L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 12 giugno 2020

Attali rivela i piani del capitalismo totale la cui Strategia della Paura e del Caos è alimentata ieri dal terrorismo oggi dai virus, ma l'eliminazione degli stati diventa difficile soprattutto se dietro ognuno di essi c'è una Nazione che rappresenta una storia una identità MA sopratutto un LINGUAGGIO formatosi in secoli, l'anima di un popolo


scritto da Econopoly il 12 Giugno 2020

L’autore del post è Enrico Mariutti, ricercatore e analista in ambito economico ed energetico. Founder della piattaforma di microconsulenza Getconsulting e presidente dell’Istituto Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) – 

Ci sono eventi in cui si cristallizza lo spirito del tempo. E lo scontro tra Twitter, che ha deciso di iniziare ad applicare allarmi-bufale ai tweets del Presidente degli Stati Uniti (anche sul profilo ufficiale della Casa Bianca) e Donald Trump, che a sua volta ha denunciato pratiche censorie nei confronti dei conservatori minacciando di chiudere il social network, è uno di essi. 

Come potremmo definire questi anni? Certamente stiamo vivendo un periodo di transizione ma da dove veniamo e dove stiamo andando non è molto chiaro. Un pamphlet uscito una quindicina di anni fa, “Breve Storia del futuro” di Jacques Attali, ci aiuta intanto a individuare la cornice del nostro tempo: stiamo passando dall’ultima forma dell’Ordine Mercantile all’Iper-impero. Ma andiamo con ordine. 

Oggi il mondo parla “la lingua unica della moneta” ma non è sempre stato così. Prima di arrivare all’Ordine Mercantile la storia dell’umanità ha attraversato altri due ordini: l’Ordine Rituale e l’Ordine Imperiale. Semplificando, per millenni le comunità umane sono state governate dai sacerdoti e dai guerrieri poi, gradualmente, mercanti, banchieri e specialisti hanno preso il sopravvento, imponendo una nuova scala di valori e nuove priorità politiche. 

Nella schematizzazione proposta dall’economista francese ogni fase dell’Ordine Mercantile, la culla del Capitalismo, è legata a un cuore, “in cui si riunisce una classe creativa (armatori, industriali, mercanti, tecnici, finanzieri), caratterizzata dal gusto per il nuovo e dalla passione per la scoperta”. Intorno al cuore c’è un centro, “fatto di vecchi e futuri rivali in declino o in espansione”, e ancora oltre c’è la periferia, in cui esempi di ordini precedenti o modelli di sviluppo ibridi sopravvivono fornendo al cuore o al centro materie prime e forza lavoro sottopagata. 

Le nove forme dell’Ordine Mercantile 


J. Attali, Breve Storia del futuro, 2006, Fazi Editore 

La nona forma dell’Ordine Mercantile, quella californiana, ha portato però il modello al parossismo, mettendolo in crisi. La digitalizzazione e l’automazione stanno smaterializzando il cuore, slegandolo dal centro e dalla periferia. La classe creativa globale è diventata nomade, apolide, liquida. La globalizzazione ha rotto l’alleanza tra democrazia e mercato, ha trasformato gli Stati in “oasi in competizione per attrarre carovane di passaggio”. 

Nelle previsioni dell’economista francese il declino della democrazia di mercato aprirà le porte all’iper-Impero, una fase caratterizzata dalla capacità delle grandi corporation di orientare le scelte dei cittadini, dalla privatizzazione dei servizi fondamentali e dall’auto-sorveglianza, una nuova forma di controllo che non ci sarà imposta ma che richiederemo noi stessi per ottenere altri benefici (sicurezza, salute, socialità). In poche parole, la fine dello Stato nazionale. Nei giorni in cui un’azienda privata inizia ad applicare una “patente di verità” al leader democratico più potente della Terra, un’altra azienda privata manda in orbita un vettore intercontinentale (gli stessi che si usano per le testate nucleari) e si fa un gran parlare di app di tracciamento quella di Attali può sembrare una profezia più che una previsione. E invece è proprio qui che si inserisce il fattore che Attali non poteva immaginare e che potrebbe stravolgere il disegno dell’economista francese: la democrazia ha reagito all’ipertrofia del mercato. 

Il tramonto della nona forma dell’Ordine Mercantile, infatti, ha scatenato un effetto a catena. 

Da una parte, come aveva già ammonito più di vent’anni fa l’economista Dani Rodrik, la globalizzazione ha creato uno spartiacque tra vincitori e vinti, sia all’interno delle comunità nazionali, sia in seno alla comunità internazionale. 

Dall’altra, come osserva il politologo di Harvard Jeffry Frieden, si sono venuti improvvisamente a creare due vuoti nel panorama politico e culturale. Il rafforzamento dei legami economici e finanziari internazionali, infatti, ha messo in crisi il progresso sociale e le identità nazionali. Si tratta di uno scompenso classico nella storia del Capitalismo moderno, che segue ogni ondata di globalizzazione. Un secolo fa, quando il Gold Standard uniformò il sistema monetario globale, dalle tensioni sociali nacque il comunismo e dalla crisi delle identità nazionali scaturì il fascismo. Oggi, invece, la rabbia sociale e il collasso delle identità nazionali hanno alimentato una famiglia di sottoculture confluite in un’unica identità politica: il sovranismo. 

Quando si analizza il sovranismo bisogna scindere la dimensione del consenso, becera e pittoresca, e la dimensione strategica, cinica e pragmatica. L’obiettivo del sovranismo non è una nuova apartheid, non sono le parate militari, non è l’autoritarismo. La xenofobia, il nazionalismo e la retorica muscolare sono la strada più rapida per raccogliere voti in società sempre più divise e sfiduciate, sono solo mezzi per giungere a uno scopo. E lo scopo è cercare di ristabilire l’equilibrio tra democrazia e mercato, riaffermando al contempo l’egemonia dell’Occidente sul mondo. In poche parole, riportare le lancette della Storia indietro di trent’anni, al periodo aureo del Capitalismo californiano, il decennio della crescita infinita e dell’unipolarismo americano. 

Ma se il disegno, per quanto ovviamente discutibile e più o meno condivisibile, è così lucido e razionale, perché il sovranismo ha adottato una maschera così grottesca, perché si è scelto leader così inadeguati, perché ha aggregato il consenso di frange estremiste come gli integralisti religiosi, i suprematisti bianchi e complottisti di ogni sorta? In definitiva, perché correre il rischio di lacerare irrimediabilmente il tessuto sociale democratico? 

La risposta è semplice: perché presentandosi alle elezioni per quello che è il sovranismo non avrebbe nessuna chance di vincere. 

Come osserva Piketty, infatti, da tempo si è creata un’ampia convergenza tra le élites della cultura e le élites del mercato sulla base della convinzione che la Storia è finita con la caduta del Muro di Berlino, che tra 20 anni sconfiggeremo il cancro e che esisterà sempre un’oasi dove i creativi, i colti, i ricchi potranno condurre un’esistenza libera e tranquilla. Una pericolosa illusione, sempre più lontana dalla realtà. 

Il welfare e la sanità pubblica stanno collassando in gran parte delle democrazie di mercato, come ha dimostrato drammaticamente la pandemia di Covid-19, antiche ferite come gli scontri etnici e i conflitti di classe tornano a sanguinare, una dittatura controlla il 28% della capacità manifatturiera mondiale. La Storia si è rimessa improvvisamente in moto e ci sta conducendo dritti verso un futuro sempre più instabile e incerto. 

Il primo in Italia a rendersi conto della dimensione strategica del sovranismo e della stretta connessione tra il suo sviluppo e la riorganizzazione dell’economia mondiale è stato Romano Prodi, che in un’intervista al Sole 24 Ore del 2 dicembre 2018 diceva: 

«Questi rivolgimenti del contesto internazionale potrebbero presto presentare il conto», dice Prodi senza allure professorale o atteggiamenti da Cincinnato ritiratosi dalla politica. «Il primo fenomeno è il desiderio di autorità che si è propagato nel mondo, con il popolo che vuole un’autorità forte senza enti intermedi: la Cina e gli Stati Uniti, ma anche la Russia, l’Ungheria, il Brasile, le Filippine e la nostra Italia. Questo desiderio lo si percepisce in maniera quasi fisica. Il secondo fenomeno è l’attuale inedita fase di prevalenza della politica sull’economia: il che, con caratteri diversi, accade sia in Cina che negli Stati Uniti. In Cina, questa prevalenza è naturale ma ha assunto contorni nuovi. Xi Jinping ha definito le linee di concentrazione e di espansione interna e all’estero delle grandi imprese cinesi, elaborando una strategia precisa e lucida e sottolineando il loro legame e la loro dipendenza dal potere politico nel rapporto con il governo, il partito e l’esercito. E questa strategia fa il paio con un atteggiamento di consapevolezza del ruolo internazionale della Cina: nel discorso dell’ottobre del 2017 all’apertura del XIX congresso del Partito Comunista Cinese, Xi Jinping ha iniziato una nuova fase: non più una Cina all’inseguimento ma un modello che, per i suoi successi, diventa attrattivo, sottraendo il ruolo ai sistemi democratici. Questa tendenza ha come contraltare Donald Trump che con l’America First, pur in maniera diversa, influenza il comportamento delle imprese americane con decisioni sorprendenti e senza precedenti». 

Prodi individua l’ultimo pezzo del puzzle, l’altro grande protagonista del nostro tempo: la Cina. 

La traiettoria di sviluppo degli ultimi venti anni ha portato gradualmente la Cina in un territorio insidioso: nel 2013 Pechino ha mandato la prima sonda sulla Luna, nel 2016 ha prodotto il primo velivolo da combattimento stealth, nel 2018 ha vinto la corsa per il 5G. Non si tratta solamente di sfide simboliche, sono anche segnali inequivocabili del fatto che Pechino non è più semplicemente la fabbrica del mondo, sta diventando un’economia complessa, avanzata, in grado di contendere alle economie occidentali i segmenti industriali ad alto valore aggiunto. E questo è un problema, soprattutto alla luce del fatto che la Cina è una dittatura. Fino a che le fabbriche cinesi producevano magliette o la scocca dell’iPhone valeva il celebre motto latino “pecunia non olet” (il denaro non ha odore) ma quando hanno iniziato a comparire sul mercato smartphone di fascia alta con le componenti high tech made in China qualcuno a Washington, Londra e persino a Mosca ha cominciato comprensibilmente a preoccuparsi. Da vent’anni oramai la comunità della Difesa occidentale, con in testa il Pentagono, lancia allarmi sempre più concitati sullo sviluppo cinese. 

Quando si cerca la regia occulta nel disegno sovranista, il centro di gravità che è riuscito a mettere insieme un fronte che va dagli evangelici ai terrapiattisti, si incappa sempre in un convitato di pietra: gli apparati, i mastini della democrazia. Quegli stessi organismi che le Costituzioni incaricano di vigilare sulla sicurezza degli ordinamenti democratici hanno stretto un patto con il Diavolo: per salvare la democrazia la stanno portando al limite. 

In un editoriale anonimo uscito il 5 settembre 2018 sul New York Times, un alto funzionario dell’Amministrazione Trump lanciava un messaggio inequivocabile: “Gli Americani devono sapere che ci sono degli adulti nella stanza dei bottoni. Stiamo cercando di fare ciò che è giusto, anche quando Trump non vuole”

Chiaramente si tratta di una mossa sul filo del rasoio, come dimostrano in maniera lampante la gestione disastrosa dell’epidemia di Covid-19 in Brasile e Gran Bretagna o quella incresciosa dei disordini scoppiati a Minneapolis e presto dilagati in tutti gli USA. Una scommessa azzardata che, però, fa affidamento sulla nostra tradizione. 

L’errore è stato credere che il gigante sopito fosse la Cina. In realtà, il gigante sopito è l’Occidente, inteso come entità politica. Un gigante magnifico e feroce, capace di regalare all’umanità doni superbi come la democrazia o la medicina moderna ma, al contempo, preda di terribili incubi come l’imperialismo o il totalitarismo, che impongono ciclicamente pesantissimi tributi di sangue e sofferenza a tutto il mondo. Una fiera che ha iniziato ad andare in letargo alla fine degli anni ’80, quando la minaccia di un modello alternativo sembrava scomparire per sempre dalla Storia. Un mostro che i sovranisti vogliono risvegliare per rompere l’assedio al Global Order, il modello di governance globale basato sul primato della democrazia di mercato e, in definitiva, sull’asse euro-americano. 

Il problema non è la competitività economica, come hanno ampiamento dimostrato gli studi di Acemoglu: la democrazia mantiene una capacità innovativa impareggiabile rispetto ai regimi ibridi o autoritari. Il problema è politico e culturale: mentre le disuguaglianze in Occidente aumentano e il tessuto sociale si sfalda diventa sempre più difficile definire il modello democratico giusto e universale. E se le democrazie occidentali smettono di percepirsi e di essere percepite come il miglior sistema possibile scivolano inevitabilmente dal lato sbagliato della Storia, perdendo l’egemonia sul mondo e preparandosi a diventare il passato. 

Al mercato tutto questo non interessa, fa quello per cui è programmato: allocare il capitale nella maniera più efficiente possibile. E se la democrazia non riesce più a stargli dietro, a drenare le risorse che le servono per sopravvivere, non se ne preoccupa più di tanto. 

Per semplificare, perciò, stiamo assistendo a una reazione scomposta della democrazia di mercato nei confronti di un crescente squilibrio interno – la preponderanza del mercato sulla democrazia – esacerbata a sua volta dalla comparsa all’orizzonte di una minaccia esterna, lo sviluppo cinese. 

Nel mezzo di questo scenario articolato e complesso è piombata la pandemia di Covid-19 che, pur rischiando di affossare la rielezione di Donald Trump, fa segnare ben due punti a favore dei disegni sovranisti: impone un’onda di risacca alla globalizzazione e cementa l’ostilità internazionale nei confronti di Pechino. Come se non bastasse, sentendosi all’angolo o convinta di poter sfruttare il caos del momento a proprio favore, la Cina è passata all’attacco, revocando de facto l’autonomia a Hong Kong e minacciando direttamente Taiwan. 

Quella che si staglia all’orizzonte, perciò, è una pericolosissima partita a tre: da una parte due componenti di uno stesso modello in lotta tra loro per ridefinire un equilibrio – la democrazia e il mercato – dall’altra un modello radicalmente alternativo, quello cinese. 

Quando assistiamo a Twitter che mette “sotto tutela” il principale canale di comunicazione della Casa Bianca mentre il presidente USA, di rimando, minaccia di chiusura un organo d’informazione è sciocco parteggiare, stiamo guardando il nostro mondo che va in pezzi. Nel momento in cui, tra l’altro, ci sarebbe più bisogno di ritrovare compattezza, perché c’è una nuova idea di futuro – quella cinese – che preme per affermarsi. Presto la Dichiarazione dei diritti dell’uomo potrebbe essere archiviata dall’evoluzione storica.

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