L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 18 giugno 2020

Superare il limite del dibattito con la proposta di uscire fuori da Euroimbecilandia nella lotta forgiare il soggetto politico che avrà la Direzione. Per la quale si dovrà continuamente aggiornarsi nello sforzo teorico-pratico che di volta in volta i fatti disvellano

NUOVA DIREZIONE? (prima parte) 

di Moreno PasquinelliGIU 18, 2020


«Colui che attende una rivoluzione sociale “pura”, non la vedrà mai. Egli è un rivoluzionario a parole che non capisce la vera rivoluzione. […] La rivoluzione socialista in Europa non può essere nient’altro che l’esplosione della lotta di massa di tutti gli oppressi e di tutti i malcontenti. Una parte della piccola borghesia e degli operai arretrati vi parteciperanno inevitabilmente – senza una tale partecipazione non è possibile una lotta di massa, non è possibile nessuna rivoluzione – e porteranno nel movimento, non meno inevitabilmente, i loro pregiudizi, le loro fantasie reazionarie, le loro debolezze e i loro errori». V. I. Lenin

Nuova Direzione è un’associazione politica verso la quale sentiamo forti affinità ideali e programmatiche, e verso i cui compagni nutriamo sincera stima. Al suo interno è in corso un dibattito che, al netto di certi arzigogoli teorici, solleva la questione se sia ancora possibile una fuoriuscita dal capitalismo e, se sì, con quali forze e per quali vie è possibile attuarla.

Prendiamo spunto dall’intervento di Diego Melegari e Faabrizio Capoccetti — I “bottegai”, l’ultimo argine? Spunti per una politica oltre purismo e subalternità – e della risposta di Alessandro Visalli – Delle contraddizioni in seno al popolo: Stato e potere.

Due interventi ad alta densità teorica, forse anche troppo, la qual cosa mette in bella mostra quello che a noi pare un brutto difetto di Nuova Direzione, l’intellettualismo. Entrambi risultano inaccessibili, non diciamo al largo pubblico, ma anche a militanti che non abbiano avuto il privilegio di aver studiato e digerito il complicato e spesso cervellotico dibattito teorico politico che, dopo il crollo del movimento comunista internazionale, ha coinvolto l’intellighentia marxista internazionale. Tuttavia, posta la preliminare opera di decriptazione, i due contributi sono degni di attenzione poiché, oltre a tirare in ballo dirimenti questioni strategiche e tattiche, ci fanno vedere la possibile linea di frattura dell’associazione.

Chi scrive non condivide il presupposto filosofico che sottostà alla visione di Melegari e Capoccetti. Traspare, da quanto essi scrivono, che fanno loro il paradigma della “congiuntura” di Ernesto Laclau, quello per cui ogni evento storico sarebbe frutto imprevedibile della “contingenza” e non anche risultato di processi necessitati e/o di leggi sociali oggettive – “Ciò che può essere o non essere” direbbe S.Tommaso.

Va bene lasciarsi alle spalle ogni determinismo meccanicistico, giusto superare certo teleologismo insito nella profezia marxista; ma andiamoci piano con l’indeterminismo, ovvero a gettare nel cesso la concezione materialistica della storia.

Non c’è, nella storia, alcuna spinoziana “causa perfetta” per cui, posta una causa, l’effetto sarebbe già infallibilmente dato (quindi geometricamente prevedibile). Tuttavia è grande errore rimuovere sic et simpliciter la categoria di causa lasciando tutto alla caotica casualità all’accidente.

Malgrado questo abbaglio teorico — forse proprio per questo errato presupposto filosofico — Laclau giunse ad una conclusione condivisibile: l’assoluta centralità del fattore Politico, per la precisione della funzione creativa e poietica del soggetto politico.

Per la sua tortuosa via egli approdò molto vicino all’idea leniniana del Partito come demiurgo della storia e/o di quella gramsciana del Partito politico come “moderno Principe” in quanto architetto di un blocco storico nazionale-popolare.

Di qui, superata la meccanica del “partito di classe”, il suo discorso sull’attualità del “populismo”, ovvero di un soggetto capace di diventare perno e direzione di un pluralistico blocco sociale antagonista.

Di questo ci parlano sostanzialmente Melegari e Capocccetti, se gli odierni rivoluzionari saranno capaci o meno non di stare alla finestra ad “interrogare” la “maggioranza atomizzata” prodotta da decenni di neoliberismo, ma di “sporcarsi le mani” per svolgere una funzione attiva e creativa allo scopo di cavar fuori dalla poltiglia sociale, prodotta dal tardo-capitalismo, un blocco antagonista.

Ci si getta o no nel gorgo per fare in modo che un precipitato solido emerga dalla crisi sistemica della “società liquida”? Così i nostri giustamente affermano: “Le maggioranze sociali non sono lì pronte per affermarsi politicamente, ma semmai è l’affermazione di una politica a permettere di raccogliere e formare un blocco sociale”.

La loro risposta è quindi che sì, occorre gettarsi nella mischia per tentare di uscire dal marasma, è d’obbligo entrare nel caos per provare a dargli un ordine. Non può essere un alibi la debolezza soggettiva.

Essi non lo dicono ma è l’implicita conclusione, che proprio nel gorgo si può, anzi di deve, costruire il soggetto politico, senza il quale l’energia che la crisi sistemica sprigiona si volatilizzerebbe e/o potrebbe fungere da carburante per avventure reazionarie. Di qui la necessità, sbarazzatisi di vetusti pregiudizi operaistici e astratti canoni classisti, di recepire le istanze dei “bottegai” – epiteto che sta per i vasti strati di piccola borghesia e ceto medio che la crisi va precipitando nel pauperismo – per tentare di raddrizzare un bastone che la storia ci consegna storto.

I nostri non lo dicono ma, non fosse che per l’epigrafe gramsciana posta in cima al loro articolo, lo fanno capire: a causa di molteplici ragioni, non sarà il mondo del lavoro dipendente e sindacalizzato a occupare la prima linea della sollevazione sociale, bensì proprio la piccola borghesia pauperizzata.

Hic Rodhus, hic salta: li, in quel campo i rivoluzionari debbono calarsi per inseminarlo in senso democratico e rivoluzionario e, così facendo, agire e costruire Partito trascinando nel conflitto gli strati più dinamici del proletarito.

Nel passaggio dall’astratto al concreto essi però inciampano. Ammettono che “le classi dirigenti nazionali hanno scelto di consegnare la soluzione del conflitto di classe interno alla dipendenza del vincolo esterno”, ma ne traggono una conclusione che stride con la premessa, ovvero si rifiutano di ammettere l’assoluta centralità della battaglia tutta politica per spezzare il vincolo esterno (leggi lotta per la sovranità nazionale e popolare), un vincolo che non è solo lo scudo ideologico della nostra classe “dirigente”, vincolo che costituisce una vera e propria macchina di dominio, ovvero il consorzio di poteri eurocratici sovraordinati.

La questione europea è infatti solo evocata, non considerata come l’anello giusto per afferrare la catena politica. I nostri escludono così quella che chiamano “strategia dei due tempi”: sbagliato sostenere che per prima cosa occorre ottenere la sovranità nazionale allo scopo di “ristabilire uno spazio democratico”. Per loro il “processo è unitario, complessivo e conflittuale, indirizzato a riorganizzare lo Stato, le istituzioni, il tessuto produttivo, i rapporti proprietari ecc.”

Forse ci sbagliamo ma qui si parla di noi, della sinistra patriottica, ovvero si contesta la necessità di passare ad un’alleanza di CLN per uscire dall’Unione europea. No, non ci sbagliamo. Il fatale errore è in questo caso l’astrattezza, un’astrattezza che, concludendo l’articolo, vanifica e polverizza quella che sembrava la sostanza del loro articolo.

Melegari e Capoccetti vorrebbero un trotskysta processo di “rivoluzione permanente”, ovvero che la lotta per la sovranità nazionale vada di pari passo e includa quella per rifondare lo Stato su basi socialiste. Auspicabile? Sì, certo, ma questo, ci avrebbero detto sia Lenin che Trotsky, dipende da chi sta alla guida del processo.

La liberazione nazionale diventa sociale solo se diretta dai rivoluzionari. La lotta democratica diventa lotta per il socialismo solo se alla sua testa ci sono i socialisti — non di certo formazioni populiste.

Posto che la tendenza ad uscire dalla gabbia eurocratica e per respingere la succubanza al dominio tedesco è in atto, dato che questa tendenza si rafforzerà a causa della catastrofe economica incombente, risulta forse che i rivoluzionari siano alla sua testa? Sono forse in condizione di prendere la guida della incipiente sollevazione sociale? La risposta è no. Lo sganciamento potrà avvenire solo come risultato di una dura battaglia condotta da un ampio fronte nazionale-popolare, per sua natura inter-classista e ideologicamente eterogeneo.

Occorre prendere parte in questa battaglia malgrado non si abbia la direzione? Sì o no? Per noi la risposta è sì. Occorre o no avere un ruolo attivo nel costituire questo blocco nazionale-popolare? Per noi certamente sì. Siccome un altro campo non si vede all’orizzonte, è in questo che le “minoranze creative” debbono esercitare un ruolo d’avanguardia e tentare di fare egemonia.

L’errore è quello di attribuire una valenza teurgica al concetto di “processo”. Tutto nella storia avviene come “processo” ma ciò non significa indistinzione tra i suoi momenti. Non c’è bisogno di abbracciare la vecchia teoria socialdemocratica e poi staliniana della “rivoluzione per tappe” per capire che una efficace strategia si basa, data la connessione tra un momento e l’altro, nel saper cogliere questi passaggi di fase, nel distinguere l’uno dall’altro — a maggior ragione se non si tratta di una progressione a gradini di una scala ma di salti.

Nel caso che ci riguarda, quello italiano, è di tutta evidenza che noi, a meno di immaginare una simultanea rivoluzione europea, non avremo la rivoluzione socialista e quindi la conquista della sovranità nazionale e popolare bensì il contrario: senza vincere la battaglia della liberazione nazionale non potremo passare a quella, ancor più complessa della rivoluzione socialista. C’è un primo e un dopo.

Partiti dalla giusta premessa che il blocco sociale antagonista non ci verrà consegnato dalla crisi capitalistica, che esso si può costituire solo grazie all’esistenza di un elemento Politico di agglutinazione; posta poi la tesi che la piccola-borghesia pauperizzata potrebbe essere la forza motrice iniziale del blocco nazionale-popolare; Melegari e Capoccetti non hanno il coraggio di trarne le dovute conseguenze né sul piano della proposta politica né su quello della prassi. La matrice teorica indeterminista non può che condurre all’indeterminatezza sul piano politico. E così essi prestano il fianco alla dura critica di Visalli.

(continua)

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