L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 19 giugno 2020

Gli anticorpi sono molto specializzati e, al controllo di sicurezza, se anche solo per un neo il virus non è più lo stesso, loro lo lasciano passare. È questo il motivo per cui l’efficacia dei vaccini è comunque limitata


Posted on 14/06/2020


L’evento epidemico che ancora ci travaglia probabilmente innescherà dopo l’estate un acceso dibattito sulla necessità, o meno, di rendere obbligatorio il vaccino antivirale stagionale (antinfluenzale), quantomeno per certe categorie professionali “a rischio” (medici e infermieri, in primis; seguono gli insegnanti) o per determinate fasce di età (bambini e anziani), come profilassi idonea a scongiurare il pericolo di una saturazione degli ospedali nel caso in cui dovesse presentarsi una nuova recrudescenza del Covid-19. Com’è noto, anche su questa possibilità la comunità scientifica è riuscita a dividersi in tante “scuole di pensiero”. Secondo Walter Ricciardi, componente dell’Oms e consigliere del Ministro della Salute Roberto Speranza, «Non ci sarà bisogno di introdurre l’obbligo per il vaccino contro il Coronavirus perché la gente ha sperimentato cosa significa avere paura di una malattia». Rimane inteso che se la paura non dovesse bastare… Questo richiamo alla paura della gente la dice lunga sulla natura del controllo sociale che stiamo subendo nella cosiddetta “nuova normalità”, la quale è sostanzialmente come la vecchia, solo ancora peggiore. L’ormai celebre virologa Ilaria Capua punta invece sul maledetto mantra del “Tutto dipende da noi”: «Siamo noi stessi che attraverso i nostri comportamenti possiamo facilitare questo ritorno del virus. Dobbiamo saperci difendere». Sono i nostri cattivi comportamenti, e non questa cattivissima società, a esporci al rischio del contagio. Su questo mantra, che sembra far leva sul libero arbitrio e sulla responsabilità dei cittadini, mentre in realtà colpevolizza gli individui e li educa alla paura e al sospetto (anche nei confronti di se stessi!), rinvio ai miei diversi post dedicati alla pandemia – in realtà alla società che l’ha generata in ogni sua fase: dal mitico salto di specie (Spillover) causato dalla distruzione degli eco-sistemi, alla sua diffusione planetaria attraverso il rapido movimento di uomini, di capitali e di merci. Per non parlare della gestione della crisi sanitaria da parte dei governi dei diversi Paesi! Per non andare lontano, è sufficiente pensare al caso-Lombardia. In Italia, Paese abilissimo nella ricerca dei capri espiatori da dare in pasto a un’opinione pubblica sempre affamata di colpevoli (spesso si tratta di uomini di successo e popolarissimi caduti in disgrazia), la Magistratura è già al lavoro.

Ma ritorniamo al problema “vaccinale”. Qui di seguito intendo svolgere una breve riflessione sull’obbligo alla vaccinazione. «A margine del dibattito sull’opportunità o meno dell’obbligo vaccinale si è sviluppata in Italia una più generale discussione su una questione davvero non semplice: la scienza è democratica? È stato soprattutto Roberto Burioni a sostenere presso il grande pubblico una risposta negativa. Secondo il noto scienziato del San Raffaele, “la scienza non è democratica”, perché in ogni suo settore (ad esempio quello dei vaccini) l’opinione degli esperti – una volta verificato il consenso nella comunità scientifica – deve senza incertezze prevalere su quella di chi non ha studiato la materia» (1). Cercherò di criticare questa posizione autoritaria, che postula l’obbligo vaccinale, non dal punto di vista dell’astratta democrazia, del cosiddetto principio di maggioranza, bensì da quello che contesta radicalmente – alla radice – la stessa divisione sociale del lavoro come si configura nella società capitalistica, a cominciare dalla divisione sociale tra lavoro intellettuale e lavoro manuale. L’immunità di gregge che hanno in testa gli scienziati che pensano come Burioni presuppone l’esistenza degli individui come gregge, come massa di individui atomizzati privi di un punto di vista generale sulla società che pure essi stessi riproducono giorno dopo giorno, sempre di nuovo.

Si dà talmente per ovvia, per scontata la prassi vaccinale, che non appena qualcuno (soprattutto se in veste di genitore) si pone il problema di vagliare i vantaggi della vaccinazione e i rischi connessi a essa, immediatamente scatta contro il malcapitato l’accusa di cittadino irresponsabile, per non dire di peggio, rivoltagli dalla massa dell’opinione pubblica e dalle istituzioni. Già il solo porsi il problema è percepito dall’opinione comune, medici e scienziati compresi, come sospetto: «Eccone un altro!» L’accusa di “complottista sanitario” è praticamente assicurato, è incluso nel prezzo, per dir così, insieme al compatimento in qualità di «ennesima vittima delle fake news» (2). Quando, ad esempio, qualche anno fa il Professor Luc Montagnier, Premio Nobel per la Medicina, si “permise” di mettere in luce gli aspetti negativi o semplicemente problematici della pratica vaccinale, quasi l’intera corporazione medica sentì il bisogno di esprimere la sua indignazione nei confronti dello scienziato francese, la cui notorietà rischiava, secondo i teorici dell’immunità di gregge, di conferire presso l’ignara opinione pubblica (il gregge, appunto) autorità ad asserzioni antiscientifiche e socialmente pericolose. Tra l’altro, Montagnier non è affatto contrario, in linea di principio, alle vaccinazioni antivirali, come si evince dai passi che seguono: «Il virus può essere considerato il Fregoli dei germi. È decisamente intelligente e pur di non soccombere e, per esempio, sfuggire all’attacco dei vaccini antinfluenzali, cambia rapidissimamente la propria forma, i propri connotati, si sottopone ad un radicale intervento di plastica facciale: è il modo migliore per sfuggire al “controllo d sicurezza” degli anticorpi, quei soldati del Sistema Immunitario che vigilano affinché nessuno “nemico” entri nel nostro organismo e, nel caso, lo fanno fuori. C’è però un piccolo problema: gli anticorpi sono molto specializzati e, al controllo di sicurezza, se anche solo per un neo il virus non è più lo stesso, loro lo lasciano passare. È questo il motivo per cui l’efficaci dei vaccini è comunque limitata: essi stimolano la produzione di anticorpi specifici solo e soltanto per un preciso virus, se questo si camuffa solo un po’, loro diventano totalmente inefficaci. Il vaccino è un’arma molto efficace per difendersi dal virus influenzale, ma purtroppo non può fare niente se esso cambia. In ogni caso le categorie a rischio è bene che si sottopongano alla vaccinazione» (3). Per Montagnier «il modo migliore per prepararsi all’inverno» è quello di combinare “sinergicamente” medicina allopatica (a cominciare dal vaccino antinfluenzale) e medicina omeopatica: «Quello che io mi auguro è che allopatia e omeopatia possano essere utilizzate in futuro insieme, in maniera integrata, guidate dalla medesima visione dell’uomo, considerato nella sua unità e complessità. Per cui auspico un ritorno a quella che era la vecchia medicina in cui i farmaci si prescrivevano quando vi era reale necessità e quando l’organismo non sapeva più reagire: in questa visione l’omeopatia e l’allopatia sono complementari. Ci sono casi e momenti in cui l’Omeopatia non può funzionare: si tratta di una medicina come tutte le altre che ha i suoi limiti e i suoi prediletti campi di applicazione. In questi casi è giusto integrare con un rimedio allopatico tradizionale». Naturalmente anche “il sociale” è parte costitutiva dell’uomo «considerato nella sua unità e complessità», ragion per cui ogni discorso sulla salute umana e sui rimedi farmacologici e psicologici (o di altra specie) agli “stati patologici” che non consideri nella giusta misura la “componente sociale” rischia, nei fatti, di smottare verso l’ideologia e l’apologia della scienza come essa si dà in questa epoca storico-sociale.


In realtà la pratica vaccinale è tutt’altro che ovvia, e da molti punti di vista: da quello storico a quello sociale, da quello biologico a quello ecologico, da quello politico a quello psicologico, da quello etico a quello, dulcis in fundo, economico. Metto le mani avanti, come si dice, e rassicuro chi legge che non intendo affrontare tutti questi aspetti della questione, anche per una discreta incompetenza specifica, la quale tuttavia non m’impedisce di sostenere un preciso punto di vista sull’obbligo vaccinale.

Il mio approccio al problema vaccinale è negativo, cioè a dire critico-rivoluzionario, non positivo, ossia non orientato alla ricerca della sua soluzione all’interno della vigente società. Io non voglio governare i problemi sociali: intendo piuttosto ricondurli su un terreno concettuale e ideale che renda accessibile alla gente la reale natura sociale di quei problemi, con ciò che ne segue “dialetticamente” sul piano dell’iniziativa politica. Quanto poi questo sforzo colga il bersaglio, ebbene questo è tutto un altro discorso che adesso è bene non affrontare per non andare fuori tema – insomma, per non rendere più amara la mia giornata!

Il mio approccio ai problemi sociali è informato da un punto di vista che assume come possibile, auspicabile e urgente il radicale superamento di questa società capitalistica, da me considerata altamente disumana, e non la sua stabilità, il suo rinnovamento, il suo progresso, la sua buona salute – detto anche come metafora. Superamento rivoluzionario in vista di cosa? Di una Comunità autenticamente – o semplicemente – umana. Detto en passant, e come ho accennato prima, non solo il corpo sociale ma anche il corpo umano, nella sua inscindibile totalità psicosomatica (e so bene di essere riduttivo in questa specificazione di comodo), “sente” il sociale: la natura oppressiva, predatoria, alienante, competitiva, irrazionale, violenta, ecc. di questa società non può non avere un forte impatto negativo sulla nostra condizione esistenziale considerata nel suo complesso. Quanto la cattiva condizione umana influisca negativamente, ad esempio, sul sistema immunitario, è cosa ormai acquisita anche dalla cosiddetta scienza ufficiale (una volta si diceva “borghese”), la quale è infatti molto impegnata nel riparare i danni organici e psicologici che ci infligge un ambiente sociale sempre più ostile all’umano. «La società capitalistica rende difficoltoso il normale svolgimento delle funzioni vitali: l’uomo-macchina vive per produrre. […] La società capitalistica ha combattuto i microorganismi così come si combatte un concorrente sul mercato. Ha investito nella ricerca medica così come si investe nella ricerca tecnologica: avere macchine con rendimento ottimale. Ha tenuto per sé le energie prima sottratte all’uomo dai micro parassiti. La ragione scientifica ha sostituito l’irrazionalità religiosa nel mantenere il dominio sociale sui “sudditi” riconoscenti, per i quali l’allungamento della vita media ha significato semplicemente maggior tempo nelle galere del lavoro salariato. Il prezzo che la salute umana sta pagando a questo sistema sociale non è quantificabile. Ma empiricamente è possibile osservare di quante malattie lunghe e striscianti, croniche, è affetto il genere umano. In questo quadro non può sorprendere se si sta operando una svolta storica per la specie umana: quello che per millenni era stato il simbolo della resistenza e dell’adattamento all’ambiente, cioè il sistema immunitario, sembra complessivamente compromesso. Quali anticorpi si possono produrre contro la depressione, la tristezza, la solitudine, lo stress che quotidianamente, ancor più invisibili dei microorganismi, assalgono il corpo? Quale resistenza a microorganismi che lo stesso intervento medico seleziona attraverso indiscriminate campagne di antibiotici-farmaci-vaccini sempre più forti?» (4).

A mio avviso battersi per una medicina “a misura d’uomo” (c’è perfino chi si batte per un capitalismo “a misura d’uomo”!) senza mettere radicalmente in questione la continuità storica di una società che genera sempre di nuovo disumanizzazione, non è utopistico (ciò che attiene alla possibilità), ma chimerico (ciò che attiene alla mostruosità).


Da tutto ciò ne discende a mio avviso necessariamente, e non solo “dialetticamente”, una contrarietà di principio estesa a ogni forma di obbligo e di proibizione (incluso quello afferente all’uso delle cosiddette “sostanze droganti”) imposti dallo Stato, che considero, in ogni sua manifestazione politico-istituzionale e in ogni sua articolazione regionale, il cane da guardia posto a difesa dello status quo sociale. La mia posizione sull’obbligo vaccinale prescinde cioè dal merito dell’oggetto-vaccino, ossia dal problema circa la sua efficacia dal punto di vista della salute individuale e collettiva, e non essendo d’altra parte un medico non ho da dare alcun consiglio ad alcuno in materia di vaccinazione. Essendo contro questa società, non mi pongo il problema di come essa debba o possa gestire al meglio i problemi connessi alla salute del corpo sociale, problemi che invece toccano da vicino i funzionari che ci amministrano per conto delle classi dominanti e della conservazione sociale – due diversi modi di esprimere lo stesso concetto. Il mio è, come già detto, un rifiuto di principio alla collaborazione che investe anche il fondamentale “settore sanitario”: si tratta insomma di un antagonismo politico che non conosce deroghe di sorta, per così dire, “a 360 gradi”.

Personalmente non ho mai avuto problemi di alcun genere con i vaccini che ho dovuto fare per ragioni di lavoro, e ho chinato il capo all’obbligo vaccinale («Se fai il vaccino lavori, se non lo fai non lavori: a te la scelta»: sic!) esattamente come sono stato, come sono e come sarò costretto a farlo in futuro con altri tipi di obblighi che il Moloch mi ha imposto, mi impone (la “mascherina”, ad esempio!) e mi imporrà – lo scoprirò solo vivendo, è proprio il caso di dirlo! Non ho mai fatto il vaccino antinfluenzale stagionale, ma non escludo di vaccinarmi contro il Coronavirus se e quando fosse disponibile: questo semplicemente per dire che non sono contro la pratica vaccinale in sé, ma piuttosto contro l’obbligo vaccinale, e confesso che non ho alcuna simpatia nei confronti di chi ha fatto della lotta ai vaccini una sorta di religione, di ideologia, di crociata. Ma questa antipatia non inficia minimamente il principio anti-obbligazionista.

Se una persona non vuole farsi vaccinare, o non vuole che suo figlio venga vaccinato, io non solo non ho da obiettargli nulla ma, per quel che posso, lo sostengo moralmente e politicamente se lo Stato dovesse creargli dei problemi per costringerlo a cambiare idea. Sono sordo per quanto riguarda le ragioni della salute pubblica, mentre mi riguarda molto la salute del singolo individuo che deve vedersela con la totalità sociale, con il Moloch. Non nego che lo Stato abbia ragioni e diritti da far valere anche contro il singolo individuo: li riconosco e, proprio per questo, li combatto nel modo più conseguente, contrapponendogli altre ragioni e altri diritti: le ragioni e i diritti radicati nella possibilità di una Comunità Umana e nella lotta da condurre, “qui e ora”, per costruirla. Anche la lotta contro l’obbligo vaccinale potrebbe rientrare a pieno titolo nella più generale lotta anticapitalista. Ho scritto potrebbe, e so benissimo che oggi siamo lontanissimi da questa possibilità. Ma qui cerco di abbozzare e chiarire una posizione di principio, anche a beneficio di chi scrive, cioè di me stesso.


I cosiddetti No Vax ricorrono alla Costituzione di questo Paese per sostenere le loro ragioni. Io invece combatto l’obbligo vaccinale anche contro la Costituzione, la quale, come spesso osservava Cossiga, consente allo Stato di fare tutto ciò che serve per mantenere l’ordine sociale, per controllare e, quando occorre, “sculacciare” il corpo sociale. Tra l’altro, l’Art. 32 della Costituzione, quello a cui si richiamano i sostenitori della libera scelta in materia vaccinale, è tutt’altro che univoco nella sua interpretazione: «Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana». La legge (non il singolo medico o la classe medica nel suo complesso) può dunque obbligare a un determinato trattamento sanitario; quanto ai «limiti imposti dal rispetto della persona umana», ci troviamo dinanzi a un concetto che ammette diverse interpretazioni politiche, filosofiche, etiche, deontologiche, ecc., e difatti esso ha ricevuto sul piano giuridico differenti interpretazioni giuridiche nel corso del tempo.

Il mio antagonismo contro ogni forma di coercizione normativa investe, lo ripeto, anche la Costituzione, la cui natura sociale è confessata dall’Art. 1: «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». Verissimo! Si tratta del lavoro salariato (5), ossia del lavoro sfruttato dal Capitale (statale o privato che sia) che fonda la società capitalistica mondiale – perché oggi il rapporto sociale capitalistico domina l’intero mondo, e non solo alcuni grandi Paesi, come ai tempi di Karl Marx, alla cui peculiare “concezione del mondo” faccio peraltro riferimento.

So benissimo che molte persone maturano una “coscienza anti vaccinale” perché danno credito a opinioni (o fake news) che nulla hanno a che fare con la cosiddetta evidenza scientifica, ma il mio giudizio negativo sull’obbligo vaccinale non cambia di un millimetro, proprio perché esso prescinde dal merito della “cosa in sé”. Ad esempio, pur essendo ateo io difendo, eventualmente anche contro l’autorità statale, la volontà del Testimone di Geova che dovesse rifiutarsi di venir sottoposto a una trasfusione di sangue accampando “problematiche” religiose. «Ma così rischia di morire!». Lo so bene, ma è la sua decisione, che rispetto, pur non condividendola. Tra l’altro mi pare che la legge sul cosiddetto consenso informato consenta oggi al paziente di rifiutare, anche a rischio della propria vita, cure e interventi chirurgici o d’altro tipo che egli non desidera ricevere e subire. Una questione che tocca anche la scottante questione del “suicidio assistito” e dell’eutanasia. Ma non allarghiamo troppo il quadro problematico!

Semmai sono interessato a capire perché molte persone sviluppano il bisogno di credere in certe idee che l’ateista – cioè l’ateo ideologizzato, l’illuminista senescente/anacronistico – si limita a bollare come assurde, irrazionali, buone solo per gente ignorante, credulona, disinformata, paranoide, psichicamente disturbata, e così via. I credenti nell’Evidenza Scientifica non capiranno mai che in questa società altamente irrazionale le strade imboccate dalla gente che è alla ricerca di un senso (di una qualche razionalità) da dare a ciò che gli accade sono davvero infinite, e in linea di principio la strada scelta da quei credenti nella Scienza Onnipotente non è migliore, almeno ai miei occhi, di quella che scelgono di percorrere i credenti in un Dio o in un Guru incontrato più o meno casualmente sul Web. Faccio del “relativismo concettuale”? No. Mi sforzo di comprendere questa società, molto spesso senza riuscirci. C’è più irrazionalità e disumanità tra cielo e terra, di quanto ne riesca a supporre lo scientista: questo l’ho capito benissimo.

Per quanto riguarda la cosiddetta evidenza scientifica, feticcio che impressiona molto soprattutto i Sacerdoti della Scienza ridotta a dogma indiscutibile, mi basta dire che dal mio punto di vista la pratica scientifica è essa stessa parte organica del sistema che tiene incatenati gli individui al carro del Dominio sociale. Una volta il filosofo Emanuele Severino disse che «La storia della scienza è la storia della volontà di potenza dell’uomo» (Legge e Caso). Io, che filosofo non sono, e nemmeno scienziato, penso anche che occorra riempire di contenuti storici e sociali il concetto (di “stampo nietzschiano”?) di «volontà di potenza dell’uomo», per strapparlo alla cattiva metafisica e ricondurlo sul terreno della reale prassi sociale degli uomini. Ed è osservando la scienza da questa prospettiva che essa mi appare come il più potente strumento che il Capitale ha oggi a disposizione per sfruttare gli uomini e la natura, e infatti esso investe sempre più in Ricerca & Sviluppo, e in ogni ramo di attività: dalla produzione di caramelle a quella dei missili “intelligenti”; dalla produzione di tecnologie che salvano vite umane, alla produzione di tecnologie che annientano vite, o che, appunto, espandono a dismisura la capacità capitalistica di sfruttare uomini, cose e natura. Com’è noto, le cosiddette tecnologie intelligenti, frutto della ricerca scientifica più avanzata in ogni ambito dello studio dei fenomeni naturali (compresi quelli che coinvolgono il corpo umano), sono alla base del controllo sociale praticato oggi da tutti gli Stati del mondo – con la Cina che gioca l’odioso ruolo di avanguardia e di modello.

Insomma, ciò che potrebbe favorire un’esistenza autenticamente umana, oggi collabora attivamente con le potenze sociali che fanno dell’uomo una mera risorsa economicamente sensibile: come lavoratore, come consumatore, come investitore, come cittadino, e così via. Ovviamente tutto questo si compie alle spalle degli stessi scienziati, senza cioè che essi ne abbiano la minima consapevolezza: lo fanno, ma non lo sanno, e anzi credono di essere i più convinti sostenitori del pensiero critico, che gli scienziati credono di poter fondare, appunto, sulle cosiddette evidenze scientifiche.

La mia netta opposizione all’obbligo vaccinale è radicata nel punto di vista che ho cercato di tracciare, sperando che esso sia di qualche interesse per chi ha avuto la bontà di seguirmi fino alla conclusione del ragionamento.

(1) AA. VV., Fake news in ambito medico-scientifico e diritto penale, p. 26, Filodiritto Editore, 2019.
(2) «Quali sono le possibili conseguenze delle fake news che interessano anche il diritto penale? Già il legislatore del 1930, epoca della redazione dell’attuale codice penale, si era preoccupato – sia pure con scopi differenti – della diffusione di notizie false e della loro attitudine a turbare l’ordine pubblico. Non si tratta di una vera e propria tutela della “verità”, bensì della tutela della popolazione da possibili sconvolgimenti derivanti da un comportamento idoneo ad ingenerare un turbamento. In questo senso il codice penale, tuttora vigente, ha mantenuto il reato di “diffusione di notizie false o tendenziose” all’art. 656 c.p.» (Ivi, pp. 31-32). «Sia pure con scopi differenti»: non sono affatto d’accordo! Gli scopi, allora come oggi, sono gli stessi, e il fatto stesso che il codice penale emanato dal regime fascista sia «tuttora vigente» prova plasticamente la radicale continuità tra quel regime e quello che lo ha sostituito.
(3) Il Giornale, 01/10/2010. Anche il virologo e immunologo americano Robert Gallo, co-scopritore dell’Hiv come causa dell’Aids, condivide la posizione “problematica” di Montagnier circa la validità dei vaccini antivirali: «Credo che saremo esposti ad altri ceppi del Coronavirus e temo che l’immunità generata dal vaccino non sia duratura, perché ravvisiamo analogie tra i peplomeri di questo virus e quelli dell’Hiv. E gli anticorpi nel caso dell’Hiv non sono duraturi. Potrebbe esserci la possibilità di contrarre il virus una seconda volta, a meno che l’immunità ottenuta dalla prima infezione non riesca a rispondere a tutte le varianti del virus e a meno che l’immunità non sia duratura. Se l’immunità fosse duratura, cosa che non possiamo sapere, e fosse ampia e comprendesse tutte le varianti del virus, allora non lo contrarremo di nuovo, ma non credo sia molto probabile» (Il Digitale).
(4) AIDS e salute umana, Combat, febbraio/aprile 1987
(5) La stessa disoccupazione non contraddice, ma piuttosto conferma in pieno l’Art. 1, perché il lavoro (salariato) genera in questa società anche le condizioni del non lavoro, della precarietà ecc.


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