L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 22 maggio 2020

L'Italia è retto dal Sistema mafioso massonico politico istituzionalizzato

Malavita, politica e massoneria a Vibo: le nuove rivelazioni del pentito Arena

Il collaboratore traccia il profilo del gran maestro onorario del Goi Bellantoni, chiama in causa l’ex comandante della Municipale e un politico che sarebbe stato l’anello di congiunzione tra i malandrini e la gestione della cosa pubblica

di Pietro Comito 
20 maggio 2020 14:14


La politica, la massoneria, la burocrazia comunale… E la malavita. Svela nuovi nebulosi scenari il collaboratore di giustizia vibonese Bartolomeo Arena. È il figlio di Antonio, boss emergente divenuto scomodo e per questo inghiottito dalla lupara bianca nel 1985, ed è il nipote di Domenico Camillò, patriarca dei “Ranisi”.

La gola profonda – interrogata l’8 novembre 2019 dal pm antimafia Andrea Mancuso e dai carabinieri del Ros – getta nuove pesanti ombre sui grembiuli d’alto lignaggio della città di Vibo Valentia, che si aggiungono a quelle già definite dal superpentito Andrea Mantella e dall’ex massone mafioso che da anni ormai rende dichiarazioni all’autorità giudiziaria Cosimo Virgiglio.

Il racconto di Arena, alias il “Vartolo”, parte dal riconoscimento dell’effige fotografica di Ugo Bellantoni, indagato a piede libero per concorso esterno in associazione mafiosa nell’operazione “Rinascita Scott” (nei confronti di Bellantoni, il gip ha rigettato la misura cautelare richiesta dalla Procura antimafia guidata da Nicola Gratteri, escludendo la gravità indiziaria).

Dice Arena: «È il capo indiscusso della massoneria vibonese, nonché di quella calabrese, nonché personaggio di spicco della massoneria a livello nazionale. Si tratta di una persona potentissima, che ha mosso e continua a muovere il Comune di Vibo Valentia».

Tra quelli che il pentito definisce come «i soggetti pilotati dal Bellantoni» vi sarebbe anche «il capitano dei Vigili urbani di Vibo Valentia, tale Nesci. E il capitano Nesci, infatti, si occupa in prima persona di tantissime vicende amministrative del Comune di Vibo Valentia, dalle gestione delle case popolari, all’edilizia e così via…».

Anche Filippo Nesci, già comandante della Polizia municipale di Vibo Valentia, è indagato nella maxi-inchiesta “Rinascita Scott”: il quadro cautelare a suo carico è stato ridimensionato e così, dopo gli arresti domiciliari, è tornato in libertà.

Chi, allo stato, non risulta formalmente indagato è invece un politico chiamato in causa da Bartolomeo Arena. Proprio questo politico avrebbe informato Arena che «per ottenere di dimorare in una delle case popolari di Vibo era necessario parlare con il capitano Nesci». Anzi, sostiene il collaboratore di giustizia, lo stesso politico si sarebbe messo a disposizione «visto che si conoscevano e – è riportato nel verbale – lo avrebbe incontrato nel mio interesse».

Proprio quel politico ed il suo «Gruppo», spiega il collaboratore al pm Mancuso ai militari del maggiore Giovanni Migliavacca, sarebbero stati l’anello di congiunzione tra la malavita, la burocrazia e la gestione della cosa pubblica nella città di Vibo Valentia.

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