L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 7 giugno 2020

il Coronavirus ha accelerato e potenziato alcune tendenze già da tempo in atto nella globalizzazione capitalistica

MASSACRO DI CLASSE 

di Diego Fusaro GIU 06, 2020

Questo virus è classista: colpisce i deboli, favorisce i (già) ricchi

Anche a un primo sguardo, sono diversi e niente affatto secondari gli aspetti che permettono di asserire che il Coronavirus ha accelerato e potenziato alcune tendenze già da tempo in atto nella globalizzazione capitalistica. Sotto questo riguardo, si potrebbe ragionevolmente sostenere che pienamente di classe si è rivelata, se non il contagio, sicuramente la sua gestione economica, politica e sociale. Tant’è che, quasi da subito, la pandemia del Covid-19 si è mutata in pandemia della disuguaglianza, assumendo connotati inaggirabilmente socio-economici.

Anzitutto, il Covid-19 ha accelerato il già collaudatissimo processo di privatizzazione delle esistenze. Se, come sappiamo, il capitalismo si fonda su un’antropologia “insocievolmente socievole” (Kant), basata sul distanziamento dell’altro da ogni legame che non sia il mero cash nexus (Carlyle), possiamo con diritto asserire che il Coronavirus ha confermato e rafforzato questa tendenza: e l’ha fatto ergendo il principio del “distanziamento sociale” a nuova norma organizzativa della società degli atomi in lockdown; i quali, appunto, sono liberi solo di acquistare merci, peraltro in forme che sempre e solo avvantaggiano i colossi dell’e-commerce e le multinazionali (le quali, per inciso, a differenza di artigiani e piccole imprese “strapaesane”, non sono state sottoposte al lockdown).

E con ciò già siamo al cospetto di una seconda tendenza della globalizzazione, potenziata dal Covid-19: alludo al “massacro di classe”, come l’ho appellato in Storia e coscienza del precariato. Esso è gestito univocamente dall’élite globocratica, finanziaria e multinazionale contro le classi lavoratrici e contro il ceto medio.

Lungi dal colpire tutti allo stesso modo, come pure l’ordine del discorso ha spesso ripetuto, la pandemia rivela una sua chiara vocazione classista: in sintesi, colpisce i deboli e agevola i forti. Più precisamente, la pandemia supplizia e flagella lavoratori e partite Iva, salariati con contratti atipici e piccole imprese locali, artigiani e ceto medio. E, insieme, permette alle multinazionali (se non a tutte, a moltissime), ai colossi dell’e-commerce e ai potentati economici sans frontières di intensificare la produzione del plusvalore.

Non deve, poi, essere obliata un’altra tendenza, anch’essa decisiva e già da tempo coessenziale ai processi della produzione del plusvalore capitalistico: la società tende a spostarsi online e le relazioni si digitalizzano. Il mondo vero diventa favola e la società umana si disumanizza assumendo la forma della nuova “società senza contatto” (contactless society): una società alienata in ogni suo atomo, in cui il lavoro si muta in smartworking da casa e l’insegnamento si perverte in e-learning.

Il capitale, in tal maniera, si garantisce una doppia vittoria: a) cancella lo spazio tra “tempo della vita” e “tempo del lavoro”, permettendo al secondo di colonizzare il primo (l’azienda si innesta nel cuore stesso dell’oikos); b) neutralizza a priori ogni possibile contestazione concreta, ogni “movimento reale” (Marx) che possa organizzarsi come autocosciente soggettività rivoluzionaria – e, per ciò stesso, in piazza e non on line – e lottare per rovesciare l’ordine dominante.

Il Coronavirus ha, inoltre, rafforzato le già dilaganti tendenze neoliberiste potenziando smisuratamente quello che, a ragione, è stato definito il “capitalismo della sorveglianza” (Shoshana Zuboff). I droni in cielo e le app di tracciamento sui telefoni cellulari ne sono l’emblema massimo e, peraltro, non esclusivo.

Infine, appare evidente come l’emergenza del Coronavirus – ed è un tema su cui non ci stancheremo di insistere – abbia potenziato (non solo in Italia, ovviamente) il dominio della classe egemonica mediante una riorganizzazione verticistico-autoritaria del rapporto di forza. Come più volte ho sostenuto, il potere esecutivo ha scavalcato quello legislativo (si pensi, exempli gratia, ai “DPCM”), alcuni princìpi della Costituzione sono stati sospesi in nome dell’emergenza pandemica e alcune libertà fondamentali sono state congelate, sempre in nome del pericolo connesso con la diffusione dei contagi. Ciò, con buona pace di alcune narrazioni ampiamente fumettistiche, non ha dato luogo a una gestione “equa e solidale” della situazione: una volta di più, secondo un’altra tendenza propria del liberismo imperante, s’è assistito allo Stato che governa – per riprendere la distinzione di Foucault – non “il” mercato, ma “per il mercato”. E, ovviamente, per i suoi agenti, di cui s’è detto in precedenza.


A riprova di questa svolta verticistico-autoritaria, si considerino le task force e, in particolare, quella per la “ripartenza economica del Paese”. Le si esaminino nei modi e nei contenuti. Per quel che concerne i modi, si tratta di gruppi non eletti, ma direttamente imposti dall’alto: e ciò sempre in nome di quell’emergenza che – anche in ciò sta la sua ratio governamentale – impone scelte immediate, senza le pericolose perdite di tempo del parlamento e del voto democratico. L’emergenza si annovera tra i modi più efficaci per sospendere de facto le procedure democratiche, lasciandole però sopravvivere de jure. Per quel che riguarda i contenuti, la summenzionata task force ha, quale propria guida, il top manager Vittorio Colao. Sul cui reale posizionamento nel diagramma dei rapporti di forza, ogni parola sarebbe davvero superflua.

Una cosa è certa: dietro il sobrio nome dei “tecnici” super partes della task force, si nasconde, evidentemente, un nucleo d’azione della classe dominante, che, con ogni probabilità, contrabbanderà come “interesse nazionale” e “ripartenza del Paese” il ben noto programma delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni. Insomma, il virus, fin dalla sua sciagurata comparsa, è stato “arruolato” dal polo dominante nella sua spietata “guerra di classe dall’alto” (Gallino): e, in effetti, si è rivelato un prezioso alleato.


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