L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 9 maggio 2020

Mai, nella nostra vita, dobbiamo dimenticare l’altezza e la purezza delle aspirazioni che abbiamo concepito quando eravamo ragazzi. L’insegnamento di Socrate, secondo cui senza ricerca non vi è vita che valga la pena di essere vissuta. Spinoza “l’uomo libero a nessuna cosa pensa meno che alla morte e la sua saggezza è una meditazione della vita, non della morte”.

«Nulla che sia umano mi è estraneo» “Homo sum et nihil humani a me alienum esse puto”

Un sogno

di Eros Barone
4 maggio 2020

Qualche anno fa, quando collaboravo con un giornale, scrissi su argomenti di carattere politico e filosofico una serie di dialoghi, i cui protagonisti rispondevano ai nomi convenzionali di Caio e Mevio. Ne ripropongo uno, tratto da quella piccola saga, nell’intento di offrire ai frequentatori di questo sito qualche spunto di riflessione, tra il serio e il faceto, sui temi che a ciascuno può suggerire quel geloso ed esigente guardiano del sonno che è il sogno. E.B.

…Me non asperse
del soave licor del doglio avaro
Giove, poi che perir gl’inganni e il sogno
della mia fanciullezza...
Giacomo Leopardi, Ultimo canto di Saffo, vv. 62-65.

Il dialogo, ma forse sarebbe più esatto dire il racconto che Caio fa a Mevio di un suo sogno, si svolge durante le ore meridiane sulle cime erbose delle alture che cingono la città, da cui si può contemplare, simile ad una donna matura e formosa distesa sulla spiaggia a prendere il sole, il fitto abitato che sale lungo le pendici delle colline e il porto irto di gru e di silos con i grandi moli e gli imponenti bacini, fra cui spiccano le motonavi alla fonda. Più in là, racchiusa dall’ampio arco del golfo, domina la visuale la massa verde-azzurra del mare luccicante di mille riflessi, che si confonde all’orizzonte con la spuma vaporosa delle nuvole.

Un lieve venticello, che spira tra le felci, i pini solitari e i radi olivi, porta con sé, assieme a un sentore misto di salsedine e di profumi esotici, i rumori, attutiti e quasi ridotti a sussurri, della vita operosa che ferve nella città mediterranea.

* * * *

Caio: anche se monsignor Giovanni Della Casa avrebbe deplorato questo comportamento, mi sento autorizzato dall’amicizia che ci lega a infrangere il galateo raccontandoti un sogno che ho fatto.

Mevio: di’ pure, carissimo Caio, che io ti ascolterò volentieri. “Homo sum et nihil humani a me alienum esse puto” è un detto di Terenzio ripreso da Karl Marx, che lo scelse come propria divisa e che anch’io condivido pienamente.

Caio: grazie, ottimo Mevio. Sapevo di poter contare sulla tua fine e simpatetica comprensione ed entro subito ‘in medias res’.

Fin dall’inizio del sogno mi rendevo conto, non senza una crescente apprensione, di trovarmi in una condizione successiva alla vita, in cui avrei dovuto rispondere del mio operato e delle mie omissioni a un giudice. Oltre all’inquietudine, grande era la mia sorpresa per una condizione di tal genere. Infatti, da ragazzo le riflessioni che mi avevano portato prima a mettere in discussione e poi ad abbandonare l’idea dell’esistenza dell’aldilà si possono riassumere in queste domande: perché dovrebbe esserci un giudizio? ho forse chiesto io di nascere? La risposta che dètti era scontata.

Mevio: fin qui il tuo sogno sembra configurarsi come una rappresentazione del senso di colpa…

Caio:…il luogo in cui mi trovavo era simile al pronto soccorso di un grande ospedale, dove arrivavano continuamente autoambulanze che portavano persone variamente infortunate. Queste venivano immediatamente scaricate e in gran fretta smistate in tutte le direzioni. Io stavo osservando questa scena, quando, a un certo punto, mi accorsi che una persona, lì vicino, mi stava, a sua volta, osservando.

In quella persona mi sembrò di riconoscere il professore d’italiano e latino del liceo, un burbero dal cuore d’oro, uno di quei personaggi della cinematografia scolastica la cui immagine lascia un segno indelebile nella memoria degli allievi. A questo mio professore, che mi rimproverava di cercare il socialismo anche nell’Alighieri, feci notare una volta che la grandezza di Dante era stata pienamente riconosciuta dagli stessi fondatori del socialismo scientifico, Marx ed Engels. Rammento ancora che, nell’udire il mio rilievo, aggrottò le folte sopracciglia e non disse nulla.

Sennonché la presenza e l’attitudine, che caratterizzavano questa persona nel sogno, mi fecero balenare alla mente, per vicinanza e somiglianza, il ricordo, anch’esso liceale, del dantesco Minosse che “giudica e manda secondo ch’avvinghia”. Il ricordo mi fece sorridere, anche se mi rendevo conto che la mia reazione era scarsamente compatibile con la condizione in cui mi trovavo.

Mevio: il sorriso e il riso sono sempre salutiferi…

Caio: infatti, mi rivolsi a quella persona e provai a domandare con un sorriso ironico: «Minosse?». Ma essa, continuando a guardarmi, non mi rispondeva. «Dio?». Ancora nessuna risposta. «Un santo? un angelo?». Silenzio.

Mevio: eppure, nelle Sacre Scritture sta scritto: «In principio era il Verbo». Strano silenzio, che accresce però il tasso di angoscia presente nel tuo sogno…

Caio:…e anche il tasso di una filosofia morale declinata attraverso la psicologia del profondo, ottimo Mevio. Ma ascolta il séguito. Quella persona, che fosse il mio professore oppure Minosse oppure Dio o chissachì, anziché rispondere alle mie domande, mi voltò le spalle, si allontanò di colpo e disparve. Sentii un acuto dispiacere; nondimeno, pur essendo rimasto solo, ero convinto che il mio dovere fosse quello di aspettare il ‘giudice’…

Mevio: un sogno sempre più kafkiano…

Caio:..che ora ti farà passare, per seguire la falsariga kafkiana, dal “Processo” alla “Metamorfosi”. Come tu stesso hai rilevato, sentivo una certa angoscia, ma anche una certa curiosità. In quel mentre vidi arrivare un ragazzo che, dal vestito un po’ trasandato, pareva uno studente. Mi parve di conoscerlo. Certo, non potevo sbagliare: ero io stesso.

Mevio: siamo allo sdoppiamento, anzi alla triplicazione, se è vero che tutti i personaggi che compaiono nei sogni non sono altro che le nostre controfigure…

Caio:…sì, ma ero il “me stesso” di molti anni prima, quando ero un ragazzo. Si trattava, dunque, se era venuto per giudicare, di un giudice che sapeva tutto, a cui non potevo nascondere nulla. E mi guardava con un volto attento e severo. Pure, quel giudice inflessibile, il quale sapeva tutto quello che avevo fatto e quel che non avevo fatto, e perché l’avevo fatto e perché non lo avevo fatto, quel giudice, dicevo, mi era caro. Ero io e sentivo un’intensa commozione soltanto a vederlo. E sì che avrei dovuto sapere che un giorno sarei stato giudicato da questo “me stesso”!

Mevio: comprendo. Tieni conto, però, che questo dèmone che è in noi e che è la voce della coscienza, rappresentante del ‘noi collettivo’ nell’‘io individuale’, in fondo ci ha giudicati sempre, passo dopo passo, momento dopo momento.

Caio: è vero quel che dici, Mevio, ma io nel sogno avevo la sensazione di averlo ascoltato sempre di meno, sino a non udirlo più, quel mio ‘io’ che personifica la coscienza sociale da te giustamente evocata. Sentivo quindi per quel “me stesso”, impersonato da un ragazzo che rappresentava il periodo della vita, mia e di tutti, in cui si fanno le scelte fondamentali e si assumono gli impegni fondamentali, un timore e, insieme, una tenerezza e un rispetto infinito. Ma finisco il racconto del mio sogno.

Quel ragazzo che mi guardava, come ho detto, con un volto attento e severo, doveva avere molto sofferto. Aveva un aspetto dimesso e un’ombra di tristezza velava il suo sguardo. Anche se non le articolava leggevo facilmente sulle sue labbra le domande che non lasciano scampo: «Perché non sei diventato quello che promettevi di essere? Perché ti sei staccato da me? Perché ti sei allontanato da me, giorno per giorno, fino a dimenticarmi?». Qui il sogno si interruppe e mi svegliai madido di sudore e col respiro affannato.

E ora lascio a te l’interpretazione e il commento di questa, come definirla?, peripezia onirica.

Mevio: ci proverò, senza poter garantire, tuttavia, l’obiettività della mia diagnosi, giacché quel tuo sogno mi ha intimamente coinvolto. Lo si potrebbe leggere, in termini psicoanalitici, come l’espressione del senso di colpa che corrode strutturalmente l’Io, attanagliato dalla morsa in cui lo stringono il Super-Io e l’Es, il principio di realtà e il principio di piacere, Eros e Thánatos, o, più semplicemente, come il prodotto, generato dall’inconscio, dello scarto tra il ricordo e il rimpianto, tra le promesse che abbiamo fatto (e ci siamo fatti) quando eravamo ragazzi e gli esiti ormai conclusivi delle nostre azioni e delle nostre omissioni: uno scarto che, varcata la soglia della vecchiaia, siamo chiamati a misurare senza corrive indulgenze e senza tardive illusioni.

E lo leggo anche, alla luce della condizione ‘post mortem’ che costituisce l’ambiente, per taluni aspetti dantesco, in cui il sogno si svolge, come una metafora della nostra vita, che è un intervallo compreso tra l’infinito che precede la nascita e l’infinito che la segue: un intervallo che rende pertanto le nostre scelte tanto precarie quanto decisive. E, forse, proprio in questo nodo non solo antropologico ma anche cosmologico si riassume quell’intreccio fra senso e insensatezza che percepiamo nella nostra vicenda umana. Se la morte, come asseriva Marx, è la dura vittoria del genere sull’individuo, per converso la vita si può definire come quella ribellione dell’individuo al genere che, pur essendo destinata a concludersi con la vittoria del secondo sul primo, non cessa di avere tutto il suo valore. Engels, a questo proposito, ha usato una volta una formula davvero potente, parlando di “lotta contro il destino e contro la borghesia”. Del resto, la stessa dialettica ci insegna, riflettendo la nostra comune esperienza, che essere uomini significa, sempre, essere un po’ più che uomini e un po’ meno che uomini.

Caio: grazie, caro Mevio, per le chiare glosse che hai fatto all’oscuro testo… In effetti, anch’io ho avuto l’impressione che il mio sogno, almeno a tratti, fosse immerso nell’atmosfera della poesia, se è vero che la poesia è un sogno fatto in presenza della ragione. D’altronde, il Foscolo nelle “Ultime lettere di Jacopo Ortis” sembra quasi che fulmini il lettore quando scrive in un passo di quel romanzo epistolare: «La Ragione  è come il vento: ammorza le faci, ed anima gl’incendj». Usiamo dunque la Ragione per “ammorzare la face” accesa da questo sogno nel nostro animo, senza scordare quale potenza abbia dimostrato la Ragione “animando gl’incendj” dell’epoca moderna, di cui, tra XVIII e XIX secolo, il Foscolo è stato, oltre che in qualche misura protagonista, sensibile testimone e acuto interprete.

Io, per me, ritengo di poter trarre da quel sogno tre indicazioni. La prima è che mai, nella nostra vita, dobbiamo dimenticare l’altezza e la purezza delle aspirazioni che abbiamo concepito quando eravamo ragazzi. La seconda nasce dall’insegnamento di Socrate, secondo cui senza ricerca non vi è vita che valga la pena di essere vissuta. La terza, infine, afferma con Spinoza che “l’uomo libero a nessuna cosa pensa meno che alla morte e la sua saggezza è una meditazione della vita, non della morte”.

* * * *

Caio ha finito di parlare. Mevio tace guardandolo con un sorriso indefinibile. I due amici restano a lungo in silenzio, assorti nella contemplazione dello spettacolo che i monti, il mare, il porto e la città offrono ai loro occhi.

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