L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 11 giugno 2020

Il Mes l'ulteriore strumento dei grandi strateghi euroimbecilli italiani per tenerci legati al Progetto Criminale dell'Euro

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Ecco perché il Pd vuole farci sottoscrivere il Mes

Come mai buona parte dell’establishment italiano – il PD, Confindustria, le redazioni di Corriere, Repubblica e Sole 24 Ore ecc. – insiste così tanto sulla assoluta necessità per l’Italia di ricorrere al MES, nonostante l’irrisorietà del prestito (37 miliardi) a fronte delle necessità di finanziamento immediate e future del paese e anche solo del nostro sistema sanitario nazionale?

10 giugno 2020 fa Economia e finanza

Come nota giustamente il deputato 5 Stelle “dissidente” Pino Cabras
Per “investire nella sanità” non serve uno stock di prestiti. Se intendiamo assumere medici, infermieri, ricreare i presidi territoriali e così via, la spesa corrente aumenterà nel lungo periodo. Se spendo i 36 miliardi del “MES sanitario” per assumere medici, quando finisco i soldi li devo licenziare, no? Non è dunque lo strumento giusto.
E questo senza contare che l’Italia potrebbe tranquillamente reperire quella somma sui mercati domani stesso, ad un tasso di interesse solo marginalmente più alto (soprattutto in seguito al potenziamento del piano di acquisto titoli da parte della BCE). È evidente, insomma, che le ragioni che spingono le élite di casa nostra a insistere per il MES non sono di carattere economico-finanziario.

Né è realistico supporre che gli stessi che in questi anni hanno sostenuto drastici tagli alla sanità si siano improvvisamente convertiti sulla via di Damasco: negli ultimi dieci anni, per buona parte dei quali abbiamo avuto governi a guida PD o sostenuti dal PD, il finanziamento pubblico alla sanità è stato ridotto di ben 37 miliardi, curiosamente la stessa cifra che adesso il PD vorrebbe chiedere al MES per “salvare” la sanità che essa stessa ha picconato.

L’ossessione pro-MES dell’élite nostrana

insomma, non c’entra nulla né con le esigenze di finanziamento dell’Italia né tantomeno con un riscoperto amore per la sanità pubblica, ma ha una natura puramente politica. L’obiettivo è mantenere l’Italia ancorata al “vincolo esterno” europeo e proseguire nel percorso di integrazione economica sovranazionale, per poter continuare a imporre al paese quelle politiche neoliberali – tagli ai servizi pubblici, riduzione dei salari, ulteriore flessibilità nei rapporti di lavoro, riforme del sistema pensionistico, cessioni del patrimonio pubblico (vedi il “piano Colao”) ecc. – che le stesse oligarchie nazionali auspicano, ma che non avrebbero mai il consenso della popolazione e dunque necessitano di apparire come se siano “imposte dall’esterno”, secondo la logica del “ce lo chiede l’Europa”.

Che l’obiettivo sia questo lo scrive nero su bianco il giornalista “di razza” Stefano Folli sulle pagine di Repubblica. Come spiega Folli,

aderire al MES significa entrare in un percorso ben definito, ancorando l’Italia a criteri precisi per la gestione futura del debito
tradotto: serve ad assicurare che le politiche economiche italiane rientrino presto nel solco dell’austerità e dei tagli alla spesa pubblica – ed «equivale a entrare fino in fondo nei meccanismi della nuova Europa immaginata da Angela Merkel a conclusione del suo lungo mandato», vale a dire equivale a subordinare definitivamente l’Italia alle logiche dell’Europa a trazione tedesca attraverso ulteriori cessioni di sovranità. Più chiaro di così si muore direi. Insomma, come sempre, il vero problema dell’Italia, ancor prima del nemico esterno, sono le quinte colonne: il nemico interno.

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