L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 24 maggio 2020

La nascita della televisione commerciale ci ha sommerso e ci sommerge di spazzatura e il covid-19 l'ha confermato

Bugie televisive

24 maggio 2020

Le notizie sono una cosa seria.

(Annuncio televisivo pubblico per contrastare i FAKE.)

Dal crollo del Muro non vedevo la televisione italiana. Con la pandemia, ho recuperato trent’anni in trenta giorni. La TV resta il più usato mezzo di informazione: vederne troppa è una tipica patologia di oggi. Ma anche vederne troppo poca, come ho fatto, è sbagliato: simile al non votare per poi lamentarsi dei politici. 

Stampa, televisione, internet: invenzioni il cui uso regala conoscenza e il cui abuso distribuisce barbarie. Massificandosi, poi seguendo interessi commerciali e politici anziché culturali, l’informazione degenera. È un fenomeno mondiale. Dunque è inutile lamentare che avvenga in Italia? No: perché in Italia avviene in modo più rapido e più completo che altrove. Il rendimento calante dei mezzi di comunicazione si associa alla cattiva resa dell’economia e della politica italiana, in un circolo vizioso che spinge il paese sempre più in basso: non solo verso cifre negative, ma verso una autostima collettiva di segno negativo.

Ripassiamo le principali tappe riguardanti la pandemia da Covid 19. 

Bill Gates, a lungo l’uomo più ricco del mondo, dedica gran parte del suo patrimonio a una fondazione che combatte le epidemie: nel 2015 diffonde un TED Talk che descrive una possibile pandemia, anticipando “profeticamente” quella odierna e valutandone perfino i costi. Insomma, la persona con più mezzi al mondo usa il canale di informazione più diffuso, accessibile e gratuito per mobilitare provvedimenti. Nel 2018 R&D Blueprint, gruppo di scienziati legato alla Organizzazione Mondiale Sanità, prevede una nuova epidemia che proverrà dal passaggio all’uomo di virus animale (zoonotica), provvisoriamente chiamata Malattia X. La OMS avverte gli stati che non sarà sufficiente reagire dopo il suo arrivo: è necessaria una prevenzione. Qualche paese fa programmi, altri meno: ma nessuno si prepara veramente. Come dice Freud: tutti sanno che esiste la morte, ma pensano sempre che sia la morte degli altri (il NEXT BIG ONE era atteso da chi studia i virus).

Nel dicembre 2019 l’epidemia esplode in Cina, dove viene inizialmente negata. L’Europa non possiede organi di Sanità, solo una Agenzia per la Prevenzione e il Controllo. Questa il 26 gennaio 2020 classifica il rischio epidemico come “elevato”: “molto elevato” nel caso in cui non si adottino misure di prevenzione, controllo e contenimento. Il 31 i primi due casi dell’Italia vengono diagnosticati a Roma. A febbraio esplodono focolai in Lombardia meridionale e nel padovano. Le zone vengono poste in isolamento, ma presto si rende necessaria la sua estensione a tutta la Lombardia e a 14 province settentrionali. Il 27.2 Peter Daszak, di R&D Blueprint, scrive sul New York Times che la Malattia X è arrivata. Il 9 marzo un decreto estende l’isolamento a tutta Italia. L’11 marzo la OMS dichiara la pandemia. Il 23, nel New York Times l’articolo centrale di prima pagina è dedicato all’Italia: Virus fed on complacency (Un virus alimentato dal compiacimento: frase non facile da tradurre perché in inglese la parola complacency è usata molto nel senso di auto-compiacimento). Gli autori rilevano errori e contraddittorietà di messaggi in una prima fase, ma riconoscono che si è presa una giusta strada. “Le autorità hanno seguito la traiettoria letale del virus, ma sempre in ritardo”.

I media si concentrano sulla pandemia. Nei quotidiani italiani, l’approfondimento di inchieste e interviste è limitato, ma difficilmente ingannatore. Nella televisione, sia pubblica che privata, si nota invece una frequente inversione della funzione originaria. Il giornalista o moderatore, che dovrebbe informare il pubblico, dipende dall’orientamento di questo; o delle personalità che ha invitato a un dialogo: le quali, di solito, lo condividono in partenza. Si chiude così un circolo vizioso di conferma reciproca, che sostituisce la ricerca di nuove fonti. Insomma, anche qui troviamo quel “compiacimento” di élites ristrette e immeritevoli di esserlo, che spesso altri paesi attribuiscono agli italiani. Una fatuità che nella maggior parte dei casi si limita a essere frivola, al massimo irritante, ma che in circostanze come una pandemia può avere conseguenze gravi.

Notiamo che questo bisogno di trovarsi d’accordo sembra avvenire prevalentemente in buona fede, sotto la pressione non tanto di una linea ideologica, quanto di un intreccio tra conformismo e ansia individuale del giornalista. Quindi è di più difficile soluzione: l’errore consapevole si corregge, la disonestà a volte si redime, ma un’insicurezza ha origini ben più profonde. L’atteggiamento, infatti, porta risultati simili sia nei canali privati (prevalentemente di destra) sia in quelli pubblici (moderatamente di sinistra, almeno il 3° programma). Di fronte allo sfacelo della sanità lombarda – che contiene alcune eccellenze addirittura europee – i conduttori sospendono il tema pandemia e pongono (ad altri giornalisti, o politici, o cittadini) una domanda sulla Costituzione: Lei non pensa che si sia commesso un errore togliendo la Sanità allo Stato per attribuirla alle Regioni? 

Questa formulazione porterebbe alla bocciatura degli iscritti a una scuola di psicoterapia: figuriamoci di giornalismo. Se vuoi conoscere quello che l’interlocutore ha dentro, rivolgigli domande il più possibile neutre. Se suggerisci già una risposta, difficilmente saprai la verità. Questa “imbeccatura” ideologica è, purtroppo, particolarmente evidente nelle TV di Stato, dove forse riecheggia vecchi rancori sulla regionalizzazione. Lo è di meno in quelli privati, legati al governo di centro-destra che l’aveva istituita.

La bocciatura non va però limitata alla “tecnica interrogatoria”, ma estesa alla competenza. L’11 aprile, uno dei servizi Reality Check (Controllo dei Fatti) della BBC (considerata la TV più attendibile del mondo perché non fa solo annunci contro la falsificazione ma la smaschera: www.bbc.com/news/health-52234061) titola: Coronavirus: Cosa il Regno Unito può imparare dalla Germania? Spiega che il successo della Germania nel combattere la pandemia (numero di morti finora sorprendentemente basso) va attribuito all’immediato e vasto impiego di test (oltre 100.000 al giorno già in fasi precoci). Questo, a sua volta, risale a 2 ragioni: un maggiore finanziamento (11,1% del bilancio pubblico tedesco, contro 9,7 nel Regno Unito e 8,8 in Italia) e “il sistema politico federale, che ha tolto allo Stato gran parte del sistema sanitario – inclusi i test – e lo ha decentrato nei singoli Länder e a enti ancor più locali”. Già il 12 aprile, la BBC torna sul tema, diffondendo una video intervista a Jeremy Farrar. Lo scienziato, consulente del governo inglese, dice di esser stato interpellato anche dalla Germania: e che ora bisogna seguire il suo modello. Dal momento che tutte queste informazioni – persino la email e il salario di Farrar – stanno in internet, sarebbe interessante sapere che uso ne hanno fatto i giornalisti italiani e il Governo Italiano. Il 20 aprile Le Monde ripete gli stessi argomenti, aggiungendo che il successo della Germania è stato ottenuto malgrado partisse con due svantaggi: una popolazione più anziana e contatti molto intensi con la Cina, origine dell’epidemia. Conclude dicendo come questo dimostra che le politiche ultraliberiste sono disastrose, mentre federalismo e rigore finanziario tedesco sono vincenti, se ben indirizzati: la Francia ha solo la metà di letti in terapia intensiva (l’Italia, all’esplosione dell’epidemia, assai meno ancora). Il New York Times, che continua a occuparsi estesamente della pandemia, dedica ben tre articoli consecutivi ad analizzare ed elogiare il modello della Germania (31.3, 7.4 e 23.4), poi (4.5) addebita i – relativi – insuccessi della Francia alla sua stretta centralizzazione. Altre indagini attribuiscono pure i successi dell’Austria e, dopo una difficoltà iniziale, della Svizzera alla loro struttura federale.

In definitiva, su un tema centrale della pandemia i presentatori televisivi italiani hanno suggerito spiegazioni opposte ai fatti accertati dai media più rispettati nel mondo, dai quali la regionalizzazione è addirittura indicata fra i fattori principali di una buona risposta al virus. Partendo dal loro punto di vista, l’Italia emerge come il caso malato della scelta sana: malgrado la delega alle Regioni ha avuto molti contagi e molte vittime. Ma con questa impostazione ci limiteremmo all’aspetto clinico e alle norme della Costituzione riguardanti la sanità. Va chiamata in causa la gestione, quindi la politica, anche in tempi precedenti la pandemia. Lombardia e Veneto sono governati da formazioni politiche simili, ma hanno affrontato la pandemia in modi molto diversi. In Lombardia la devoluzione è stata accompagnata sia da errori che da illeciti, sia nella pandemia che in periodi precedenti. Il Presidente della Regione più a lungo in carica sta ancora scontando condanne penali. Per una opinione indipendente può essere utile leggere il Los Angeles Times.

La crisi del Covid 19 è sanitaria e politica insieme. Essendo internazionale, rimette in gioco la principale istituzione internazionale cui l’Italia appartiene, la UE.

L’Unione, oltre a mancare di un Ministero per la Sanità, soffre di mancanza di fondi: il bilancio è sostanzialmente finanziato da una minima percentuale dell’IVA dei paesi membri. La nostra TV parla spesso di richieste fatte da politici e pubblico italiano all’Unione: ma poco di questa scarsità dei mezzi, con cui a tali richieste si dovrebbe rispondere. Curiosamente, in Italia molti possono anche esprimersi a favore di un aumento del bilancio europeo. Questa buona disposizione dell’italiano medio verso la sconosciuta Europa non deve sorprenderci tanto. Il cittadino comune guarda con diffidenza sia allo Stato che alle Regioni, perché ha appreso che spesso il denaro pubblico viene sprecato o addirittura rubato: Bruxelles, invece, sarà antipatica ma non è altrettanto travolta da scandali. Tuttavia, in occasione di elezioni, il partito che più vorrebbe un rafforzamento degli organismi europei (e che quindi si chiama: Più Europa) ottiene una percentuale di voti ridicola, proprio come quella delle finanze europee. Siamo dunque di fronte a entità minime – e paralitiche – su ogni versante. Quando si parla di una Unione passiva o assente, sappiamo che il suo “immobilismo della volontà” corrisponde a una immobilità, e minimalità, di mezzi.

Prendiamo ora un’altra entità, che invece è mobile: l’approvazione della UE presso i cittadini. A lungo, l’Italia è stata fra i paesi in cui era massima. Ora è minima (Euromedia, Demopolis). La televisione ce lo mostra insieme alle percentuali di approvazione dei leader politici. La differenza è che la maggior parte di questi potrebbero sparire senza conseguenze. La scomparsa della UE, oggi divenuta possibile, ne avrebbe invece moltissime (la più temibile: cancellazione dell’Euro e trasformazione di debito e finanze italiane in un “circolo vizioso argentino”).

Ma la bassa stima per la UE che i canali ci somministrano non è solo un punto d’arrivo. Al contrario, è in buona parte un punto di partenza per atteggiamenti svalutativi da parte dei programmi TV, che chiuderanno il circolo vizioso spingendo il livello di approvazione ancora più in basso.

Il “Ministro degli Esteri” europeo, lo spagnolo Borrel, lamenta la mancanza di una conoscenza e, soprattutto, di una “narrativa” dell’Europa (Die Zeit, 16.4.2020). L’Unione è l’entità che più fa contro le pandemie, perché è il maggior finanziatore di aiuti allo sviluppo nei paesi che combattono Ebola, Sars ecc; appoggia poi la Cooperazione Internazionale, le ONG e così via, ben di più di quanto facciano la maggioranza dei singoli stati. Ma chi lo sa? Se infatti nel nostro paese già l’aggiornamento sulla politica italiana proviene dalla TV, ancor più lo saranno le poche cose note su Bruxelles, terra straniera e ostile. I resoconti dicono che Conte è andato a chiedere aiuto a Bruxelles: ma – in realtà – si rivolge a Berlino, alla Germania. Cosa che ai telespettatori risulta più comprensibile, perché se i canali informano poco sull’Europa, in compenso sono pieni di film con i tedeschi cattivi. Una narrativa della Germania non precisissima perché girata a Hollywood, California: ma che distingue in modo semplice i cattivi, come facevano le fiabe e come oggi ci si aspetta da mezzi di comunicazione che non offrono più indagini ma intrattenimenti.

Nell’ostilità verso Bruxelles e i tedeschi si trovano d’accordo sia i canali statali sia quelli privati, controllati da populisti e “sovranisti”: una definizione che presto andrà riformulata perché, con un debito superiore al 150%, qualunque paese non resta sovrano, ma viene comandato dai creditori che tengono in tasca questi prestiti, immensi e poco restituibili. Per correggere un poco questo provincialismo, alle trasmissioni vengono invitate persone che conoscono l’Europa e paesi anche più detestabili della Germania, come l’onorevole Calenda. Il quale, tra fine marzo e inizio aprile, ripete agli schermi che “gli olandesi” sono “gli imbecilli” e “uno dei mali dell’Europa”. Non un partito o un politico: tutti gli olandesi; non critica una politica, personifica il “male” in una etnia, piazzandosi a metà strada fra teologia e razzismo.

Il premier viene incoraggiato a rivolgersi all’Europa da un eccitamento mediatico che va assomigliando a una tifoseria del calcio: fagli vedere che abbiamo orgoglio, o ci danno quello che chiedi o non accettiamo altre forme di aiuti. Conte si impegna a tener duro: e torna con il programma di Bruxelles, ripercorrendo l’umiliazione di Tsipras durante la crisi finanziaria. Eppure, il punto da sottolineare non è politico: è la compiacenza con cui la TV accompagna questi riti che contengono un poco credibile “bullismo light”. Un danno non meritato per l’italiano comune, il cui patrimonio culturale ha sempre incluso un equilibrio di mitezza e dignità: ben rappresentati da uno dei capolavori del cinema neorealista, Umberto D. (De Sica, 1952), il cui protagonista ha troppo pudore per riuscir a farsi aiutare.

Alle 24 compare il TG 3 Linea Notte, importante occasione di ultimi aggiornamenti, appaltata però a un’altra tifoseria anti-europea. A un ospite viene domandato quali paesi ci dicono no: Olanda, Finlandia, Austria, ma “dietro” sicuramente c’è la Germania. Un argomento noto nei manuali della paranoia: dimostra che c’è una cospirazione contro di te; se non riesci, oltre che di complotto accusa l’avversario di occultamento delle prove. Sul MES – meccanismo discutibile, ma formalizzato da una Unione cui apparteniamo e chiediamo aiuto – il conduttore si esprime così: “l’aiuto arriverebbe accompagnato dal MES, che nessuno voleva”. I rappresentanti di istituzioni che lo vogliono, e a cui l’Italia ancora appartiene, ricevono così, ripetutamente, la definizione di “nessuno”. La trasmissione trasforma gradualmente l’aggiornamento in un campo di battaglia tra i paesi “del Nord” e quelli “del Sud”. I due presentatori monelleggiano, definendo quelli del Nord “il plotone dei cattivi”: naturalmente per scherzo, visto che le parole non sono pietre ma piume, e gli avvenimenti che possono sospingere a fondo l’Italia meritano facezie. Del resto, per una coincidenza sicuramente non intenzionale, questa trasmissione – del canale un tempo più rispettato per i valori democratici – scorre sullo schermo dopo un programma di Rete 4 così dichiaratamente “litigista” da contrapporre il Nord e il Sud d’Italia.

Illustrazione di Gerhard Haderer.

Farebbe qualche differenza se nelle trasmissioni qualcuno dei presenti intervenisse contraddicendo, invece di sorridere. Farebbe qualche differenza se invitasse qualche italiano a collaborare con Hubertus Heil (www.spiegel.de 26 aprile): il Ministro del Lavoro tedesco il quale, visto che gli studi epidemiologici raccomandano di proseguire il distanziamento sociale, prepara leggi per prolungare il più possibile il tele-lavoro nelle prossime stagioni. Un progetto che sarebbe importante coinvolgesse almeno un osservatore italiano e un coordinamento da parte di Bruxelles. O se si dibattesse seriamente la proposta spagnola, appoggiata da Soros, di un prestito perpetuo, espediente a cui nel secolo scorso si è ricorsi molte volte. (È trascurabile l’obiezione che ci si affiderebbe a qualcosa di artificiale, visto che nessuno di noi è perpetuo: anche i Buoni del Tesoro ordinari esistono in base a una premessa falsa, o quanto meno artificiale. Formalmente, sono soldi prestati allo Stato per un certo numero di anni. Nella sostanza, invece, lo Stato non li restituisce, semplicemente rimborsa quella emissione di BOT e nello stesso istante ne emette un’altra, a condizioni non troppo differenti).

Man mano che analizziamo la risposta complessiva dell’Italia alla pandemia, ci prende il sospetto che il complacency usato nel titolo dal New York Times non sia una parola così difficile da tradurre. Forse fra la massa dei politici e questo “ammassarsi” di commenti mediatici poco pensati e poco personali, corre proprio un rapporto di compiacenza reciproca. Se tutti si trovano d’accordo – consapevolmente o no, non è il punto – nell’additare un nemico il più possibile lontano e il meno possibile conosciuto, come di fatto è la UE (o una Germania-Unione Europea, immagine che omogeneizza il paese più complesso d’Europa e addirittura il continente) il gioco è vinto in partenza. La creazione di un capro espiatorio funziona sempre: basta accettare il costo dell’odio che circola. 

Forse l’Europa, almeno in Italia, è già finita, se così la trattano i principali mezzi informativi italiani. La ridottissima popolarità dell’Unione non può che derivare da quanto il 90% degli italiani su questa apprendono, ascoltandolo dai canali TV. All’interno del generale scadimento dei media, i canali italiani sono stati precursori: hanno già terminato di dare informazione, per limitarsi all’intrattenimento. Che rilievo ha l’esistenza di canali TV pubblici se il modello che li regge è la ricerca di rumorosi o giocosi scontri, introdotti con successo sul mercato dai media populisti privati? Già negli anni ’90 i quotidiani erano in crisi. Per riacquistare popolarità, cominciarono a introdurre populismo sotto forma di “litigismo”. “Nel prossimo articolo – diceva il direttore ai giornalisti – smettila di sottolineare la collaborazione che quei due politici cercano: devi scrivere che si prendono a pugni”.

Nel 2001 abitavo a New York. Quello che non dimenticherò mai non è l’11 settembre, ma il successo editoriale di un vecchio libro che fu rispolverato, e in poco tempo colonizzò il discorso pubblico, in USA poi anche nel mondo. The Clash of Civilisations era un articolo specialistico del 1993, già ampliato in libro con buone vendite nel 1996. E il suo autore, Samuel Huntington, un politologo discusso, perché come consulente aiutava tanto i democratici quanto l’apartheid sudafricano. Ma il terrorismo islamico rese Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale un best seller di cui tutti, in tutto il mondo, dovevano parlare. Il libro passò dalle mani dei politici a quelle della massa in cerca di messaggi forti, un po’ come i testi fascisti negli anni fra le due Guerre. Non sappiamo quanto credendoci e quanto per sfruttare l’indignazione dell’attacco a New York, Bush andò a impantanarsi in due guerre – Afghanistan e Iraq – dopo due decenni non ancora vinte, da un paese che da solo assorbe la metà dei bilanci militari del mondo; infinitamente più costose e mortifere del crollo delle Torri Gemelle; e, non andrebbe dimenticato, tanto ingiuste quanto illegittime. Sui collegamenti tra mentalità “dello scontro”, cattiva informazione, stereotipi nazionalisti e razzisti, esondati dal secolo dei massacri – il XX – in quello che stiamo vivendo, sta circolando una Lettera Aperta ai governi europei e alla Unione Europea (disponibile in diverse lingue), firmata da trecento storici italiani e tedeschi, che collegano questi precedenti allo “scontro” ora occasionato dalla pandemia. Non sembra però interessare ai canali televisivi che hanno già deciso di essere “scontristi”: nel breve periodo, infatti, la lotta, la violenza, se possibile anche il crimine e il sangue, fanno sempre “più audience” dei dibattiti in cui si cerca di far emergere qualcosa. Se Josep Borrel lamenta che l’Europa deve ancora vincere “la battaglia delle narrative”, pare difficile che ci arrivi perché è preceduta dalla “narrativa delle battaglie”: che non consiste in una rappresentazione o racconto, ma solo nell’affidarsi “alla pancia”, l’animale nascosto in ogni pubblico.

Per una necessità non esplicativa, ma proveniente dalla parte più pericolosa dell’immaginario collettivo, si introduce il concetto “guerra” al virus. Un grande rischio perché, nelle narrative di tutti i tempi, le guerre si combattono contro un avversario: quindi richiedono una personificazione del nemico (un virus è troppo astratto, non lo abbiamo mai visto se non in spiegazioni scientifiche). L’uso della parola “guerra” per mobilitare l’opinione pubblica verso compiti comuni e importanti viene dagli Stati Uniti, dove la “guerra alla povertà”, la “guerra alla droga” e simili hanno avuto risultati discontinui, ma certamente hanno affondato radici nella memoria collettiva. L’immaginazione popolare tende così a rappresentarsi il nemico come una persona. Non a caso, in America quasi tutte le occasioni favoriscono una nuova ondata di vendite di armi personali semiautomatiche: così è capitato anche con la pandemia da Covid 19. Non a caso, i sondaggi di opinione dicono che una gran parte del pubblico americano è convinto che il virus sia stato fabbricato artificialmente da uomini: non stiamo qui valutando se questo sia vero o falso, ma semplicemente sottolineando che corrisponde al bisogno psicologico – da parte degli strati più animali della psiche – di rappresentare il nemico in forme umane. Il problema sta nel fatto che agli uomini, correttamente, si attribuiscono delle intenzioni: mentre è arbitrario pensare che le abbia un virus. I virus, ci auguriamo, vanno e vengono: i preconcetti sul nemico, invece, restano, sotto forma di paranoie collettive. A chiusura del mio testo Paranoia. La follia che fa la storia, pubblicato nel 2011, esprimevo un forte timore che, per la loro diversità rispetto agli occidentali e per il loro successo, i cinesi fossero destinati ad assumere un ruolo di “nemico collettivo”: temo ora che quel momento sia arrivato.

Sarebbe dunque preferibile non parlare di “guerra al Coronavirus” e, a maggior ragione, non chiamare “martire” Bergamo o la Lombardia: martire è chi liberamente sceglie di sacrificare se stesso per un ideale, mentre non è difficile intuire che la città e la Regione del recente sacrificio avrebbero fatto a meno. Non stiamo dicendo niente di nuovo rispetto a Primo Levi, secondo cui il termine Shoah, con le sue implicazioni distruttive, è preferibile a Olocausto, che indica una cerimonia religiosa con valori positivi.

Il successo del modello Scontro di civiltà è semplice e la sua radice eterna: niente mobilita l’immaginario collettivo come i grandi conflitti. Una realtà ben nota non solo ai produttori cinematografici, ma anche agli autori dell’Iliade o di Guerra e pace. Facendone un simulacro attraverso lo sport, si è creato il più grande giro d’affari mai esistito. In ogni cultura, in ogni tempo, il Grande Scontro è l’articolo che vende meglio. È tollerabile – anche se pericoloso – che divenga centrale negli intrattenimenti. È inaccettabile, invece, che un simile modello di dinamica sostituisca l’informazione: la quale dovrebbe aiutar a capire, non fornire divertimento. 

Una parte di questo testo è stato pubblicato su “il Fatto Quotidiano”.

Illustrazione di Gerhard Haderer.

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