L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 11 giugno 2020

Una classe dirigente che distrugge sistematicamente la scuola è da rottamare

10 Giugno
(D)istruzione di massa
Calcio si, scuola no. Al di là della retorica occorre chiedersi cosa può offrire al mondo un Paese che mette l’istruzione all’ultimo posto nella scala delle priorità.

La perdita di un anno di scuola per i piccoli ha significato molto in termini di crescita e socializzazione, mentre per i più grandi ha alimentato quel senso di inadeguatezza e il vuoto culturale ed esistenziale che da tempo affligge le giovani generazioni. Famiglie, giovani e scuola sono abbandonati da molto tempo, la crisi non ha fatto altro che renderlo evidente. Le criticità della scuola da patologiche sono diventate fisiologiche e, in una vera riforma che si rende sempre più urgente, ancora una volta non vengono ascoltare le voci dei docenti. I bravi insegnanti che spiccano nella mediocrità e che consentono alla scuola di colmare il gap tra studenti e sistema scolastico inefficace, non vengono presi in considerazione. I docenti cui vengono elargiti stipendi ridicoli non hanno voce, se non nelle rivendicazioni sindacali che si uniformano a quelle dei collaboratori scolastici, ma che mancano di identità propria. L’insegnante italiano, oltre a non avere un giusto riconoscimento economico, non possiede dignità e l’intellettuale di turno spesso ha più facoltà di dire la propria sulla scuola rispetto a chi ci lavora vivendola da anni.

Le scuole non sono tutte uguali e i tessuti sociali che le compongono neanche ed è giusto che ognuna abbia la sua autonomia, ma cosa sappiamo della didattica della competenza che doveva a tutti i costi sostituire quella della conoscenza? Sappiamo che gli studenti che escono dalle scuole oggi oltre ad essere incompetenti sono anche ignoranti. Accettiamo generazioni di alunni diplomati che non conoscono la letteratura, la grammatica, la geografia e la storia in cambio di due ore di informatica in più. Sarebbe utile capire cosa ne pensano gli insegnanti, ma come ricorda Ernesto Galli della Loggia, purtroppo la loro opinione interessa solo quando riguarda le retribuzioni e le lotte sindacali. La nuova scuola che ci voleva tutti uguali e tutti schiacciati verso il basso, quella che non permette la sana competizione tra studenti e istituti, non ha preparato studenti eccellenti e ha lasciato comunque indietro gli studenti con handicap o difficoltà. Questa crisi deve essere sfruttata per pretendere una scuola di qualità, non imitando per forza l’esempio estero, ma valorizzando le nostre preziose peculiarità.

Che la retta di un alunno costi 7mila euro annui allo Stato sembra incredibile. Dove finiscono questi soldi se abbiamo classi pollaio, insegnanti e dirigenti sottopagati, se mancano le insegnanti di sostegno, se abbiamo strutture fatiscenti e materiale insufficiente? Investire ancora va bene, ma va fatta una vera riforma. Dal 1999 ci sono stati solo tre concorsi di reclutamento docenti che per legge dovrebbero essere triennali. I supplenti sono 150.000 per 850.000 questo perché costano meno e quindi in anni di governi in cui la spesa andava solo tagliata l’eccezione è diventata la regola. Eppure a cosa serve fare un nuovo concorso se non si rendono esecutivi quelli passati? Le soluzioni sono molteplici, ma resta fondamentale ascoltare chi nella scuola ci lavora e ci studia, dagli studenti ai dirigenti, passando per insegnanti e collaboratori, valutando l’esito di ogni riforma che sia stata tentata fino ad oggi. Le domande sul plexigas lasciano il tempo che trovano, la vera domanda è: cultura e istruzione torneranno una priorità in Italia? A quel punto si potrà discutere di tutto.

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