L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 18 giugno 2020

Togati&istituzioni malate - i 'ndranghetisti sono già usciti dalle carceri queste servono solo per i comuni mortali

Cala il rischio contagio da Covid, stop alle scarcerazioni ma decine di boss sono già fuori

Il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria congela la circolare che aveva permesso a tanti detenuti di lasciare gli istituti di pena, ma già tante figure di primo piano della 'ndrangheta hanno ottenuto i domiciliari

di Redazione 
17 giugno 2020 10:51

Il carcere Siano di Catanzaro

Sospesa la circolare sulle scarcerazioni per il Covid, grazie alla quale numerosi boss e figure di primo piano della 'ndrangheta avevano lasciato il carcere. A congelarla, nella giornata di ieri 16 giugno, è stato il Dipartimento amministrazione penitenziaria, a causa del mutato quadro sanitario dell'emergenza Covid. La circolare, che aveva suscitato pesanti polemiche per le scarcerazioni di alcuni boss e su cui la Commissione di inchiesta antimafia aveva svolto indagini e audizioni a seguito della sua diffusione, invitava i direttori delle carceri a segnalare ai magistrati di sorveglianza i detenuti con gravi patologie che li esponevano al rischio in caso di contagio.

Il numero uno del Dap Bernardo Petralia e il vice Roberto Tartaglia hanno disposto «la sospensione dell'efficacia delle disposizioni impartite» con la nota del 21 marzo scorso con la quale erano state «date disposizioni per la comunicazione all'autorità giudiziaria "per le eventuali determinazioni di competenza" dei nominativi dei ristretti in condizioni di salute tali da comportare un elevato rischio di complicanze in caso di contagio" da Covid 19. Il Dap ha motivato la decisione spiegando che il numero dei ristretti positivi "pari oggi a 66 persone su poco più di 53mila detenuti, è in costante diminuzione" e «negli istituti penitenziari risultano in atto protocolli di prevenzione del rischio di diffusione del contagio».

Piana di Gioia Tauro

Nei mesi scorsi, grazie alla circolare del Dap tanti boss, capi e gregari hanno strappato un biglietto per tornare a casa. Nella Piana di Gioia Tauro, sono tornati a casa personaggi del calibro di Vincenzo Bagalà, uomo di fiducia e braccio economico dei Piromalli, ombra di Antonio Piromalli, figlio di quel Peppe “Facciazza” che nonostante da 20 anni sia al carcere duro per i magistrati è ancora in grado di tenere salde in mano le redini del suo clan. Giovanissimo, stando all’età dei soggetti considerati a rischio ma evidentemente affetto da patologie tanto gravi da non essere più compatibile con il carcere anche Domenico Longo, 53enne capo dell’omonima ‘ndrina di Polistena. E a casa è andato anche Domenico Pepè, arrestato da latitante nel 2017 e accusato di essere uno dei narcos incaricati di gestire i traffici dall’America Latina per conto dei Piromalli.

San Luca

Stesso ramo di business di Sebastiano Giorgi, 53enne di San Luca, condannato in via definitiva a 21 anni di carcere per traffico di armi e droga. Così malato da dover uscire dal carcere perché a rischio in caso di contagio, Giorgi è stato ritenuto dai giudici sufficientemente in salute – rivela L’Espresso -da poter uscire quotidianamente due ore per badare al bestiame di famiglia. Anche Antonio Romeo, il “Gordo”, ha da scontare una condanna definitiva a 17 anni per traffico di droga e anche lui, causa Covid19, adesso sconta la pena ai domiciliari in paese. Ma in paese si festeggia anche il ritorno a casa di Francesco Mammoliti, classe 1949, uno della vecchia guardia, che in carcere ha iniziato ad entrarci già ai tempi dei processi per i sequestri. Settantaquattro anni ha invece Giuseppe Nucera, condannato a 12 anni e mezzo di carcere come capo locale di Gallicianò, ndrina nata nell’orbita dei clan di Condofuri.

I patriarchi

Ma fuori di cella ci sono anche nomi di peso della ‘ndrangheta di Reggio città, come Demetrio Serraino, nato nel '47, fratello di quel don Ciccio Serraino, che ha scritto di proprio pugno la storia dei clan. Il suo è un cognome blasonato nella gerarchia criminale, al pari di quello di Rocco Morabito, il fratello del boss Peppe Tiradritto, uscito di cella negli stessi giorni del suo braccio destro, Domenico Antonio Moio. Nomi di peso della ‘ndrangheta reggina, al pari di quello di Rocco Santo Filippone, poi rientrato in carcere, il "riservato" dei Piromalli, accusato insieme al boss palermitano Giuseppe Graviano di essere il mandante degli omicidi con cui la 'ndrangheta ha firmato la propria partecipazione alla strategia stragista degli anni Novanta e Carmine Alvaro “U bruzzise”, di Sinopoli, arrestato nell’operazione Iris. A qualche chilometro di distanza, torna a casa quel Diego Forgione che gli inquirenti ritengono il capolocale di Sant’Eufemia, finito dentro nel febbraio scorso con l’inchiesta Euphemos.

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