L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 30 giugno 2020

Venezia Firenze Roma diventate fast food. L'èlite italiana ha svenduto il paese ma noi come formichine ci riappropriamo con mille focolai di resistenza ad essere elaboratori di cultura arte tecnica

Pensieri nani, recessione senza fine

di Guido Salerno Aletta
23 giugno 2020

Lo smart working è una trappola per topi. Servono capitale umano ed infrastrutture collettive

Basta stare con il naso per aria, a cercare una ispirazione sul da farsi. Non è dalle audizioni degli Stati Generali di Villa Pamphili che si troverà il bandolo della matassa.

Non è così che si nobilita l'Italia: si trasforma la Storia in cartapesta.

Bisogna guardare indietro, per capire il futuro dell'Italia.

Il nostro destino non è quello di trasformarsi definitivamente in una Disneyland mediterranea, in una Florida per pensionati tedeschi e scandinavi.

Queste sono le idee nane che hanno già ridotto Venezia, Firenze e Roma in una sorta di luna-park per turisti senza meta. Che passano da un museo all'altro senza coscienza della Storia e da un bar all'altro in cerca di stordimento.

Stiamo svendendo secoli di Storia, bellezze impareggiabili per quattro spicci: scenari buoni solo per vendere panini, pizzette e bibite gassate.

Al contrario, la vocazione dell'Italia è nella produzione flessibile, nell'adattamento continuo, nella capacità di tenere insieme cultura, arte e tecnica.

L'Italia deve tornare ad essere un centro culturale, artistico, formativo per le nuove generazioni di tutto il mondo. E' già un polo di attrazione formidabile per i giovani che vogliono studiare, crescere in continuità con le tradizioni artistiche, gli stili letterari, le tecniche di avanguardia, i pensieri scientifici liberi.

Dal Nord al Centro, al Sud, non c'è Paese al mondo che possa vantare tale e tanta eterogeneità di culture, di rimandi, di invasioni straniere assorbite come una spugna. Perché l'Italia è stata invasa innumerevoli volte, ma ha fatto suo il sangue straniero.

Non c'è niente da reinventare, ma tutto da riscoprire. Non bisogna rincorrere le scuole di economia che trascurano l'uomo ed i suoi bisogni, incantate dal mito del denaro.

Meno ancora ci servono le tecnologie in cui c'è solo la cristallizzazione meccanica di una memoria priva di conoscenza, ed una elaborazione dei dati che approda a significati inumani.

Questa è la sfida. Nella deriva del mondo attuale, perso tra la rincorsa verso la produzione ed il consumo illimitato e l'ansia ambientalistica di bloccare tutto per tornare alla natura incontaminata ed al mito del buon selvaggio, dobbiamo ritrovare l'equilibrio.

Invece di aspettare i roboanti programmi europei, le salvifiche riforme propinate dalle Troike di questo e dell'altro mondo, dobbiamo tornare ad essere custodi gelosi della nostra terra, delle nostre tradizioni, della identità che ha assorbito mille e mille contaminazioni.

Non mancano agli Italiani la laboriosità e lo spirito di sacrificio.

Servono governanti più attenti ai bisogni ed alle vocazioni della collettività che non agli affari rapaci di pochi.

E' la rapina dei beni collettivi che lo Stato deve impedire, non farsi lui imprenditore, innovatore e gestore.

Bisogna riprendere ad investire, velocemente, nelle infrastrutture materiali ed immateriali che migliorano la crescita, il benessere e la fiducia nel futuro.

Serve una scuola severa, una Università aperta al pensiero critico e non appiattita sull'insegnamento dei professori che vanno in cattedra per essersi appiattiti, per aver accumulato citazioni che consolidano pensieri stantii e protervi.

Servono infrastrutture collettive, materiali ed immateriali, che agevolino la crescita.

E' un'Italia libera che vogliamo, quella di Galileo e di Leonardo. La bellezza dei dipinti di Giotto, le sculture di Michelangelo, le cupole ardite del Borromini.

Dobbiamo tornare a produrre, con dedizione e coraggio. Affinché la ricchezza dei Mercanti non sia solo accumulazione personale di tesori, ma benessere collettivo. Città belle, paesaggi magnifici, natura incantevole: questo era e deve tornare ad essere l'Italia.

Occorre ritrovare il senso della Comunità, dove le regole appartengono agli uomini e non sono imposte dall'alto o da fuori. Regole che non servono a garantire la circolazione dei beni o la puntuale osservanza delle obbligazioni, ma che richiedono l'impegno condiviso per il benessere collettivo.

Questa è l'Utopia che serve, questa è la Speranza che occorre alimentare, questo il Futuro a cui tendere.

Lo smart working è una trappola per topi. Servono capitale umano ed infrastrutture collettive.

Pensieri nani, recessione senza fine.

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