L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 18 maggio 2020

l’esclusiva sollecitudine per la salute del corpo, che esclude quella per l’anima, è cifra della deficienza di fede nell’Eterno. Anelando esclusivamente alla sopravvivenza, l’individuo rinuncia al giudizio estetico, si preclude la possibilità di intuire quella bellezza che trascende la dimensione della pura vitalità e che è insita in ogni disciplina, in un equazione matematica come in una nota musicale, ovunque.

[DA LEGGERE] Fenomenologia del salutismo e oblio dell’eterno

di guelfonero il 16 Maggio 2020


Sintesi della 596° conferenza di formazione militante a cura della Comunità Antagonista Padana dell’Università Cattolica del Sacro Cuore in Milano , non tenuta in seguito alla chiusura dell’Ateneo causa epidemia di coronavirus. Relatore: Silvio Andreucci (testo raccolto a cura di Piergiorgio Seveso).

Lo scopo precipuo di questo rapporto è l’analisi di un fenomeno caratteristico dell’era post-moderna, che peraltro nel XXI secolo ha raggiunto un considerevole incremento, almeno considerando come osservatorio privilegiato di analisi la società occidentale: sto palando del salutismo.

Il salutismo non è ovviamente da confondere con l’atteggiamento di giusta dedizione alla cura del proprio corpo e della propria salute, con l’attenzione al decoro e all’eleganza, tutti aspetti naturali e anzi eticamente auspicabili, qualora vi sia la sollecitudine che il nostro prossimo e i nostri cari facciano altrettanto. Invece il salutismo è una superfetazione, è unilaterale cura edonistica e narcisistica del benessere fisico, spesso non è scevro da tratti ipocondriaci…a detrimento della cura dell’anima, a detrimento dell’adorazione di Nostro Signore Gesù e della vita spirituale.

Lo studio prevede l’analisi di un professore di storia e filosofia, il Dott. Martino Mora, di un giovane professore e personaggio politico, il dott. Diego Fusaro e di un’antropologa scomparsa nel 2016, la dottoressa Ida Magli.

La cura unilaterale del corpo (quel fenomeno che oggi definiamo “salutismo”) contraddice non solo il Vangelo e il magistero ecclesiastico (insegnava San Tommaso che i beni terreni non vanno disprezzati, come fa lo gnosticismo manicheo, ma subordinati al bene dell’anima) ma anche l’etica dei classici greci.

Sin da Socrate, la filosofia dell’antica Grecia ha posto questa questione:”Che cosa è il bene”? “Che cosa è la vita buona”?

Essa consiste nell’esercizio della virtù (arete’), ciò che qualifica l’uomo rispetto ai bruti, che non trascendono la dimensione istintuale. Già per Socrate, il bene non si arresta all’ambito della cura del corpo (come sostenevano Protarco e Filebo), invece il bene risiede nell’anima, luogo del divino e della razionalità. Platone in uno dei dialoghi​ socratici, l’Alcibiade, affronta il problema del bene non solo sotto il profilo della conoscenza, ma anche dell’esercizio della virtù.

Conforme all’insegnamento del maestro, Platone afferma che l’intelligenza rende liberi, l’ignoranza rende schiavi; forza, potere, bellezza fisica e salute sono valori subordinati, non supremi, anzi forieri di schiavitù e catene, qualora non siano sottoposti al dominio dell’intelligenza. Sempre per Platone, l’autentica realtà sussiste nell’iperuranio sovrasensibile e la speculazione platonica non si arresta al bene razionale immanente all’anima, ma investe l’idea del bene-in-sé.

Nel VI e VII libro della “Repubblica “vengono esposti i gradi dell’essere e del conoscere; ai due gradi della realtà sensibile si applica il dominio dell'”opinione”, suddivisa in “credenza” e “Immaginazione”.

La vera conoscenza in realtà è prodotto dell’esercizio della ragione e chi non trascende la dimensione della salvaguardia della salute del corpo o della ricerca del piacere si preclude la “vita buona”; per quanto la vita buona non consista neppure nella totale dedizione al raziocinio, essa invece consiste nella ricerca di un equilibrio tra piacere e raziocinio.

Per Aristotele ogni disciplina e arte tende ad un fine o telos e in ultima analisi , tutti i fini particolari sono gerarchicamente ordinati al fine supremo. Interrogandosi su “cosa sia la felicità”, lo Stagirita argomenta che salute, piacere e conservazione del corpo non possono garantire la piena felicità, dacché per l’uomo essa consiste nella speculazione (differente dalla contemplazione, termine della filosofia cristiana) sul Primo Motore Immobile che tutto attrae a sé e al contempo di nulla necessita.

In “Non moriremo liberal”, opera recente edita per Radio Spada (che mi pregio di custodire nella mia biblioteca e di meditare costantemente), Martino Mora approfondisce la tesi di Augusto del Noce secondo cui nella temperie post-sessantottina (che ahimè egemonizza tuttora la pubblicistica della “sinistra liberal” e la didattica) la neo-borghesia si è spogliata di ogni traccia di puritanesimo e tradizione e ha accolto l ‘antitradizionalismo nel costume e il capitalismo consumistico.

Anticattolica e anticomunista al contempo, è la compiuta espressione e realizzazione dell’individuo borghese allo stato puro, dissociato da ogni legame etnico, comunitario…la temperie post-sessantottina ha compiutamente realizzato la soppressione di ogni vita mistica e di aspirazione alla trascendenza.

Cifra significativa di questa dimenticanza della trascendenza e oblio dell’eterno è il fenomeno contemporaneo del salutismo. Osserva Martino Mora

“il salutismo è la tipica ossessione dei nostri tempi. Da non fumatore e bevitore solo saltuario, non capisco questa ossessione contro il fumo e contro l’alcool. Anzi la capisco benissimo. In una società che ha rimosso la Trascendenza, questa vita diventa tutto. La salute fisica diventa tutto, prendendo il posto dell’anima. il benessere fisico diventa l’imperativo morale per eccellenza”.

Gli esercizi ginnici hanno soppresso gli esercizi spirituali e i medici si sono conquistati il ruolo dei confessori; il salutismo appare come una religione tutta terrena, in cui le prescrizioni mediche hanno sostituito il decalogo e in cui l’imperativo supremo prescrive di vivere il più a lungo possibile, anziché di condurre una ”vita buona”, secondo l’insegnamento dei classici greci e dei Padri della Chiesa. La pazienza, virtù che San Cipriano vivamente raccomandava ….. viene sì esercitata, ma non già per la cura del bene dell’anima, non già per aspirare alla Salvezza Eterna, bensì per la cura dell’immagine a volte sino al narcisismo estremo.

Secondo Martino Mora, l’edonismo di massa contemporaneo presenta due aspetti apparentemente in contraddizione, ma che in realtà si armonizzano perfettamente, non essendo che due facce di una stessa medaglia: l’edonismo dionisiaco e il salutismo apollineo.

Proibendo farisaicamente il fumo nei locali pubblici, lo stato appare dar prova di patente di moralità, in realtà in forza della sua impostazione laicista, permissivista, acconsente ai fenomeni del più deteriore”pensiero debole”, legalizzazione di droga, aborto, divorzio, eutanasia, promozione della cultura “gender” o queer”, che dir si voglia… normalmente igienismo e salutismo apollineo (la civiltà occidentale disperata di senso tanto è premurosa di ottemperare alle prescrizioni mediche, quanto è dimentica dei dieci comandamenti) equilibrano l’edonismo , anche se nell’attuale emergenza epidemica essi prevalgono nettamente su questo ultimo.

Chi scrive aggiunge questo: è palmare che la disposizione di chiudere pub e discoteche sia avvenuta non perché, in seguito all’emergenza epidemica, lo stato improvvisamente si sia convertito al”pensiero forte”e abbia dismesso la sua impostazione culturale laicista e permissivista… precludendo ai cittadini tutti i luoghi di perdizione. È palmare che le autorità abbiano disposto di chiudere locali pubblici per garantire la salute collettiva, non già per combattere il malcostume e la depravazione.

Nella riflessione di Diego Fusaro, filosofo hegelo-marxista contemporaneo che mantiene il concetto marxista di “lotta di classe”, pur revisionandolo tramite un’operazione di conciliazione tra Marx e Gentile, tra impalcatura del marxismo e motivi del pensiero ”comunitarista”, sono costantemente presenti i temi della “nuda vita che aspira alla sopravvivenza” e del “salutismo”. È giusto riportare il nocciolo delle sue acute osservazioni e posizioni antimeanstream, ma altrettanto doveroso segnalare il limite della sua impostazione.

In linea con un altro filosofo contemporaneo, Agamben, e con il suo amico Mauro Scardovelli, il filosofo torinese denuncia l’epilogo della società “turboliberista”(come egli ama definirla): la teologia del mercato, dopo aver operato un “disincantamento verso ogni religione”, riduce il “tessuto sociale ad aggregato di atomi sradicati e reciprocamente ostili, monadicamente ripiegati in se stessi e nella propria funzione di consumatori individuali che identificano in modo riflesso la libertà con la scelta consumistica”(tratto da “Pensare Altrimenti”).

Lo scenario è un distanziamento sociale alla massima potenza, in cui trionfano la diffidenza verso il prossimo, l’attenzione esclusivamente alla “nuda vita, “l’atomismo sociale di monadi infinitamente manipolabili a propria insaputa, infine il rapportarsi al vicino esclusivamente nei termini di una trattativa di mercato potenzialmente vantaggiosa. L’ atomismo sociale distrugge il diritto naturale e la nozione stessa di natura umana, come Aristotele l’aveva messa a punto: l’uomo è un animale sociale, l’individuo concepito a prescindere da un tessuto comunitario, quindi avulso dalle proprie radici etniche, religiose, etc, è un mera ipostasi, è un’astrazione.

In situazioni di calamità naturali ed epidemie, diffidenza e distanziamento sociale sino alla totale incomunicabilità reciproca, raggiungono l ‘apice dello sviluppo; l’epidemia, in cui l’individuo è unilateralmente avvitato sulla salvaguardia della “nuda vita” e cessa ogni legame sociale potrebbe a lungo termine giovare agli interessi del sistema”turbocapitalista”; non associandosi, l’individuo non ha possibilità alcuna di dissentire.

Salutismo e igienismo sono aspetti diffusi notevolmente nella società”turboliberista”; non si tratta semplicemente di una fashion consapevolmente adottata da una percentuale in crescita della popolazione occidentale; il “nutriscore” , ovvero la classificazione dei prodotti in base alla concentrazione di ingredienti salutari o nocivi è un protocollo che l’UE vorrebbe imporre in modo capillare all’Italia; detto protocollo adotta per la classificazione dei prodotti una sorta di “semaforo”: ove prevalga il colore verde per gli ingredienti, si deve intendere che il prodotto è sostanzialmente salutare, ove prevalga il giallo si deve intendere che il prodotto è poco salutare, infine la prevalenza di ingredienti contrassegnati con il rosso è indice che l’alimento è nocivo o persino cancerogeno. Diego Fusaro è molto critico verso l’imposizione alle nazioni del “nutriscore” e della visione”salutista”; si tratta della potenziale imposizione di un ”gastronomicamente corretto” che danneggia l’economia nazionale e favorisce le multinazionali dell’ industria alimentare (a risentirne soprattutto è l’agricoltura nazionale). La dittatura del”gastronomicamente corretto” è anticomunitaria e antinazionale, nella misura in cui danneggia la tradizione culinaria locale.

Secondo il giovane filosofo torinese ,”salutismo”,” Green economy”, “veganesimo” , sono fenomeni pseudo rivoluzionari che servono a produrre sterili contrapposizioni in seno alla società, ad esempio tra “vegani” e “carnivori”; in tal modo il dissenso, invece di indirizzarsi verso le contraddizioni sociali, cade su un binario morto.

Ida Magli, recentemente scomparsa nel febbraio 2016, è stata filosofa, psicologa sociale e infine antropologa culturale: l’ approccio all’antropologia, ultimo nel suo curriculum di studi, è stato per la Magli decisivo, avendo finalmente offerto la possibilità di analizzare l’individuo o gli individui in rapporto alla categoria della “totalità” (quello che, a giudizio di Ida Magli, né la filosofia né la psicologia consentirebbero di fare).

L’antropologa romana ha denunciato costantemente lo stato di decadenza morale e civica dell’attuale Occidente in una prospettiva laica, forse radicalmente laica, ma mai laicista. L”Occidente contemporaneo appare non solo disperato di senso e moralmente degradato, soffocato nella gabbia dei soli valori materiali e vitali, ma perfino permeato dall'”odio di se stesso”, quasi timoroso di voler affermare un primato morale e secondo Ida Magli, senza un’ aspirazione alla riscossa, il “tramonto dell’uomo europeo” sarà’ inevitabile.

Il primato dell’usura e del capitale finanziario, il meticciato, l’immigrazionismo, l’abolizione di limiti e confini, la crisi dell’idea di patria sono tangibili campanelli d’allarme che ci interpellano sul rischio di un possibile “tramonto dell’Europa”.

Da una posizione laica, Ida Magli non lesina stralci polemici verso la Chiesa postconciliare, per la sua svolta ecumenica che ha trovato una delle sue principali espressioni paradigmatiche nel sinodo interreligioso di Assisi del 1986. Per quanto il clero modernista saluti l’approccio ecumenico in quanto emblematico di uno spirito di apertura “consentaneo ai nuovi tempi”, a giudizio della Magli, proprio nella temperie ecumenica post-conciliare si è realizzato il maggior discostamento in Occidente dalla religione cattolica; l’uomo ha finito progressivamente per secolarizzarsi e appiattirsi nella dimensione istintuale.

A giudizio di Ida Magli, questa affermazione dell’utile sul disinteressato, del regno della quantità su quello della qualità è indice di un primato della “ragione calcolante” o “strumentale” sul giudizio estetico e sull'intelligenza; anelando esclusivamente alla sopravvivenza, l’individuo rinuncia al giudizio estetico, si preclude la possibilità di intuire quella bellezza che trascende la dimensione della pura vitalità e che è insita in ogni disciplina, in un equazione matematica come in una nota musicale, ovunque.

Una breve fenomenologia del salutismo, dell’appiattimento sulla dimensione della “vitalità”, della nuda vita secondo la prospettiva di tre pensatori contemporanei, con differenti itinerari ideologici e formativi. Si tratta di tre analisi profonde e condivisibili, tuttavia

soltanto la visione di Martino Mora, fondando il temporale sull’Eterno, il mutevole sull’Imperituro o metatemporale, è in grado di affrontare la problematica cogliendone a fondo la radice e la drammaticità: l’attaccamento alla vita terrena, l’esclusiva sollecitudine per la salute del corpo, che esclude quella per l’anima, è cifra della deficienza di fede nell’Eterno.

Per Martino Mora, soltanto la fede nella vita ultraterrena rende leggero ogni giogo e attenua al contempo il timore della morte.

Nella concezione laicista e secolarizzata, in condizioni di prosperità e buona sorte, l’individuo è normalmente dimentico della finitudine, della contingenza, della morte stessa (la consapevolezza della mortalità scivola via, il pensiero della morte viene fatto oggetto di censura), quindi l’atteggiamento dominante è l’edonismo dionisiaco, Il “divertssment” di cui parlava Blaise Pascal.

Invece nella temperie della calamità e della disgrazia la prospettiva della morte si staglia in tutta la drammaticità, come un giogo pesantissimo…. nella misura in cui è venuta meno la prospettiva della Vita Ultraterrena. In questa temperie di disgrazia o calamità viene deposto l’edonismo dionisiaco , prende forma la religione tutta terrena del salutismo in cui il Mora , a ragione, afferma che centinaia di prescrizioni mediche sostituiscono tout court il decalogo.

Infine, l’individualistico avvitamento sulla salute terrena e sulla vitalità è certamente sintomo tangibile della crisi di una visione comunitaria, uno sradicamento dell’individuo dal tessuto sociale (Diego Fusaro). Questa situazione esprime altresì il ripiegamento individuale sulla pura “ragione calcolante”, la rinuncia al giudizio estetico e alla facoltà più nobile dell’essere umano, l’intelligenza (Ida Magli). Nondimeno, il fatto più drammatico è la nichilistica prospettiva del disfacimento dopo la vita terrena, al di là della rottura dell’individuo con la comunità e con il tessuto sociale, la negazione del suo costitutivo legame con l’Eterno.



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