L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 20 maggio 2020

Spillover - la distruzione degli ecosistemi, l'esplosione demografica, l'agricoltura industriale, gli effetti devastanti della economia capitalistica produce senza soluzioni di continuità il passaggio dei virus dagli animali serbatoi all'uomo e quindi uomo-uomo. E' il NEXT BIG ONE, e altri verranno, mentre gli Stati Uniti giocano a fare la guerra alla Cina. La nostra casa-Terra è una ma le televisioni, i giornalisti, i giornaloni, il circo mediatico è tutto proteso a raccontarci le mezze verità, le bugie, a creare fake news

Alla ricerca di un’altra «pistola fumante»

La nuova guerra fredda. Come tutte le guerre anche questa si trascina un rumoroso corteo di pregiudizi, semplificazioni, bugie e mezze verità che si chiamano propaganda o fake news.Ne siamo tutti vittime. In primo luogo gli americani

L'apertura di uno Starbucks in Cina
© Ap

EDIZIONE DEL20.05.2020

È la tempesta perfetta per una nuova guerra fredda tra Usa e Cina: in realtà in ballo c’è assai di più di uno scontro geopolitico ma come in Iraq nel 2003 aspettiamo, insieme al vaccino, le prove di Trump di un’ennesima «pistola fumante».

Che forse non avremo neppure dopo la votazione ieri per consenso all’Oms di un’indagine «imparziale e indipendente» sulla pandemia da Covid-19.

Come tutte le guerre anche questa si trascina un rumoroso corteo di pregiudizi, semplificazioni, bugie e mezze verità che si chiamano propaganda o fake news.

Ne siamo tutti vittime. In primo luogo gli americani. «Negli Stati uniti la verità è stata cancellata giorno dopo giorno dalle bugie di Trump fino a negare l’evidenza e alla follia di consigliare iniezioni di amuchina», scrive Roger Cohen sul New York Times.

Sfogliando le pagine di un altro giornale, Bernard-Henry Lévy ci racconta invece che è tutta colpa della Cina, definita un «impero senz’anima che non ha avvertito in tempo l’Oms reinventando la forma arcaica del confinamento». Noto sostenitore di ogni guerra di Usa e Nato, lui ha già trovato la pistola fumante.

In realtà la Cina non ha reinventato nulla che già non conoscessimo: con il lockdown tutti gli stati hanno confinato la popolazione con il pretesto di proteggerla perché non avevano i mezzi sanitari (rianimazione, tamponi, mascherine) per curarla.

L’arcaismo vero è stato credere che scienza e medicina avrebbero portato a una sparizione delle epidemie senza prendere in considerazione l’esplosione demografica, la distruzione da parte dell’uomo dell’habitat naturale, l’agricoltura industriale, l’accelerazione estrema dei flussi internazionali: in poche parole si sono trascurati gli effetti devastanti del capitalismo.

Non abbiamo creduto a quello che la scienza diceva da tempo: «È ipotizzabile che la prossima Grande Epidemia sarà un’influenza ad alta infettività. Forse sarà causata da un virus, si manifesterà nella foresta pluviale o forse in un mercato cittadino della Cina». Così scriveva otto anni fa David Quammen nel suo libro Spillover. Eccola qui la vera pistola fumante.

Che poi gli scienziati Usa e lo stesso Anthony Fauci, boss della sanità americana, fossero informati sulle ricerche sui coronavirus dai colleghi cinesi di Wuhan con cui collaborano è un fatto per Levy trascurabile. Non per Quammen che per documentarsi sulla Sars andò all’istituto di virologia di Wuhan, dal 2017 finanziato proprio dagli Stati Uniti. In genere tendo a fidarmi di più di Quammen o dell’amico Roger Cohen che di Levy, la cui ultima campagna portò al bombardamento della Libia nel 2011.

Un guaio che ha aperto, dopo l’Iraq, un altro vaso di Pandora alle porte di casa.

Il virus della «pistola fumante» è inarrestabile. Con la crisi economica post-pandemia la guerra fredda tra Usa-Cina è la maggiore carta elettorale che si gioca Trump.

La nuova guerra fredda però differisce sostanzialmente da quella con l’Urss. Lo sviluppo dell’Urss è sempre stato inferiore a quello dell’America: nel 1990 la produzione industriale di Mosca su base mondiale era del 12,9%, quella degli Usa del 20 per cento; per non parlare del Pil, quello dell’Urss era meno della metà di quello americano. Oggi Usa e Cina assommano quasi in parti uguali il 40% dell’economia mondiale.

Stati Uniti e Unione Sovietica non hanno mai avuto tanti interessi comuni come oggi Washington e Pechino. Un interscambio di 541 miliardi di dollari l’anno, con la General Motors che vende più auto in Cina che negli Usa. In base agli indicatori convenzionali gli Usa sono ancora molto più forti di Pechino come potenza militare, taglia economica, tecnologia, influenza politica e culturale. Ma la pandemia ha messo in luce alcune debolezze dell’America.

La Cina oggi può produrre molto di più degli Stati Uniti. Malgrado la loro forza, gli Usa dipendono in molti campi industriali dalla Cina, nonostante sia iniziato il «decoupling», la ri-localizzazione delle società americane.

Al di là delle teorie complottiste, è interessante vedere cosa è accaduto con l’esplosione dell’epidemia. Prima della pandemia la Cina produceva metà dei respiratori e delle mascherine chirurgiche a livello mondiale. A gennaio ha smesso di esportali e ha cominciato a rastrellare questi prodotti. Certo non è stata soltanto la Cina a farlo ma se a livello mondiale c’è scarsità di dispositivi sanitari accade perché Pechino domina la filiera produttiva.

Questa interdipendenza Usa-Cina-Mondo è la vera «pistola fumante». Ma è anno di elezioni e quindi Trump resuscita il vecchio maccartismo. Alla faccia della pandemia. A Trump però non crede neppure il suo ex consigliere della sicurezza nazionale: il generale McMaster, depositario di segreti strategici e vero esperto di «smoking gun», è stato assunto da Zoom, piattaforma di videocomunicazioni cinese. Il top manager della Disney, Kevin Mayer, è appena passato a TikTok, il social del momento controllato da Pechino. Persino Topolino ha abbandonato il presidente Usa. E anche questa è una pistola fumante.

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