L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 12 giugno 2020

La sorpresa estiva dopo che non si riesce a cavare il ragno dal buco da parte di un governo posto tra l'incudine e il martello. Vogliono apparire buoni ma costretti a fare politiche ammazza-persone, girano intorno come vespe impazzite



SPY FINANZA/ La “summer surprise” per l’Italia anticipata dalla Bce

Pubblicazione: 12.06.2020 - Mauro Bottarelli

Fed e Bce, nello stesso giorno, hanno mostrato la corda. E non a caso lo spread dell’Italia è tornato a salire dopo giorni di discesa

La sede della Bce a Francoforte (LaPresse)

Accidenti che schiaffoni che tira la realtà per svegliarti dai sogni auto-assolutori e riportarti a lei. E come arrivano in fretta, quando pensi di poterli schivare. Nemmeno una settimana dall’aumento del bazooka della Bce e poco più dall’apertura della Commissione Ue a un Recovery fund da 750 miliardi e il nostro spread è già tornato in area 190, dopo aver pascolato per un paio di giorni nei più tranquillizzanti – ancorché artficialmente compressi – dintorni di 170 punti base. Ma come: l’Eurotower sfodera l’arma letale come Mel Gibson e promette che si farà un baffo della Corte di Karlsruhe, Bruxelles mette sul piatto circa 172 miliardi per l’Italia, di cui la metà a fondo perduto e quello screanzato del differenziale il Bund a 10 anni non scende in maniera sostenuta? Non lo hanno avvertito della convocazione di quel Circo Barnum degli Stati Generali, addirittura nobilitato dal foulard in tinta di Madame Lagarde? E non sa che che è stato presentato il mitico piano Colao, mica pizza e fichi, roba che il manuale delle Giovani Marmotte al confronto impallidisce in quanto a concretezza? E poi, se l’Italia non accede al Mes, vuol dire che va tutto bene, no?

Perché allora basta un refolo di vento contrario e, alla faccia degli acquisti della Bce, il nostro spread torna a salire? Perché se curi la febbre con l’acqua tonica, forse non guarisci. E, aggravante non da poco, paradossalmente le Banche centrali hanno mostrato per la prima volta la corda. In contemporanea, proprio mercoledì 10 giugno. Non ve ne siete accorti? Poco male, è roba per feticisti come il sottoscritto.

Partiamo dal dato più noto, ovvero la prima riunione del Fomc della Fed dopo il lockdown totale negli Usa. Ovvero, il board chiamato a indirizzare il Paese nella sua ripartenza, dopo la pagliacciata del dato occupazionale di maggio, gonfiato come un’oca in batteria per ottenere il migliore foie gras per Natale. E cos’ha deciso il buon Jerome Powell, dopo aver ampliato il programma d’acquisto a tal punto da rendere eligibile come collaterale anche la carta del salumiere? La Fed continuerà a comprare Treasuries per 80 miliardi al mese e Mbs per altri 40 e, soprattutto, non si parlerà di rialzo dei tassi prima del 2022. Eccesso di cautela? Probabile, ma calcolato, visto che non si è voluto ricadere nell’errore di Ben Bernanke, ovvero quello di innescare un tantrum sui mercati annunciando o anche soltanto ventilando un arco temporale per il ritorno minimo alla normalità nel costo del denaro. Boom, almeno un anno e mezzo di tassi a questo livello, tanto per gradire. E poi? Stop.

Intendiamoci, in un mondo ancora normale e dove il denaro avesse ancora un valore, saremmo già allo straordinario dello straordinario, ma qui ormai si ragiona di helicopter money come se fosse la cosa più normale e ordinaria al mondo. Quindi, mercato deluso. Non a caso, la reazione a caldo è stata quella di quotazioni dell’oro in rialzo e tonfo del dollaro: d’altronde, mica si tratta mica di monetizzazione diretta del debito, vero? E mentre Jerome Powell si destreggiava in un free-climbing sui vetri per far ingoiare al pubblico la pillola blu stile Matrix – quella che rende l’attuale mercato non solo sostenibile ma addirittura sottovalutato -, emergeva dal comunicato stampa la vera chicca: la medesima Fed prevedeva disoccupazione fra il 7% e il 14% per quest’anno e fra il 4,5% e il 12% nel 2021. Della serie, andiamo a spanne, tanto poi i dati li manipola il Bureau of Labor Statistics a suo piacimento. E sua necessità politica del momento. Nemmeno un aumento degli acquisti degli Etf, nemmeno un ampliamento illimitato all’indigestione di bond spazzatura: nulla di eccitante, solo tassi a zero per l’eternità e i “soliti” 120 miliardi di dollari di acquisti al mese.

Delusione. O primo sintomo della necessità di arginare una deriva monetarista che sta portando gli Stati Uniti su una rotta da kamikaze, se a tutto quanto contemplato nella cassetta degli attrezzi della Fed uniamo il deficit federale totalmente fuori controllo e il piano per un secondo shock fiscale – dopo quello della primavera 2018 – cui Donald Trump starebbe già elettoralmente lavorando, al fine di presentarsi al ritorno dei comizi in estate con il coniglio pronto a uscire dal cilindro. Eh già, perché a novembre si vota e Wall Street, con il suo Nasdaq che in attesa della Fed toccava ridicolmente quota 10.000 punti per la prima volta, dovrà per un po’ tirare il fiato, lasciando che qualche briciola caduta dal tavolo finisca nella zona di competenza della cosiddetta middle class. La quale, paradossalmente, è interessatissima e molto esposta al rally in corso nelle Borse, basti vedere l’impennata di conti titoli aperti su piattaforme di trading on-line come Robinhood.

Nelle ultime settimane, in effetti, hanno fatto tanti, tanti soldi scommettendo su nomi decotti come Hertz o Royal Caribbean, ma ora che la Fed ha deluso le attese per acquisti a strascico di immondizia varia spacciata per obbligazioni (quindi, tagliando le gambe al bail-out federale di interi comparti che rendeva appetibili quei titoli già oggi sulla soglia del default), cosa accadrà? Ho come il presentimento che una nuova tosata per il parco buoi sia alle porte.

Ma torniamo a noi, ovvero alla Bce. La quale mercoledì non aveva in programma alcun appuntamento ufficiale, ma ha visto il membro tedesco del board, Isabel Schnabel, tenere un intervento alla Florence School of Banking & Finance di Francoforte – quelli che parlano bene (e spesso razzolano malissimo) lo chiamano keynote speech – sul significato e le implicazioni di medio termine del programma Pepp, applauditissimo dai detrattori del presunto rigorismo e dagli affetti gravi da schadenfreude contro la Corte costituzionale tedesca. Ve l’ho detto, roba da feticisti. O da giornalisti, se uno avesse voglia di perdere il suo prezioso tempo nel cercare notizie, piuttosto che nel riciclare veline.

E cosa avrebbe fatto/detto di sbagliato la nostra Giovanna d’Arco dello stimolo monetario per fare in modo di “mostrare la corda” della capacità e possibilità di intervento della Bce, come in effetti io penso abbia fatto? Ha presentato questo grafico, apparentemente oscuro, ma in realtà molto semplice: mostra infatti l’incidenza delle tre variabili di intervento del’Eurotower sul flottante di titoli sovrani delle principali quattro economie dell’eurozona. Fra cui, ovviamente, anche l’Italia.


Ovvero, solo con il programma base di sostegno oppure con il programma di sostegno più il Pepp nelle sue due versioni, quella da 750 miliardi originaria e quella ampliata da 1.350 miliardi. Questa ultima ipotesi che vede il programma prolungato fino al giugno 2021 è rappresentata dalla linea prospettica in tratteggiato verde e, come vedete, porta a -30%. Ovvero, quasi un terzo del totale di flottante libero di titoli sovrani viene assorbito in automatico dagli acquisti della Bce, perdendo così – di fatto – il suo carattere di “instabilità da negoziazione” sul mercato, se mi passate la formula poco accademica. In parole povere, il firewall sullo spread, la messa in sicurezza dei differenziali. E, alla luce della deviazione sulla capital key che la Bce non solo ha rivendicato come sacrosanta, ma ha confermato che potrebbe ampliarsi, in caso i Paesi più a rischio avessero necessità di uno scudo più ampio, ecco che quel grafico sembra parlare direttamente a Italia e Spagna. Ma, soprattutto, al nostro Paese.

E cosa ci dice, implicitamente? Semplice: noi come Bce il nostro dovere lo abbiamo abbondantemente fatto, ora tocca alla politica. Non a caso, non esiste una quarta linea tratteggiata che implichi un’ulteriore espansione del piano Pepp, magari in vista di una seconda ondata di pandemia in autunno o, comunque, di un aggravarsi inaspettato della situazione macro dell’eurozona. Nemmeno a livello ipotetico, di mero studio. Ora tocca alla politica, ha sentenziato fra le righe Francoforte, pronunciando – come Portobello – il proverbiale stop, pur paradossalmente travestito da impegno imperituro. E per politica non si intende il Circo Barnum che comincerà oggi a Villa Pamphili, bensì quella a livello europeo. Quella, per capirci, del Mes e del Recovery Fund. Quella, soprattutto, delle condizionalità legate all’esborso mensile delle tranche di aiuto: ovvero, fare le riforme strutturali sotto vigilanza di Bruxelles. Che nel nostro caso, significherebbe arrivare all’ironico paradosso di compiere il nostro dovere di Paese normale con Paolo Gentiloni nel ruolo del maestro pronto a bacchettarci: nemmeno il genio sarcastico e urticante di Luciano Salve avrebbe partorito un copione del genere.

Signori, mercoledì sia la Fed che la Bce hanno per la prima volta fatto intravedere la possibilità che, giocoforza, venga schiacciato il tasto pausa nella parossistica manipolazione dei mercati messa in campo finora. Intendiamoci, ho detto “pausa” e non “stop”, perché stante il post-lockdown, nessuno può permettersi un disimpegno totale delle Banche centrali. Nessuno. L’Italia, però, più di tutti. Lo testimonia il nostro spread. E la sempre crescente tensione nei palazzi del potere e nei corpi intermedi dello Stato: c’è aria di grandi manovre sotterranee, c’è aria di summer surprise. Rileggere l’intervista di Giancarlo Giorgetti al Corriere della Sera proprio del 10 giugno per averne conferma indiretta. Timing perfetto.


Nessun commento:

Posta un commento