L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 25 maggio 2020

Vaccini si, "immunità di gregge" no. Gli esperti dovrebbero prendere un bel respiro, pensare e poi parlare

Ci sono primi segnali di immunità di gregge contro il coronavirus?

24 MAY, 2020

I primi dati svedesi indicano che il 7,3% della popolazione di Stoccolma avrebbe anticorpi contro Sars-Cov-2 e che l’immunità di gregge potrebbe essere raggiunta a giugno. Stime irrealistiche secondo molti

(immagine: Getty Images)

La Public Health Agency svedese ha reso noti i primi dati di uno studio epidemiologico che sta verificando la presenza di anticorpi contro il nuovo coronavirus nella popolazione. A inizio aprile il 7,3% degli abitanti di Stoccolma li aveva sviluppati, una percentuale che i consulenti del governo ritengono pressoché in linea con le attese. Di questo passo – sostengono – la Svezia potrebbe raggiungere l’ipotetica immunità di gregge a giugno. In tanti sia all’interno che all’esterno del Paese non sono d’accordo. Ecco perché.

Di nuovo, quale immunità?

Come continuano a ripetere gli esperti dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), non abbiamo molte informazioni sull’immunità conferita dal nuovo coronavirus qualora lo si contragga e si guarisca. Sappiamo che nella maggior parte dei casi i pazienti guariti sviluppano anticorpi neutralizzanti, e sembra che una certa percentuale della popolazione possa essere meno suscettibile a Sars-Cov-2 perché possiede anticorpi per altri coronavirus simili. Non sappiamo però se e quanto duri questa immunità, un’informazione che, tra l’altro, è essenziale anche per capire l’efficacia dei vaccini se e quando arriveranno.

Senza nemmeno queste conoscenze di base per molti esperti è un azzardo troppo grande scommettere sull’immunità di gregge, perché innanzitutto non è detto che sia un concetto valido per Sars-Cov-2, poi non sarebbe un obiettivo raggiungibile in tempi brevi dal momento che le stime più ottimistiche pongono la soglia minima al 70% (per confronto basti pensare che la soglia per l’immunità di gregge per il morbillo, per il quale esiste un vaccino, è del 95%).

Anche supponendo che per Covid-19 l’immunità di gregge non sia una chimera, c’è da chiedersi quale sia il prezzo per raggiungerla, considerando che il rischio di contrarre una forma grave della malattia e di morirne è più alto di quello di altre malattie infettive (la Johns Hopkins University riporta un tasso di mortalità provvisorio 10 volte superiore a quello dell’influenza stagionale). Un prezzo inaccettabile per Mike Ryan, direttore esecutivo del programma di emergenza dell’Oms, che durante una conferenza stampa dell’11 maggio ha sottolineato come la popolazione umana non sia paragonabile a un gregge (il termine immunità di gregge deriva infatti dall’epidemiologia in ambito veterinario): la fredda aritmetica che ne scaturirebbe farebbe perdere di vista la sofferenza e il valore delle vite umane perse. Qualcuno è stato anche più severo, paragonando la strategia del laissez faire all’eugenetica.

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