunitarie, ci è segnalata da due reazioni.

Quella, già accennata, della Commissione europea, che minaccia la procedura di infrazione contro la Germania. E, di più, quella della Corte di giustizia, che non si trattiene dal commentare, extra ordinem, il verdetto tedesco, fragorosamente dichiarando che «solo la Corte di giustizia europea, istituita a tal fine dagli Stati membri, è competente a constatare che un atto di un’istituzione dell’Unione è contrario al diritto dell’Unione».

La verità è che la Corte di Karlsruhe, che ha sì emesso un lodo politico ma non è usa a parlare a vanvera sul piano giuridico, ha posto le istituzioni europee con le spalle al muro. O trovate un nuovo assetto istituzionale, andando verso un’Europa più federale, o la smettere di usare la Bce come il commodus discessus della vostra impotenza.

In tal modo facendo capire che sa di economia molto più di tanti economisti. Sa cioè quello che disse Draghi prima di terminare il suo mandato: la politica monetaria da sola non basta, ci vuole quella fiscale.

E qual è la politica fiscale? Ad esempio gli eurobond, gli strumenti di finanziamento europei, cioè garantiti da tutti gli Stati per usi comunitari. Gli eurobond e non la moneta stampata dalla banca centrale finanzierebbero i debiti pubblici nazionali, comportando un aumento dei tassi di interesse e quindi una giusta mercede per i risparmiatori, solidi titoli in cui le banche potrebbero collocare i loro attivi, una circolazione della ricchezza dal centro alla periferia del sistema.

Ma questo richiederebbe la comunitarizzazione dei debiti. Richiederebbe ammettere che in un’area valutaria unica chi guadagna (i paesi del Nord) non può prendere solo la polpa ma deve condividere anche l’osso, sovvenendo i paesi che ci perdono (quelli del Sud). Vedi quanto predicato da Robert Mundell – premio Nobel dell’economia – sull’Oca, l’optimal currency area, e da me descritto in altro articolo su queste colonne.

Esattamente quello che i cittadini ricorrenti alla Corte di Karlsruhe non vogliono. E con loro una quota non irrilevante della società tedesca.

E si capisce che, dopo aver richiamato all’ordine le anime belle che pensavano una Unione Europea al di sopra degli Stati, la pistola dell’ordine costituzionale tedesco è stata caricata. E non a salve. Perché per quanto strilli la Von der Leyen o la Corte di giustizia, la Bundesbank deve obbedire alla Corte costituzionale e non alla Bce.

Impressiona come tanti minimizzino, ad esempio dicendo che la sentenza non riguarda il quantitive easing da Covid. Come i contemporanei di Lutero forse pensano che le sue pagine siano il flatus vocis di qualche bizzarro giureconsulto con la toga rossa, o addirittura il calcio dell’asino di un presidente che sta andando in pensione (per quanto non risultino dissenting opinion). «Sopire, troncare… troncare, sopire», disse il Conte Zio al Padre Reverendo dei Cappuccini nel famoso passo del Manzoni. Si illudono che minimizzando calerà l’oblio sulla sentenza, complice magari un nuovo presidente a Karlsruhe. E l’azione della parte responsabile della politica tedesca, in mano ai moderati europeisti, riprenderà indisturbata il suo corso.

In verità a me sembra che la posizione della Corte, che – lo ripeto – si colloca prepotentemente nel campo della politica, nasconda non solo un impeto, non solo un sentimento popolare, ma anche un calcolo strategico formidabile. La Germania ha molto guadagnato dall’euro. Ora i nodi son giunti al pettine. O si fa l’Europa federale, o si rompe il giocattolo della moneta unica. Ma fare l’Europa federale vuol dire farsi carico degli altri. Ecco allora che una certa matematica può fare pensare che convenga ridurre il campo d’azione della moneta unica ai paesi tradizionalmente germanofili più la Francia e lasciare al loro destino le “cicale” del Sud.

Matematica un po’ miope, perché senza i paesi del Sud l’euro del Nord (il Neuro…) si apprezzerebbe e porterebbe a un calo delle esportazioni, motore dell’industria germanica. Per non dire della riduzione del mercato accessibile ai manufatti tedeschi e della temibile concorrenza dell’industria italiana. E oltre, e forse soprattutto, della probabile reazione degli Usa – che, ricordiamolo, imposero l’euro alle nazioni europee per avvincere la nascente Germania unita – alla nascita di una possente aggregazione geopolitica germanica nel cuore dell’Europa continentale, pronta a mettersi in proprio in politica estera, flirtando liberamente con la Russia e con la Cina nella costruzione del tanto agognato blocco euroasiatico, incubo della talassocrazia americana.

Ma saprà lo spirito tedesco, il famoso Volksgeist che “tanti lutti addusse agli Achei”, non farsi sedurre da questa matematica? Saprà evitare il salto nel buio del divorzio della Germania dal suo destino europeo? Lo diranno gli storici del futuro.

Per l’intanto, però, sarebbe bene che a Roma si fosse un po’ più preoccupati e previdenti di quanto lo furono i papi dei primi anni della Riforma protestante.

Foto Ansa

Nessun commento:

Posta un commento