L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 11 maggio 2020

Le banche più esposte sono quelle franco tedesche

Banche francesi e tedesche più esposte a rischi. Parla Giacché (Cer)

11 maggio 2020


L’indicatore di rischio sistemico SRISK mostra che in una situazione di stress le banche più esposte sono quelle franco tedesche. Così capiamo una cosa strana vista in queste settimane. L’analisi di Vladimiro Giacché (presidente Cer) sentito da Giuseppe Liturri

Vladimiro Giacché presiede il Centro Europa Ricerche (Cer) e vanta un’esperienza quasi trentennale nel settore finanziario. Interlocutore imprescindibile per ragionare sulle asimmetrie delle regole europee e sul ruolo delle nostre banche in questa crisi.

Come e perché è nata l’Unione Bancaria e quali sono le principali asimmetrie?

Nasce perché nel 2012 divenne chiaro a tutti che la frammentazione finanziaria indotta dalla crisi era un problema per la sopravvivenza dell’euro. Doveva essere fondata su 3 pilastri (sorveglianza unica, risoluzione unica, garanzia unica per tutte le banche europee). Ma non è andata così.

La soglia del primo pilastro (sorveglianza unica) è stata fissata molto alta (solo per banche dai 30 miliardi di attivi in su) per volere di Wolfgang Schäuble. Poiché in Germania il sistema è molto frammentato e quindi tante banche sono sotto questa soglia, è accaduto che la BCE vigila su oltre il 90% del valore degli attivi bancari dell’Italia ma su meno del 60% di quelli tedeschi.

Il secondo strumento (risoluzione unica) ha introdotto il divieto per tutti gli Stati di salvare le banche. Ma le situazioni di partenza erano molto diverse tra loro. Negli anni precedenti in Europa tutti i sistemi bancari nazionali, ad eccezione del nostro, erano stati salvati dallo Stato. In Germania Stato e Länder misero 259 miliardi di soldi “veri” tra 2008 e 2012. La controprova della sua dannosità per noi è arrivata appena la risoluzione unica è entrata in vigore. Un antipasto si ebbe a novembre 2015, quando 4 banche non vennero salvate da parte del FITD a causa del divieto da parte della Commissione e furono avviate alla risoluzione. Il 1 gennaio 2016 entrò in vigore il bail-in. In quei mesi, sino a metà febbraio 2016, si scatenò una vera crisi bancaria, con 46 miliardi di capitalizzazione bruciata su 134,6 in pochi mesi (il 35% del totale). Anche la crisi terminale di Popolare Vicenza e Veneto Banca trova la sua causa profonda nella nuova normativa che escludeva il salvataggio pubblico (bailout).

Cosa manca per il suo completamento e l’assetto finale sarà soddisfacente per il nostro Paese?

Manca il terzo pilastro, cioè la garanzia comune sui depositi. Ma l’assetto su cui si sta lavorando non mi soddisfa. La proposta della Germania prevede penalizzazioni per le banche con più NPL e più titoli di Stato. Guarda caso quelle italiane. È corretto che le banche più rischiose paghino un maggiore premio, ma quali sono? Quelle che fanno credito o quelle piene di derivati, come le grandi francesi e tedesche?

Purtroppo non c’è alcuna penalizzazione per questo tipo di banche che sono piene di prodotti finanziari illiquidi e di difficile valutazione. I numeri sono impressionanti: Deutsche Bank ha derivati pari a 6 volte il patrimonio della banca e 25% dell’attivo. Alcune banche francesi si trovano in una situazione simile.

Sarà in grado il nostro sistema di bancario di reggere l’urto della crisi da COVID-19?

Fino ad oggi grande enfasi è stata data alla riduzione del rischio. Al punto che le banche hanno ridotto il credito alle imprese. Oggi si chiede alle banche di fare nuovo credito. Le norme prudenziali sono state alleggerite ma non basta, bisogna fare di più, altrimenti le banche non riusciranno a fare ciò che chiede il governo.

I sistemi bancari francesi e tedeschi sono meglio attrezzati o sono una fonte di rischio finanziario anche più elevato rispetto al nostro?

Assolutamente sì. Quelle banche sono un grosso punto interrogativo sulla stabilità sistema finanziario europeo. L’indicatore di rischio sistemico SRISK mostra che in una situazione di stress le banche più esposte sono quelle franco tedesche. Così capiamo una cosa strana vista in queste settimane. Nel peggior giorno del nostro mercato azionario, diverse di quelle banche hanno fatto ancora peggio. Non è un mistero che la marcia indietro della Lagarde di mercoledì 18 marzo sia avvenuta sotto la spinta del Presidente Macron, preoccupato per le banche francesi. Oggi scontiamo il fatto che l’ossessiva concentrazione sul rischio di credito ha lasciato scoperto il rischio di mercato, fattore potenzialmente esplosivo in caso di crisi.


Tornare indietro o andare avanti ed in quale direzione?

Il primo pilastro non funziona allo stesso modo per tutti, il secondo è facilmente attaccabile. La pericolosità della regola per cui gli Stati non possono salvare le banche la vediamo chiaramente nella situazione attuale.
A questo punto è necessario che i passi che si compiono non siano più a nostro danno. Non ha senso criticare i tedeschi che fanno i loro interessi quando siedono a un tavolo negoziale. Purtroppo noi abbiamo avuto negoziatori che non hanno sempre difeso con efficacia i nostri, per diversi motivi. Fondamentale il motivo ideologico: l’europeismo inteso in modo sbagliato. Si è ritenuto che ogni maggiore integrazione andasse bene in sé, anche se ci rimettevamo. Invece bisogna fare gli accordi come li fanno gli altri: se ci guadagnano li fanno, altrimenti non li fanno. Anche in questo caso ci vuole reciprocità.

(versione integrata e aggiornata dell’intervista pubblicata la scorsa settimana dal quotidiano La Verità)

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