L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 7 maggio 2020

Togati&istituzioni malate - da una parte una legislazione tra le più avanzate nella lotta alle mafie dall'altra ogni pretesto diventa l'opportunità di scarcerarli

INCHIESTA
'Ndrangheta, ecco tutti i nomi dei boss scarcerati per l'emergenza Covid19

Nell'elenco letto da L'Espresso i pezzi da novanta della mafia calabrese. Narcotrafficanti ai domiciliari e autorizzati per due ore giorni a uscire per «accudire gli animali». Altri finiti in storie di trattative parallele con pezzi dello Stato. Il fratello del capo dei capi dell'organizzazione. Il boss della Lombardia. E quelli implicati nei sequesti di persona degli anni 80-90

DI GIOVANNI TIZIAN0 7 maggio 2020

Oltre 40 i detenuti di 'ndrangheta scarcerati. Boss, colonnelli, soldati semplici, complici del sistema. Nomi pesanti, con condanne definitive o in attesa di giudizio. Giovani leve o anziani padrini che hanno attraversato la storia criminale della mafia calabrese.

Scorrendo l'elenco riservato del Dipartimento dell'amministrazione pentitenziaria, una cosa è certa: le disposizioni dell'emergenza Covid19 hanno garantito alle cosche di 'ndrangheta di rimpolpare i ranghi con pezzi da novanta della gerarchia mafiosa.

Tralasciando le polemiche e i giudizi di valore sulle scarcerazioni, c'è da fare una premessa: tutti, nessuno escluso, hanno diritto alle migliori cure. L'antimafia si pratica con i codici e seguendo la Costituzione. E non brandendo clava.

È interessante, però, partire dai nomi. Molti dei quali condannati in via definitiva. Altri invece in attesa di giudizio. Partiamo allora da questo piccolo esercito fino a poco tempo fa recluso e da qualche settimana a casa dopo i tribunali di sorveglianza gli hanno concesso i domiciliari sulla base del rischio contagio da coronavirus.
Scorrendo l'elenco troviamo la geografia criminale della 'ndrangheta. Dalla Calabria fino alle Alpi, passando per la Capitale. 

Dalle anguste celle dei reparti Alta Sorveglianza, un gradino sotto al più temuto 41 bis, alla gabbia domestica, nei regni, cioè, dove un boss esprime tutto il proprio potere senza doversi neanche spostare dalla poltrona. I provvedimenti di scarcerazione sono diversi, alcuni prevedono delle cautele disponendo, per esempio, l'uso del braccialetto elettronico, altri, invece, lasciano la massima libertà anche a figure centrali nello scacchiere del sistema criminale.

C'è da scommetterci: quanti padrini affiancheranno alla fede per la madonna e san Michele Arangelo la devozione per quel virus chiamato Covid che gli ha concesso di lasciare gli spazi inumani della galera? Solo il tempo darà il responso.

Il narco e gli animali
Il caso di Sebastiano Giorgi, classe '67, è l'emblema di questo caos giurisprudenziale che ha provocato polemiche a non finire: sulla base di cosa vengono scarcerati i boss? Va dato a tutti il braccialetto elettronico? Che tipo di vigilanza va prevista? Insomma, grande confusione e poche linee guida certe.

Giorgi è affiliato all'omonima cosca, conosciuta anche con il nomignolo “Suppera”.

La sua carriera è scritta nelle sentenze che lo hanno condananto in via definitiva a 21 anni per traffico di droga e di armi,

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