L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 28 maggio 2020

Solo degli imbecilli possono pensare che l'Italia è un alleato storico degli statunitensi, non hanno neanche il coraggio di dire le cose come stanno, con le oltre centinaia di basi militari sul nostro territorio gli Stati Uniti ci tolgono qualsiasi Sovranità Politica Nazionale Territoriale da oltre 70 anni

GEO-FINANZA/ La distrazione degli Usa porta l’Italia nella braccia cinesi

Pubblicazione: 28.05.2020 - Paolo Annoni

Per l’Italia sarebbe importante avere una sponda con gli Usa, alle prese però con la campagna elettorale. Il rischio è finire nella braccia cinesi

Lapresse

La campagna elettorale americana sta diventando una battaglia senza esclusione di colpi e mancano ancora quasi sei mesi alle elezioni. Trump dopo quattro anni rimane per un’ampia parte della politica americana un’anomalia da sanare. Questo è il filo rosso della politica americana dal 2016, ma oggi, comprensibilmente, il dibattito si inasprisce perché il traguardo sia per i repubblicani che per i democratici è vicino.

Probabilmente non doveva andare necessariamente in questo modo, ma il candidato democratico, Joe Biden, non è esattamente il meglio che si potesse sperare in casa democratica. Prima che il coronavirus si prendesse la scena e prima che il partito democratico decidesse di fermare una guerra fratricida, Biden sembrava fuori dai giochi. Altri candidati, Warren e anche l’anziano Sanders, sembravano avere molto più smalto. Poi il partito ha deciso di compattarsi dietro Biden e la comparsa del virus ha chiuso la partita. Il problema è che Biden è un politico sulla scena da 40 anni e come dimostra il caso ucraino il materiale a cui attingere per un attacco è particolarmente ampio. Biden oltretutto sembra lontano dai suoi anni migliori e non particolarmente brillante.

La conseguenze di un candidato così “debole” è una campagna elettorale più violenta del necessario perché occorre coprire le debolezze in ogni modo buttando tutto quanto conviene e non conviene nel campo avversario. Se al posto di Biden ci fosse un candidato più forte probabilmente i toni sarebbero un po’ meno “violenti”.

Quello che conta ai “nostri” fini è che la capacità degli Stati Uniti di agire in certi “teatri” è limitata. Uno dei “teatri” in cui l’America non riuscirà a inserirsi efficacemente prima di novembre è quello europeo. In Europa in questi giorni si stanno definendo strumenti che modelleranno l’Unione per molti anni. Non si tratta solo di strumenti, ma di cambiamenti che possono determinare trasformazioni che sarebbero state impensabili cinque anni fa. Ogni crisi, soprattutto se grave come quella attuale, ha questi effetti, ma in Europa quella da pandemia arriva dopo 12 anni di spinte centrifughe; la divaricazione economica tra Paesi membri dal 2008 si ampia ininterrottamente.

Per noi italiani questa non è una buona notizia. L’Italia sarebbe un alleato storico degli americani come dimostrano le basi sparse per la penisola. L’euro sottrae influenza agli americani in Italia che oltretutto si è messa in una situazione pericolosissima stendendo un tappeto rosso alla Cina. Gli alleati europei difficilmente non hanno realizzato cosa sia successo in Italia: nessuno Stato europeo ha fatto “endorsement” alla Cina come l’Italia e ogni altro Paese europeo, almeno a parole, ha condannato la gestione cinese del virus. Dalla Francia alla Germania e poi tutti gli altri.

Gli europei diffidano di un’Italia così coinvolta con la Cina e registrano le incredibili dichiarazioni sui canali turistici privilegiati con in due Paesi, Russia e Cina, che hanno messo a disposizione le informazioni peggiori sul virus. Dovrebbero mandare i loro turisti in un Paese che lavora per far arrivare persone dalla Cina. Gli americani potrebbero sostenere l’Italia in una partita che sarebbe difficilissima anche senza elezioni. Trump ha spiegato chiaramente che non può avere un rapporto privilegiato con l’Italia dentro l’euro: non può avvantaggiarci con dazi diversi per esempio.

L’accelerazione della ricomposizione dei rapporti di forza in Europa che questa crisi comporta e da cui noi usciremo devastati avviene proprio nella fase di massima confusione dell’America fortemente indebolita dagli scontri interni. Quasi ci si chiede se l’accelerazione che ci sarà a settembre sia casuale. Per il resto i toni preoccupati sull’Europa e sull’Italia in particolare trovano spazio nelle dichiarazioni di Soros così come negli editoriali del Washington Post.

In questo scenario siamo vittime dei nostri partner europei e dell’influenza cinese senza possibilità di una sponda sempre ammesso che ci sia la lucidità e il buon senso di usarla. Mai come in questa fase ci servirebbe usare un rapporto “privilegiato” con gli Stati Uniti. Il rapporto con la Cina non ci rende sospetti solo agli americani, ma anche alla maggioranza dei nostri partner europei. Alla fine il rischio vero è che si decida che la situazione italiana è troppo compromessa per tutti e non conveniente da sistemare per nessuno. In questo caso cadremmo tra le braccia della Cina.

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