L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 7 giugno 2020

le immagini di Minneapolis sono del tutto identiche a quelle che vengono registrate quotidianamente a Gerusalemme, West Bank, Gaza, Golan, Libano, dove impunemente operano gli ebrei-palestinesi sionisti nel “contenimento” delle proteste e nella repressione di ogni forma di opposizione alla violenza strutturale del regime di occupazione

Da Minneapolis alle piazze italiane, la longa manus della polizia d’Israele

06.06.2020 - Antonio Mazzeo

(Foto di https://antoniomazzeoblog.blogspot.com/)

Non riesco a respirare. Non riesco a respirare. Non riesco a respirare. Le ultime parole dell’afroamericano George Floyd, barbaramente trucidato da un agente di polizia a Minneapolis, hanno prodotto una lacerante ferita nella coscienza degli Stati Uniti d’America che non potrà mai più essere rimarginata. Non è la prima volta che un crimine efferato, marcato dal razzismo xenofobo e classista, è stato ripreso da una telecamera e trasmesso in modo virale da tv e social network. La novità, forse, sta nelle difficoltà narrative del potere nel giustificarne le ragioni di “ordine pubblico” e “difesa della proprietà privata” sino a tentare in extremis la colpevolizzazione del singolo per salvare l’intero sistema polizial-repressivo Usa.

Acuti osservatori e le associazioni che lottano in difesa dei diritti del popolo palestinese hanno fatto osservare come le immagini di Minneapolis sono del tutto identiche a quelle che vengono registrate quotidianamente a Gerusalemme, West Bank, Gaza, Golan, Libano, ecc., dove impunemente operano le forze di polizia e i militari israeliani nel “contenimento” delle proteste e nella repressione di ogni forma di opposizione alla violenza strutturale del regime sionista di occupazione. La rassomiglianza dei corpi schiacciati sotto scarponi, pistole e mimetiche non è casuale, purtroppo. Si tratta infatti di tecniche d’intervento apprese negli stessi centri di “formazione” dagli stessi “addestratori”: le scuole di polizia e delle forze armate dello Stato d’Israele e le innumerevoli agenzie-aziende private sorte ovunque con investimenti e personale-veterano provenienti dal complesso militare-industriale israeliano.

Negli Stati Uniti d’America la criminal connection Tel Aviv – polizie locali, distrettuali e interdipartimentali è notoria da tempo ed è stata documentata e denunciata anche da Amnesty International. In un report dell’agosto del 2016, l’ong poneva l’indice su un’incomprensibile omissione del Dipartimento della Giustizia Usa, che pur stigmatizzando le “diffuse violazioni costituzionali, l’aumento delle discriminazioni e la cultura di ritorsione” all’interno del Dipartimento di Polizia di Baltimore (responsabile di crimini analoghi a quello commesso a Minneapolis), non ne aveva ricordato gli strettissimi legali con Israele. “La polizia nazionale, i militari e i servizi d’intelligence israeliani hanno addestrato la Polizia di Baltimora al controllo della folla, all’uso della forza e alla sorveglianza”, scriveva Amnesty International. “Gli ufficiali e gli agenti di polizia di Baltimora, insieme a centinaia di altri provenienti dalla Florida, dal New Jersey, dalla Pennsylvania, dalla California, dal Connecticut, da New York, dal Massachusetts, dal North Carolina, dalla Georgia, dallo Stato di Washington così come la polizia della capitale, si sono recati in Israele per attività addestrative. Migliaia di altri poliziotti sono stati addestrati da ufficiali israeliani negli Stati Uniti. Molti di questi viaggi sono stati finanziati con fondi pubblici mentre altri da privati. A partire del 2002, l’Anti-Defamation League, l’American Jewish Committee’s Project Interchange e il Jewish Institute for National Security Affairs hanno pagato la formazione in Israele e nei Territori occupati dei capi della polizia e dei sottoposti. Ciò nonostante Amnesty International, altre organizzazioni dei diritti umani e lo stesso Dipartimento di Stato abbiano citato la polizia israeliana per aver eseguito esecuzioni extragiudiziarie e altri omicidi illegali, utilizzato trattamenti disumani e la tortura (anche contro bambini), soppresso la libertà di espressione ed associazione ed ecceduto nell’uso della forza contro pacifici manifestanti”.

A cooperare con Tel Aviv per l’addestramento alla “gestione dell’ordine pubblico” di unità d’élite e di polizia ci sono anche numerosi paesi latinoamericani, Cile, Colombia e Brasile in testa. E l’Italia, storico partner politico-strategico d’Israele? In verità assai poco si sa in merito e le uniche notizie trapelate sui media si son soffermate sull’uso da parte di Polizia di stato, polizie locali e Arma dei carabinieri di mini-droni e di sofisticate tecnologie di videosorveglianza, intelligence e informatiche prodotti nei distretti industriali e accademici israeliani. Eppure fra il Governo della Repubblica italiana e quello dello Stato di Israele esiste un Accordo in materia di pubblica sicurezza, sottoscritto a Roma il 2 dicembre 2013 dal’allora ministro dell’Interno, Angelino Alfano, e dal ministro di Pubblica sicurezza israeliano, Yitzhak Aharonovitch L’Accordo, ratificato dalle Camere con voto bipartisan il 19 maggio 2017, copre una ampio spettro di attività di interscambio e collaborazione tra le forze di polizia dei due stati. “I Governi di Italia e Israele – si legge nella lunga premessa all’Agreement – riconoscono il reciproco interesse a cooperare al fine di proteggere dalle minacce i propri popoli, beni ed interessi, contrastando la criminalità in genere al fine di garantire la sicurezza pubblica; (sono) consapevoli che i fenomeni criminali connessi con la criminalità organizzata, la migrazione illegale, la tratta di esseri umani, il commercio illecito di stupefacenti, sostanze psicotrope e precursori di droghe, colpiscono in modo considerevole entrambi gli Stati, pregiudicando sia la sicurezza, che l’ordine pubblico che il benessere e l’incolumità fisica dei propri cittadini; (sono) desiderosi di agevolare e sviluppare la cooperazione fra di loro, anche attraverso lo scambio di conoscenze, esperienze, informazioni e tecnologie”.

L’articolo 2 dell’Accordo elenca i settori di “prevenzione e repressione” a cui dovrebbero collaborare il Dipartimento della Pubblica sicurezza del Ministero dell’Interno e il Ministero della Pubblica sicurezza israeliano: “contro” la criminalità organizzata transnazionale e i trafficanti di persone, droghe, armi, munizioni ed esplosivi; i reati contro il patrimonio, compresa la tutela dei beni di valore storico e culturale; i reati economici e il riciclaggio; la criminalità informatica e, dulcis in fundo, il “terrorismo”, termine utilizzato indiscriminatamente a livello globale per reprimere ogni forma di dissenso al modello neoliberista.

L’art. 3 elenca invece le forme di cooperazione bilaterale: “lo scambio delle informazioni su reati, organizzazioni criminali, il loro modus operandi, le loro strutture e i loro contatti; i tipi di stupefacenti, i luoghi e i metodi di produzione, i canali e i mezzi utilizzati dai trafficanti, le tecniche di occultamento, nonché i metodi di funzionamento dei controlli antidroga alle frontiere e l’impiego di nuovi mezzi tecnici; i metodi per il contrasto alla migrazione illegale; i passaporti ed altri documenti di viaggio, visti, timbri di ingresso ed uscita; le infiltrazioni criminali nelle società che partecipano a procedure di appalto per lavori pubblici; la formazione e l’aggiornamento professionale e lo scambio di esperienze relative alla gestione dell’ordine pubblico in occasione di grandi eventi e manifestazioni di massa; i metodi scientifici e gli strumenti tecnologici applicati nel settore della pubblica sicurezza; le unità artificieri, i metodi e le tecnologie impiegate nell’individuazione di ordigni e materiali esplodenti; i sistemi adottati per la protezione di infrastrutture e obiettivi sensibili; lo svolgimento di operazioni congiunte quale supporto alle iniziative di carattere info-investigativo e allo scambio dei dati sui soggetti sospettati di essere implicati in attività criminali, ecc.”. Settori tutti delicatissimi e in cui sono sterminate le informazioni condivise con la polizia partner che poi avrà piena autonomia e pieni poteri per farne ciò che vuole. E di certo non ridimensiona timori e inquietudini quanto si legge all’art. 8 dell’Accordo in materia di pubblica sicurezza, secondo cui “ciascuna Parte garantisce un livello di protezione dei dati personali acquisiti conforme a quello assicurato dall’altra Parte e adotta le necessarie misure tecniche per tutelarli dalla distruzione accidentale o illecita, dalla perdita, dalla diffusione o dall’alterazione accidentali, dall’accesso non autorizzato o da qualsiasi tipo di trattamento non consentito”. Ampie inoltre le garanzie di impunità e di azione che potrebbero essere assicurate ai criminali-terroristi “amici” o agli agenti segreti in missione speciale. L’art. 5, infatti, prevede che “la richiesta di assistenza può essere rifiutata in tutto o in parte se l’Autorità competente osserva che la sua esecuzione potrebbe compromettere la sovranità, la sicurezza interna, l’ordine pubblico o altri interessi fondamentali del proprio Stato”.

Si prevede anche l’istituzione di un Gruppo di Lavoro Congiunto a cui affidare il compito di discutere e approvare ulteriori programmi di cooperazione e “concordare” scambi di delegazioni e il “distacco” di esperti per la sicurezza, soprattutto per quanto attiene allo scambio di informazioni e all’adempimento di richieste di assistenza. L’Accordo del 2 dicembre 2013 ha durata illimitata, ma attribuisce alle due Parti la facoltà di sospenderne temporaneamente l’attuazione “se tale provvedimento risulta necessario per garantire la sicurezza dello Stato e dell’ordine pubblico, oppure la sicurezza e la salute dei suoi cittadini”. Da ciò che si evince dall’ultimo paragrafo, con l’entrata in vigore dell’agreement bilaterale veniva a decadere infine un accordo tra il Governo italiano e quello di Israele “sulla cooperazione nel contrasto del traffico illecito di sostanze stupefacenti e psicotrope, il terrorismo ed altri reati gravi”, firmato il 10 febbraio 2005 a Gerusalemme.

A porre le basi del nuovo e più ampio modello di collaborazione tra le forze di polizia italiane e quelle israeliane era stata la missione a Tel Aviv e Gerusalemme, il 18 e 18 gennaio 2010, dell’allora Capo della Polizia, prefetto Antonio Manganelli, prematuramente scomparso tre anni dopo. “Rafforzare la cooperazione e intensificare lo scambio di informazioni per lottare insieme contro il terrorismo e i crimini informatici: sono questi gli argomenti principali su cui sono incentrati gli incontri operativi che il dott. Manganelli ha avuto in Israele”, si legge sul sito istituzionale della Polizia di Stato, l’unico che ha documentato l’evento con dovizia di particolari. “L’obiettivo è quello di dar vita a un gruppo di esperti che possa rendere permanente lo scambio di esperienze in questi settori (…) Il prefetto Manganelli ha incontrato alti funzionari della sicurezza locali e discusso con loro delle strategie comuni da intraprendere e il ministro israeliano della Sicurezza interna, Yitzhak Aharonovitch”. Quest’ultimo, come abbiamo visto, avrebbe poi apposto la propria firma all’Accordo insieme al ministro Alfano. Già generale e comandante in capo della polizia di confine, Aharonovitch ha guidato a fine anni ’90 le forze di polizia schierate in West Bank; lasciata la vita politica, riveste oggi l’incarico di presidente di IMI Systems (ex Israel Military Industries), uno dei maggiori gruppi industriali israeliani produttori di mezzi da guerra terrestri, armi e munizioni, recentemente acquisito dall’holding Elbit Systems.

“Nella stessa mattina, il capo della Polizia italiana si è recato a Tel Aviv per incontrare il direttore generale del ministero della Difesa, Oudi Shami, che è anche responsabile della protezione delle infrastrutture industriali e strategiche”, prosegue la nota della Polizia di Stato. “L’obiettivo è lo scambio di informazioni sui sistemi di contrasto della criminalità cybernetica e di servizi di polizia informatica. Un settore nel quale – ha rimarcato Antonio Manganelli – l’Italia, con la specializzazione raggiunta dalla polizia postale, può vantare un ruolo riconosciuto di leadership mondiale al fianco di Usa, Gran Bretagna e Canada”.

Nel corso della missione in Israele, l’allora capo della Polizia italiana si incontrava pure con l’omologo responsabile delle forze di polizia israeliane Dudi Cohen, il vice capo Ilan Franko e il direttore generale della Pubblica sicurezza del ministero dell’Interno, Hagai Peleg. “Fra i temi specifici affrontati non è stato tralasciato neanche quello – molto attuale – della possibile introduzione del body scanner negli aeroporti internazionali”, aggiungeva l’ufficio stampa della Polizia. Uno strumento delicato, ha dichiarato il Prefetto, la cui efficacia dipende soprattutto da un contesto di cooperazione internazionale e dall’individuazione di una best practice comune”.

Alla “storica” visita del prefetto Manganelli, il sito istituzionale della Polizia di Stato italiana dedicava un altro articolo in data 21 gennaio 2010. “Non solo di sicurezza e lotta al terrorismo si è parlato nei due giorni di incontri che il capo della Polizia italiana ha avuto con i vertici della sicurezza israeliani; ma anche di tecniche di protezione delle personalità di Governo e dei pentiti e di lotta al traffico di droga, di esseri umani e al riciclaggio di denaro sporco oltre che di temi di attualità come la sicurezza dei viaggiatori”, vi si legge. “L’intenzione è di attivare al massimo comuni sinergie in tutti questi settori e dare vita ad un gruppo di lavoro congiunto italo-israeliano capace di rendere efficace lo scambio di informazioni e di esperienze rafforzando così la cooperazione tra i due Paesi, già stabilita con un accordo firmato nel 2007 (Si tratta di un altro agreeement oltre a quello firmato invece il 10 febbraio 2005 a Gerusalemme? Nda)”.

“Nei colloqui con i vertici della sicurezza israeliana sono stati individuati gli obiettivi specifici su cui poter lavorare insieme, ma soprattutto sono state messe in evidenza le migliori esperienze operative di ciascun Paese che possono esser messe a fattore comune per una collaborazione sempre più proficua”, prosegue l’articolo della Polizia di Stato. “L’Italia può mettere a disposizione l’esperienza maturata sul fronte del contrasto della criminalità organizzata, a cominciare dai programmi di protezione dei testimoni e di gestione logistico-amministrativa dei collaboratori di giustizia; lo Stato ebraico a sua volta può condividere la sua pratica nel settore della protezione individuale delle personalità e in generale delle tecniche di lotta al terrorismo, anche attraverso l’intensificazione dei programmi di addestramento comuni già avviati dai Reparti speciali della polizia italiana, i Nocs, con i loro colleghi israeliani…”.

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