L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 8 giugno 2020

Traballa il Progetto Criminale dell'Euro


8 GIUGNO 2020

Joseph Stiglitz non è nuovo a duri attacchi contro la tenuta e la stabilità dell’euro e la funzionalità dell’Unione Europea nella risposta alle crisi sistemiche del presente. Ma particolare significato ha quanto recentemente dichiarato dall’economista Premio Nobel nel 2001 in un’intervista al Fatto Quotidiano.

Secondo Stiglitz, infatti, la risposta comunitaria alla crisi economica e sociale in corso andrà nella giusta direzione solo se a fine emergenza coronavirus la Commissione europea di Ursula von der Leyen non riporterà in vigore le regole del Patto di stabilità e crescita sospese a marzo per tutto il 2020.

Per lo studioso statunitense ciò rappresenterebbe “un vero disastro”. Secondo Stiglitz, infatti, molti Paesi “avrebbero debiti molto più alti, debiti su cui andrebbero pagati gli interessi” e su cui cadrebbe la spada di Damocle dell’aggiustamento strutturale delle finanze pubbliche e del rischio di procedure d’infrazione. Nella fase post-Covid, secondo Stiglitz, “ci sarà molta più incertezza, il che renderà le persone molto più attente nello spendere: avremo un’insufficienza di domanda aggregata e quindi un’economia debole”.

L’azione dei governi, in questa fase, deve essere dunque diretta verso l’espansione della spesa e delle prospettive economiche della grande massa della popolazione. L’Europa, in questo contesto, avrebbe sulla carta un vantaggio rispetto agli Stati Uniti, infiammati in questi giorni da durissime tensioni sociali: l’aver contenuto la spinta propulsiva della disoccupazione, condizione in cui sono caduti in poche settimane 40 milioni di cittadini americani. Le disuguaglianze nel Vecchio Continente, minori rispetto a quelle statunitensi, e la tenuta della rete sociale rappresentano contrappesi non indifferenti a mantenere tranquilla la situazione europea. Almeno per ora.

Per Stiglitz dalla ripresa di due dei Paesi colpiti dalla pandemia, Italia e Spagna, dipende la ripresa complessiva dell’Unione. Ma come immaginarla possibile se dal prossimo anno torneranno scrutini di bilancio,rischi di procedura d’infrazione, critiche a possibili extra-deficit? La Commissione ha risposto pensando a una recessione “a V”, ovvero con una batosta economica seguita da un rimbalzo nell’anno successivo, ma ciò è ancora tutto da dimostrare.

La recessione potrebbe farsi lunga depressione, dato che l’economia europea e globale dovrà: riattivare il ritmo produttivo pre-crisi, ripristinare le catene logistiche globali, rilanciare i commerci, lenire le problematiche occupazionali e curare la crescita della povertà, introiettare nel processo decisionale la trasformazione in asset strategico di filiere come quelle dell’agroalimentare e del biomedicale, ricostruire la fiducia dei consumatori. Tutto questo non si può fare in pochi mesi, né potrà farlo l’Europa se dopo pochi mesi si tornerà alle vecchie discussioni su rigidità fiscale, austerità e via dicendo.

La Germania, ad esempio, ha recentemente messo in campo un piano da 130 miliardi di euro valido sia per il 2020 che per il 2021: segno che le aspettative di Berlino sono di un rischio destinato a prolungarsi a lungo nel tempo. L’Europa castrerebbe le sue possibilità di ripresa consegnando i Paesi membri alla lunga burocrazia del rigore di bilancio e Stiglitz lo ha ben capito. Un altro avvertimento autorevole, dopo quello di Mario Draghi, giunge affinché l’Europa prenda in mano il suo destino e gli Stati membri capiscano che solo dalle loro politiche interne potrà nascere veramente la garanzia di un rilancio complessivo. Serve investire, investire e ancora investire: possibilmente, senza la spada di Damocle del ritorno delle regole stringenti del vincolo sul deficit (da tenere al 3% del Pil) e dell’obiettivo del 60% nel rapporto debito/Pil. La crisi attuale ne impone una lunga deroga.

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