L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 18 giugno 2020

Stati Uniti - azardo su azardo, l'implosione è dietro l'angolo, noi 99% ci faremo tanto male, prepariamoci

SPY FINANZA/ Il “Frankenstein” comodo per Trump, ma pericoloso per i mercati

Pubblicazione: 16.06.2020 - Mauro Bottarelli

Negli Stati Uniti c’è la possibilità che una mole enorme di liquidità, comoda in periodo pre-elettorale per Trump, faccia danni seri

Jerome Powell, Presidente della Fed (Lapresse)

L’America ha drammaticamente riscoperto di avere un problema con l’eccessiva durezza della polizia. E con il razzismo. Non è accaduto a caso. Il video dell’arresto e della drammatica fine di George Floyd si è diffuso in Rete con una viralità riconducibile unicamente a un algoritmo ad hoc. Nel giorni seguenti, rivolte e devastazioni hanno attraversato gli Stati Uniti, addirittura spingendo la Casa Bianca a mobilitare la Guardia Nazionale e minacciare il dispiegamento dell’esercito. Suscitando non pochi mal di pancia fra i dogs of war del Pentagono, tramutatisi in agnellini per convenienza politica dei loro referenti: esattamente ciò che voleva Donald Trump, far emergere platealmente come settori strategici del Deep State remino contro la sua politica. Poi, quando l’onda stava per perdere di intensità, ecco spuntare altri video di cittadini afro-americani uccisi da agenti durante operazioni di fermo, a causa di poche ortodosse manovre di immobilizzazione al collo. Uno qui, uno là, tutto il Paese appare affetto dal virus della segregazione di ritorno. Quasi ci fosse una regia.

Ma esiste questa regia? In anno di elezioni presidenziali e crisi economico-sociale da pandemia per il Covid-19 difficile pensare e credere che tutto sia frutto di una casualità. E la riprova, decisamente azzardata, potremmo averla a breve dai mercati, vera cartina di tornasole delle destabilizzazioni 2.0. Entro il 30 giugno, questa la data da segnarsi sul calendario. Come d’altronde hanno già fatto i traders, i quali in un articolo di Bloomberg sono unanimi nel definire quella scadenza come “la più grande wild card attualmente presente sul mercato del finanziamento, quantomeno in vista dell’approssimarsi di fine trimestre”.

Cosa ci attende? Anzi, per meglio dire, quale coniglio starebbe per estrarre dal cilindro Donald Trump, da qui a quindici giorni? Pù che un coniglio, the gorilla in the room, stando sempre alle immaginifiche metafore degli operatori. A offrire una risposta ci pensa questo grafico, dal quale si nota intuitivamente come da qui alla fine del mese il cash balance del Treasury statunitense debba calare drasticamente dall’attuale livello record di 1,5 trilioni di dollari alla cifra obiettivo prefissata nel Treasury General Account per la fine del secondo trimestre. Ovvero, 800 miliardi come target.


In parole povere e in totale contrasto con quanto accaduto lo scorso settembre, quando la scarsezza di liquidità sui conti di riserva della Fed innescò la crisi del mercato repo che sancì il ritorno in campo della Banca centrale Usa dopo un decennio, il Tesoro americano sta per alluvionare il mercato con 700 miliardi di cash. Di fatto e al netto della purga della seduta borsistica dell’11 giugno, questo accadrà in piena euforia degli indici e con il livello della ratio put/call che mostra chiaramente la propensione rialzista degli operatori e la pressoché – pericolosissima – assenza di strategie di hedging in atto. Insomma, si sta per offrire un pacco enorme di free-drink a chi ha già bevuto troppo e, a breve, potrebbe mettersi alla guida.

C’è però il lato positivo nell’intera vicenda, quantomeno dal punto di vista politico: la Casa Bianca ha un enorme tesoretto elettorale da spendere, proprio in un momento di tensione sociale che – magicamente – potrebbe tramutarsi in inno mediatico alla concordia attraverso un mega-stanziamento di fondi pubblici verso l’economia reale. Perché alla cifra a disposizione sui conti federali presso la Fed vanno uniti i 140 miliardi riconducibili al piano PPP (Paycheck Protection Program) del Tesoro di finanziamento per la Pmi in crisi rimasti a tutt’oggi inevasi, sintomo di un’emergenza di finanziamento che ha già raggiunto e scollinato il picco: cosa è accaduto, di fatto? Semplice, in vista dell’estate calda e soprattutto del voto di novembre, la Casa Bianca ha volutamente sovrastimato le necessità di finanziamento del Tesoro, come mostra questo secondo grafico: nel solo mese di maggio, il debito federale Usa è cresciuto di 1 trilione di dollari. Insomma, si sono messe in cantiere emissioni di debito eccessive anche rispetto alle necessità emergenziali da lockdown (il quale negli Usa, a livello di attività economica, è stato incomparabilmente più limitato e breve che ovunque in Europa o Asia) per finanziarie un deficit ormai fuori controllo, ma in grado di generare ritorni politici straordinari. Come accaduto nella primavera del 2018, quando lo shock fiscale lanciato dalla Casa Bianca operò da detonatore del rally azionario, visto che i fondi offshore parcheggiati all’estero della multinazionale Usa rientrarono “scudati” in patria per tramutarsi alchemicamente in buybacks azionari: il gioco delle tre carte, l’inganno degli specchi. Che, comunque, garantì a Donald Trump materia di tweets entusiastici per un’intera estate, l’inizio della campagna di stalking social verso Jerome Powell per lo scarso supporto garantito a un’economia che voleva correre ancora di più e, soprattutto, il plauso bipartisna dei media, proni a registrare acriticamente il boom senza precedenti di Wall Street.


Come, ad esempio, potrebbe accadere ora. Tramite manovre emergenziali di supporto all’economia reale nel pieno di una rivolta che vede la polizia sul banco degli imputati e le statue dei generali confederati abbattute a furor di teppisti: nessuno al Congresso potrebbe opporre un “no” pregiudiziale, nemmeno il Joe Biden più determinato.

Quali sono gli effetti collaterali potenziali, però? A detta di Andreas Steno-Larsen di Nordea, “se davvero i 700 miliardi lasceranno i conti del Tesoro presso la Fed e fluiranno nell’economia reale entro la fine del trimestre, questo si tradurrà automaticamente in un boost massivo per gli asset più rischiosi”. Insomma, azzardo su azzardo. Altro effetto indesiderato si potrebbe sostanziare sui rendimenti obbligazionari, come già incorporato nei movimenti anomali che si registrano da giorni nello spread fra T-bill a 3 mesi e indice degli swaps overnight. Se accadrà, la Fed potrebbe comunque ritrovarsi servito su un piatto d’argento l’alibi necessario per introdurre una sorta di controllo sulla curva dei rendimenti in stile giapponese, al fine di evitare pericolose impennate su quelli a breve termine. Mossa dalla quale, però, difficilmente c’è ritorno indolore. Anche perché, contemporaneamente, operare in quel modo equivarrebbe a gridare al mondo che il Re delle extra-necessità di emissione del Tesoro è in realtà nudo: insomma, il deficit finora pompato con gli steroidi dell’emergenza Covid rischia di conoscere una brusca frenata.

E qui subentra una terza ma fondamentale variabile, contenuta in questo grafico: di fatto, i cicli di Qe hanno sì garantito un aumento della massa monetaria M2, ma non il suo fluire nell’economia reale. Quell’aumento di stock si è sostanziato unicamente in deficit, una partita di giro fra Wall Street (principale e pressoché unica beneficiare reale dell’operatività straordinaria della Fed) e Washington, intesa come potere politico di ogni connotazione e colore di amministrazione federale succedutasi.


Ecco perché quell’alluvione di dollari potrebbe essere politicamente fondamentale per la Casa Bianca, almeno nel breve termine del lasso di tempo che divide il Paese dal voto di inizio novembre. D’altronde, come si ottenne la fine degli attentati in Irlanda del Nord, dopo oltre 30 anni di morte e guerriglia? Con i miliardi a pioggia paracadutati sull’Ulster tramite la devolution di Tony Blair. E senza dover attraversare la Manica, come si placò la rabbia dinamitarda del Sud Tirolo italiano, se non ricoprendo l’Alto Adige di miliardi garantiti dallo Statuto speciale?

C’è un solo problema, al netto di una sempre più chiara natura di strumentalità politico-finanziaria della pandemia negli Stati Uniti. Un’operazione simile che vada a innestarsi su un equilibrio di mercato già completamente sconnesso dai fondamentali proprio per l’operatività straordinaria della Fed, quanto margine di rischio reale comporta a livello di sindrome Frankenstein, ovvero di perdita del suo controllo? Attenzione al gorilla in the room: come per King Kong durante il trasporto dall’Africa negli Usa, è meglio assicurarsi che le catene cui è legato siano ben salde. Altrimenti, quel flusso di liquidità liberato nel mercato senza un controllo, potrebbe esondare e fare danni. Enormi.

Nessun commento:

Posta un commento