L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 11 giugno 2020

se anche il Finacial Times riconsidera il ruolo dello stato in economia stanno veramente maluccio

Economia e democrazia secondo Panebianco

di Carlo Formenti
8 giugno 2020

“In nulla vogliamo somigliare alla Cina”: questa secondo Panebianco la lezione che andrebbe tratta dalla tragedia della pandemia. Nemmeno sul piano dell’efficienza che lo Stato cinese ha dimostrato nel limitare il numero delle vittime? Assolutamente no, perché quell’efficienza è frutto dell’autoritarismo e dello statalismo che soffocano il mercato assieme alle libertà politiche e civili (che secondo i liberali alla von Hayek come Panebianco sono un tutt’uno).

Poco importa – il nostro non lo dice ma lo pensa – che la libertà in salsa lombarda (che ha voluto dire, fra le altre cose, privatizzazione della sanità e sistematica distruzione della capacità di assistenza pubblica) sia costata 15.000 morti (senza contare quelli stroncati da altre malattie, perché gli ospedali potevano occuparsi solo dei contagiati dal virus) e che in altre grandi culle della libertà, dagli Stati Uniti all’Inghilterra, senza dimenticare il Brasile di Bolsonaro, il bilancio sia stato dieci volte più pesante. La guerra allo “statalismo” varrà pure qualche sacrificio (soprattutto se a morire sono i vecchi, che con le loro pensioni appesantiscono quella spesa pubblica che resta in cima alla lista degli anatemi).

Preoccupato perché “stando ai sondaggi, ci sono ormai in questo Paese estese simpatie per le potenze autoritarie, Russia e Cina”, il nostro stila l’elenco dei nemici che, attenzione, non sono solo quelli “lucidi”, quelli cioè che come il sottoscritto (Panebianco si rassicuri: siamo ancora troppo pochi) pensano che, dagli anni 80 del 900, democrazia e libertà abbiano divorziato mentre il “libero mercato” – nella forma estrema del capitalismo finanziarizzato e globalizzato – ha distrutto tutti i diritti sociali acquisiti in decenni di lotte delle classi subalterne; sono anche quei nemici “inconsapevoli” che accarezzano l’idea di un ritorno dell’economia mista del trentennio postbellico.

Fra questi “utili idioti” - che si pongono inconsapevolmente al servizio del complotto autoritario filo cinese perché non capiscono che una volta che si sia permesso allo Stato di riallungare le mani sulle imprese, poi diverrebbe difficile, se non impossibile, sottrarle al suo mortale abbraccio – il nostro mette perfino Cottarelli (che abbiamo visto imperversare in tutti i talk difendendo a spada tratta la necessità di restare fedeli al verbo ordoliberale che viene da Bruxelles e Berlino) e Prodi. Prodi! L’uomo che ha contribuito a realizzare i sogni di Carli e successori, svendendo la nostra sovranità monetaria e dando via libera allo smantellamento della nostra industria di Stato che era l’unica in grado di reggere il confronto con i colossi mitteleuropei e angloamericani (per cui oggi le nostre ”libere” imprese possono al massimo aspirare al ruolo di terzisti per conto delle aziende straniere).

Purtroppo, lamenta Panebianco, questo è lo “spirito del tempo” per cui sarà difficile contrastare la sbornia neostatalista. Qui si coglie bene quello che Polanyi spiegava nel suo attualissimo capolavoro, “La grande trasformazione”: il liberal-liberismo nelle sue forme più radicali – di cui Panebianco è un esempio paradigmatico – non è affatto una visione realista del mondo, è una perniciosa utopia che, se perseguita senza se e senza ma, può portare solo a catastrofi come quelle della grande crisi del 29 e delle due guerre mondiali, se non addirittura al suicidio della stessa civiltà capitalista occidentale. Le élite capitaliste mondiali ne sono ben consapevoli, al punto che il Financial Times – che ne è il più autorevole organo mondiale - nelle ultime settimane ha pubblicato diversi articoli in cui si sostiene che è arrivato il momento di rivalutare il ruolo dello Stato in economia. Quanto ai discorsi secondo cui esisterebbe una relazione di inscindibile identità fra libertà, democrazia e mercato, sono ignobili falsificazioni che trovano sempre meno estimatori. Eppure a Panebianco noi nemici consapevoli dobbiamo riconoscere un merito: ove messe integralmente in atto, le sue idee svolgerebbero un formidabile ruolo di acceleratore dei conflitti sociali.

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