L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 19 luglio 2020

1 - Cuba, istruzione e assistenza sanitaria a tutti

CUBA: DOPO L’INTERVENTO IN ITALIA DI DUE BRIGATE MEDICHE

Le considerazioni personali a tutto tondo di Angelo Baracca (*)



Parte 1: 1959 – 1990

Una Rivoluzione atipica, che ha assicurato istruzione e sanità efficienti, universali e gratuite

Sembra che molti italiani, e vari organi di informazione nostrani (tradizionalmente avvezzi per lo più a criticare la “dittatura” cubana), abbiano scoperto con sorpresa aspetti positivi Cuba in occasione dell’arrivo il 22 marzo e il 13 aprile scorsi di due brigate mediche cubane, richieste rispettivamente dalle regioni Lombardia e Piemonte, venute ad aiutarci nella lotta che il sistema sanitario nazionale sta conducendo contro il coronavirus.

Fa un certo piacere leggere sul Blog del Corriere della Sera – quotidiano avvezzo a parlare della dittatura e delle violazioni dei diritti umani a Cuba[1] (gli articoli di Panebianco l’hanno descritta tout court come “una prigione a cielo aperto”) – un articolo sulla storia delle brigate mediche cubane che contiene affermazioni come questa[2]:

La situazione della sanità cubana durante la dittatura di Batista e fino al trionfo della Rivoluzione nel 1959 era a dir poco disastrosa. Il sistema sanitario pubblico era praticamente inesistente, mentre fiorivano cliniche private cui potevano accedere solo coloro i quali potevano permettersi di pagare parcelle salatissime. Nelle zone agricole e montagnose dove risiedeva il 50% della popolazione mancavano completamente ospedali e medici. La conseguenza di tutto questo era un’aspettativa di vita pari a sessant’anni e un’altissima mortalità infantile. La situazione sarebbe cambiata dopo la vittoria dei barbudos ed i massicci investimenti del nuovo governo in materia di sanità ed istruzione. Proprio questo è uno dei punti fondamentali della nuova concezione medica cubana: l’unione dello sviluppo dell’istruzione e della sanità, visti come due aspetti fortemente intrecciati che devono sfociare in quello che potrebbe sembrare un paradosso, ossia la concezione umanistica delle scienze. La medicina e la scienza, quindi, come strumenti al servizio delle fasce più deboli della società, come diritto fondamentale per tutti gli esseri umani. Proprio su queste basi avviene la saldatura tra politica nazionale ed internazionale cui abbiamo accennato poco fa. Se l’accesso alla sanità è un diritto fondamentale allora deve essere garantito a tutti, tanto a Cuba quanto all’esterno, ovviamente con il consenso dei governi desiderosi di ospitare i medici cubani.

Penso che il riconoscimento per l’apporto delle brigate cubane, l’interesse che si è diffuso per gli interventi che Cuba opera da anni nelle situazioni di epidemie o disastri naturali, e per il livello di eccellenza del servizio sanitario cubano, costituiscano un’occasione per ampliare e diffondere la conoscenza di cosa sia stata l’esperienza della Rivoluzione cubana del 1959.

Io lo farò partendo dalla mia lunga esperienza personale, sulla base della quale cercherò di affrontare anche alcuni aspetti che per l’opinione pubblica possono senz’altro risultare controversi ma che vale la pena esaminare da altre angolazioni rispetto a molti stereotipi tutto sommato dominanti.

* * *

Collaboro attivamente da 25 anni con la Facultad de Física della Universidad de La Habana. Le mie simpatie per la Rivoluzione cubana risalivano al tempo in cui iniziai a fare attività politica, ma ero in altre faccende affaccendato: fino dal 1968 conoscevo colleghi fisici che andavano a tenere corsi estivi a Cuba, mentre ho ignorato fino a pochi anni fa (quando con Rosella Franconi mi occupai dello sviluppo della biotecnologia a Cuba, vedi le note 3 e 7) che nei primi anni ‘70 gran parte dei giovani (allora) biologi italiani si recava a Cuba a tenere corsi moderni di genetica e altri argomenti avanzati di biologia, ed hanno il grande merito di avere formato l’insieme dei biologi e medici cubani i quali dagli anni ‘80 hanno dato vita a Cuba al settore della biotecnologia, proiettandolo immediatamente a livelli di eccellenza mondiale, con un modello (necessariamente) alternativo a quello capital-intensive che domina a livello planetario, ma anche più efficiente.

Per impostare questo mio articolo, che si rivolge soprattutto a chi non conosce l’esperienza cubana, penso sia utile soffermarmi brevemente sul perché nel 1994 cercai di stabilire un rapporto con i fisici cubani, perché può chiarire come io non fui mosso da simpatie preconcette. Dopo la dissoluzione del cosiddetto Blocco Comunista era noto che Cuba si trovò in crisi drammatica, tanto che tutti i commentatori politici prevedevano che il “regime” sarebbe crollato entro pochi mesi: ma dopo tre decenni Cuba è ancora lì, avendo superato (non senza conseguenze) tutte le difficoltà, la prima delle quali era e rimane l’implacabile bloqueo degli Stati Uniti. Nei primi anni ‘90 c’erano giudizi negativi nell’estrema sinistra italiana sul “regime” cubano, molti insistevano sulla mancanza di “democrazia partitica” e alcuni sulle violazioni dei “diritti umani”. Io, in contrapposizione, davo la priorità alla volontà degli Stati Uniti di affamare e soffocare il popolo cubano, perché questo è lo scopo del bloqueo, che venne rafforzato proprio con la crisi degli anni ‘90. Per me la solidarietà con un popolo vessato dagli Stati Uniti passava sopra tutte le altre considerazioni. Così cercai, non senza fatica, un contatto con i fisici cubani con la modesta intenzione di potere andare a dare una mano secondo le mie capacità.

Devo dire anche che non mi aspettavo in nessun modo di trovare a Cuba il “paradiso socialista”, partii aspettandomi di trovare là limiti politici e sociale grossissimi, ma essi andavano comunque al di là dalla mia intenzione di aiutare come potevo un popolo in grande difficoltà e sotto attacco, con l’intenzione senza scrupoli da parte dei Washington di prostrarlo per far cadere il regime, che è l’esatto opposto di quel rispetto dei “diritti umani” che gli USA prendono a pretesto: devo dire che limiti e difetti ne ho indubbiamente constatati molti, ma non erano affatto quelli che mi aspettavo dalle rappresentazioni correnti, mentre ho trovato aspetti estremamente positivi assolutamente inaspettati. La Cuba “vera” e “viva” è un’altra cosa. Per questo motivo vorrei dare un contributo, ovviamente personale, a superare stereotipi che vedo ancora radicati nell’opinione pubblica, e politica, italiana. Del resto constato ogni giorno che chi ritorna da un viaggio a Cuba porta con se quasi sempre un’opinione entusiasta del paese e della gente, anche quando il visitatore non parte con un atteggiamento non particolarmente predisposto a favore di Cuba.

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Quando partii per Cuba mi aspettavo di trovare un livello molto buono della fisica, sapendo che Cuba aveva beneficiato dal 1962 della collaborazione con l’Unione Sovietica, che era all’avanguardia mondiale in molto campi della fisica; e seppi immediatamente che quasi tutti i fisici cubani avevano studiato nell’URSS. Ma proprio su questa mia convinzione incontrai la prima sorpresa, perché conversando con i colleghi cubani cominciarono a raccontarmi che a partire dal 1962, quando iniziò la collaborazione con i sovietici, vi fu un numero consistente di fisici molto qualificati visitor professors di alta levatura da un gran numero di paesi capitalisti (molti francesi, un britannico, un israeliano, uno statunitense, un italiano, argentini, messicani, ed altri), i quali contribuirono in modo decisivo a sviluppare corsi moderni in campi avanzati, e soprattutto i francesi (che dalla scuola di Joliot Curie militavano o erano vicina al PCF) con lo statunitense Theodore Veltfort avevano realizzato laboratori e officine ed avviato le prime attività di ricerca nel campo dei dispositivi elettronici a stato solido.

Queste notizie acuirono la mia curiosità, dato che da decenni mi occupavo di storia della fisica, anche se ero andato a Cuba senza la minima intenzione di occuparmi di questo aspetto. Sulla base di questo stimolo iniziai a cercare qualche fisico cubano che avesse vissuto quegli anni collaborando con qualche fisico “occidentale”. Per farla breve, nel corso di vari anni ho intervistato una sessantina di fisici cubani (una sorta di storia orale improvvisata) i quali mi hanno dischiuso una visione radicalmente diversa del modo in cui a Cuba si è sviluppata una fisica a livello internazionale. La mia ricerca, con i contributi di molti fisici cubani, ed anche le testimonianze di molti fisici “occidentali”, produsse nel 2014 un voluminoso libro collettivo, The History of Physics in Cuba, edito dalla Springer di Berlino.

Ci sono alcuni aspetti particolarmente rilevanti che emergono da questa ricerca e da tutto il volume:
La costruzione di un settore avanzato di Fisica è stata un vero progetto consapevole fino dai primissimi passi, che ha coinvolto non solo tutto l’ambiente scientifico e intellettuale, ma anche gli studenti (che erano stati fra i protagonisti della Revolución, poi della straordinaria campagna di alfabetizzazione che sradicò l’analfabetismo, e delle prime innovazioni didattiche) e in modo diretto o indiretto la popolazione. Ho trovato nell’ambiente scientifico cubano (e non è solo la mia esperienza) un genuino spirito di cooperazione ad un’impresa collettiva volta a beneficio del paese ed a risolvere i problemi fondamentali per lo sviluppo e l’autonomia del paese: non ho mai riscontrato la presenza di logiche competitive, personalistiche o carrieristiche.
Il consenso e la condivisione della popolazione a questo processo (nel quale, dopo la riforma dell’istruzione, resa gratuita per tutti, partecipavano attivamente anche strati popolari che ne erano sempre stati esclusi) derivavano dalla diffusa consapevolezza che il progetto di sviluppare un sistema scientifico avanzato, a cominciare dai campi di base, era esplicitamente finalizzato ai bisogni di sviluppo del paese e all’affrancamento dalla condizione di subalternità alle quali sono soggetti i paesi sottosviluppati. È importante aggiungere a questo proposito che dai primissimi anni si era affiancato il progetto di sviluppare un sistema sanitario moderno, universale e gratuito, che stava effettivamente eliminando le malattie tipiche dei paesi sottosviluppati e realizzando un profilo sanitario della popolazione cubana al livello dei paesi più sviluppati. Questo carattere partecipativo della popolazione ha caratterizzato tutta l’esperienza cubana.
La comunità scientifica cubana si è inoltre contraddistinta per una caratteristica che come scienziato giudico francamente straordinaria: cioè l’esplicita volontà, e la capacità, di ricercare i contributi più validi e utili per il progetto di uno sviluppo scientifico avanzato, da qualunque paese del mondo (prendendosi la libertà unica nel Blocco Comunista di una piena collaborazione con paesi capitalisti, della quale vedremo l’importanza decisiva nel successivo sviluppo della biotecnologia), e di integrarli nei modi più utili e funzionali nel sistema cubano. Per inciso mi sembra il caso di accennare che Cuba si prese libertà di iniziative non allineate con Mosca anche in politica estera, basti ricordare la decisione di Fidel nel 1975 di intervenire militarmente in Angola in supporto al MPLA, che spiazzò la politica di Brezhnev di riavvicinamento con gli Stati Uniti: tanto più che questo avvenne in un momento di particolare allineamento di Cuba con l’URRS dopo il fallimento dell’ambiziosa Zafra de los 10 millones del 1970, con l’entrata di Cuba nel Comecon e nel cosiddetto Quinquenio gris, con l’adesione al “realismo socialista” e la marginalizzazione di molti intellettuali (come il grande scrittore Lezama Lima). L’intervento cubano consentì ad Agostinho Neto di respingere l’attacco alla capitale Luanda di forze del Sudafrica e dello Zaire (sostenute dagli Stati Uniti), ma il conflitto in Angola tuttavia proseguì e si inasprì fino alla storica sconfitta dell’esercito del Sudafrica nella battaglia di Cuito Cuanavale (gennaio-marzo 1979), la più grande e sanguinosa in Africa dalla Seconda Guerra Mondiale. La sconfitta del Sudafrica ad opera di un esercito largamente composto di uomini di colore assunse un grande valore simbolico di discredito del regime dell’apartheid, come Nelson Mandela dichiarò nella sua visita all’Avana nel 1991, la sconfitta dell’esercito razzista fu “un punto di svolta per la liberazione del continente e del mio popolo”. Vale la pena di ricordare che Cuba è stato il solo paese esterno che è intervenuto in Africa (precedentemente anche con il Che) senza portarsi a casa una sola goccia di petrolio!

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Non mi dilungherò sul processo di costruzione del sistema scientifico e medico avanzato di Cuba, perché è discusso nei libri che ho scritto in questi anni. Ricorderò solo una scelta che venne fatta immediatamente dopo il trionfo della Rivoluzione, la campagna capillare che sradicò in tutta l’isola l’analfabetismo, e l’istituzione immediata di un sistema d’istruzione gratuito e aperto a tutti, fino ai livelli più alti: scelte che di per se dovrebbero porre qualche interrogativo a chi è convinto che Cuba abbia instaurato un sistema dittatoriale, i sistemi totalitari si prefiggono di mantenere i popoli nell’ignoranza, perché come diceva José Marti, essere colti è il presupposto per essere liberi.

Venendo allo sviluppo scientifico, si deve sottolineare una scelta molto saggia degli ambienti scientifici cubani di dare la precedenza allo sviluppo di un solido settore di fisica, finalizzato alla formazione di personale con una forte capacità di adottare approcci rigorosi, sia sperimentali che teorici, per fornire questo personale alle altre branche: in effetti la medicina e la biotecnologia cubane si caratterizzano per una forte presenza di fisici che con la capacità, la flessibilità e la volontà degli scienziati cubani hanno integrato la propria formazione di base. È importante osservare che nella giovanissima dirigenza rivoluzionaria (“ragazzi” che, all’avventuroso sbarco del Granma, andavano dai 23 anni di Camilo Cienfuegos ai 29 di Fidel) era presente la necessità di sviluppare in particolare la fisica e la tecnologia dei dispositivi a stato solido (il Che si adoperò attivamente come Ministro dell’Industria per lo sviluppo dell’informatica). Verso il 1964 si sviluppò fra i fisici cubani un vivace dibattito sulle scelte di sviluppo della fisica (alla quale parteciparono anche fisici italiani e francesi importanti), che sfociò nella decisione di scartare le scelte fatte da tutti i paesi sottosviluppati della fisica nucleare e degli acceleratori di particelle e di puntare alla fisica dello stato solido. Come paragone, in Italia la ripresa della fisica nel dopoguerra puntò proprio sulla fisica nucleare e degli acceleratori di particelle, sul modello statunitense, e fino agli anni ‘60 la fisica dello stato solido, che con investimenti estremamente minori poteva consentire sviluppi tecnologici e industriali avanzati, rimase una Cenerentola: dominava una egemonia dei fisici “particellari” i quali avevano monopolizzato il potere e i finanziamenti emarginando i settori “concorrenti”. A Cuba tuttavia altri settori – come la fisica nucleare, la meteorologia o la fisica nucleare – non furono emarginati, ma nell’ambito della Academia de Ciencias de Cuba (ACC) e del Centro Nacional de Investigación Científica (CNIC) creati in quegli anni vennero istituiti centri di ricerca specializzati in settori specifici ritenuti utili per le necessità del paese, per cui alla fine il sistema scientifico cubano risulta particolarmente equilibrato (non sfuggirà l’importanza del settore della meteorologia che consente a Cuba di intervenire nel caso dei cicloni tropicali evitando o limitando le vittime che questi provocano negli altri paesi della regione).

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La cosa sulla quale vorrei chiamare l’attenzione è che questi risultati non sarebbero certo stati possibili se questo progetto complessivo non fosse stato non solo compartecipato attivamente da tutte le componenti intellettuali e politiche – dalla dirigenza rivoluzionaria, all’insieme degli ambienti tecnici e scientifici, alla fortissima e vivace componente studentesca – ma condiviso dall’intera popolazione la quale, informata e partecipe, accettò le scelte e le priorità, che evidentemente in un quadro di risorse fortemente limitate imponevano scelte decise, consapevole che queste scelte erano finalizzate a risolvere i problemi più urgenti della popolazione e dello sviluppo del paese.

A me sembra da tempo appropriato per questa esperienza il concetto di egemonia sviluppato da Gramsci, anche se egli l’aveva elaborato in carcere, dalla conoscenza delle lotte di classe torinesi ed era estremamente lontano dalla futura realtà della Rivoluzione cubana: il primo libro scritto nel 2016 in collaborazione con Rosella Franconi sullo sviluppo della biotecnologia a Cuba lo intitolammo proprio “Subalternity vs. Hegemony”[3] perché è un concetto che rispecchia perfettamente la nostra esperienze diretta della società cubana. Noi abbiamo riletto la storia dei patrioti cubani che dal secolo XIX lottarono per l’indipendenza con la lucida consapevolezza, soprattutto da José Marti, della necessità di affrancarsi dalla situazione di subalternità e acquistare una vera autonomia. Quando il 15 gennaio 1960, ad appena un anno dalla vittoria della rivoluzione, Fidel Castro affermò spavaldamente:

Il futuro della nostra Patria dev’essere necessariamente un futuro di uomini di scienza, di uomini di pensiero, perché è precisamente quello che più stiamo seminando.[4]

toccò le corde dell’innegabile orgoglio del popolo cubano, rinsaldò la volontà ferrea dei cubani di resistere in modo compatto alla sfida del poderoso vicino e rafforzò l’adesione di tutti gli strati sociali ai piani di rinnovamento del Paese. In particolare, l’ambizioso progetto di sviluppo scientifico e culturale finalizzato al progresso collettivo riuscì a catalizzare e moltiplicare una volontà collettiva nei ceti intellettuali che coagulò attorno al gruppo dirigente la capacità di trasformarsi in egemonia.

Sulla realizzazione di questo ambizioso progetto da tempo diciamo, con Rosella Franconi, che i cubani non sono extraterrestri, persone di intelligenza superiore, sono donne e uomini come tutti noi, con i loro pregi e i loro limiti: semmai gli si deve riconoscere una spiccata creatività e la capacità di trovare modi di cavarsela in tutte le situazioni difficili (v. oltre). Il successo di questa impresa, che poteva sembrare impossibile per un paese piccolo e in quelle condizioni difficili, è stato dovuto proprio a questo spirito di collaborazione fra tutte le componenti della società per realizzare un progetto comune finalizzato al bene della popolazione e del paese. Uno spirito di cooperazione che si respira ancora oggi negli ambienti scientifici a Cuba.

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Dei risultati che furono conseguiti in campo medico e scientifico ne cito due pertinenti al mio discorso, che furono realizzati nel sorprendente giro di 10-15 anni:
Come già ho ricordato, il decisivo miglioramento delle condizioni di salute della popolazione, nel quadro del servizio sanitario universale e gratuito. I riconoscimenti internazionali sono innumerevoli, basti quello autorevole dell’Organizzazione Mondiale della Sanità insieme ad altre organizzazioni del 2015[5]:

«… la volontà politica dello Stato si è incentrata inter alia nel garantire l’accesso dell’intera popolazione alla salute. Cuba ha un sistema sanitario nazionale che, oltre a fornire i servizi sanitari, copre altre attività come ricerca, sviluppo e innovazione, nonché politiche per la formazione di risorse umane e la creazione di risorse tecnologiche, industriali e di proprietà intellettuale.

… Il suo sistema sanitario è apprezzato in tutto il mondo per avere raggiunto una copertura sanitaria universale. Ciò è evidente dagli indicatori di salute che sono paragonabili a quelli dei paesi altamente sviluppati. … Di conseguenza Cuba è diventata un leader mondiale nel trasferimento tecnologico Sud-Sud, aiutando paesi a basso reddito a sviluppare proprie capacità nazionali nelle biotecnologie, fornendo formazione tecnica, e facilitando l’accesso a farmaci salvavita a basso costo per combattere infermità quali la meningite B e l’epatite B.»
In un tempo sorprendente breve le ricerche avviate sui dispositivi elettronici a stato solido portarono i fisici cubani a metà degli anni ‘70 ad un livello confrontabile con quello di paesi dell’America Latina molto più grandi e con una maggiore tradizione scientifica, come il Cile e l’Argentina, nello sviluppo della microelettronica a media integrazione. Cuba progettò anche la costruzione di una fabbrica di produzione, ma lo sviluppo dell’alta integrazione frustrò i progetti sui quali molto paesi in via di sviluppo avevano puntato per uno sviluppo autonomo, affrancato dalla condizione di dipendenza e subalternità.

Ma ora vedremo che Cuba aveva in serbo altri assi nella manica.

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Prima di ritornare agli sviluppi medico scientifici apro un’altra parentesi su una caratteristica di Cuba che ritengo fondamentale per capire il paese e il suo popolo, anche se sarebbe necessario ricostruirne la storia, che si differenzia notevolmente da quella del resto del continente (i paesi dell’America Latina conquistarono l’indipendenza dalla Spagna fra il 1813, Paraguay, e il 1825, Venezuela, mentre Cuba nel 1898 acquisto un’indipendenza solo formale ma in sostanza un protettorato degli USA). Credo che tutti i visitatori di Cuba, che semmai conoscono anche altri paesi latinoamericani, concordino nell’avere trovato nella popolazione cubana aspetti peculiari: basti qui ricordare le caratteristiche della musica cubana che la caratterizzano in modo unico fra le musiche del resto del mondo, e che malgrado le piccole dimensioni dell’isola, come estensione e come popolazione (un millesimo delle terre emerse, e 1,5 per mille della popolazione mondiale), ha avuto un’influenza enorme sulla musica mondiale (a Cuba peraltro vi è una straordinaria varietà stili e sonorità, per esempio melodici, e altri grandi musicisti, non meno popolari, come Ernesto Lecuona, Omara Portuondo, una scuola originale di Jazz, con il grande Chucho Valdés e il padre Bebo).

Con l’acquisizione dell’indipendenza “formale” nel 1898 – come si è detto “condizionata”, lasciando un forte stimolo a differenziarsi dagli Stati Uniti – si sviluppò una ricerca di una propria identità specifica. Un processo complesso per quest’isola, crogiolo di influenze etniche e culturali da tre continenti e civiltà, che si sono fuse e integrate in modo assolutamente originale ed hanno forgiato un tipo peculiare di coscienza e stile nazionale e culturale. Il noto storico, antropologo ed etnomusicologo Fernando Ortiz (1881-1969) coniò nel 1939 il termine cubanía, o cubanidad (“cubanità”), insistendo sulla reciproca influenza che diversi gruppi hanno esercitato l’uno sull’altro nella creazione di un’identità nazionale genuina. Ortiz ha sviluppato il concetto originale di “transculturazione” (contrapposto a quello di acculturazione) per fornire un’interpretazione delle influenze spagnola ed africana nel plasmare l’identità nazionale cubana, in base alla reciproca ed intima influenza delle abitudini, tradizioni e culture tra tutti i soggetti che partecipano a scenari di contatto e scambio interculturali. La transculturazione presuppone una profonda ed intima integrazione, non una supremazia di una cultura su di un’altra. In una parola direi che i colonizzatori spagnoli sfruttarono brutalmente la tratta degli schiavi dall’Africa, ma questi ultimi seppero “trasfigurare” le loro abitudini e credenze in maniera tale che a loro volta i creoli le assorbirono. Così la musica popolare cubana ha assorbito i ritmi africani trasformandoli in modi originali, ma è vivo anche il campo dei “boleros” romantici. E la religione sincretica afrocubana è penetrata in tutti i settori della società cubana.

In un “Omaggio a Fidel” scritto dopo la sua scomparsa si dice, in termini meno scientifici ma molto coloriti ed efficaci:

I cubani sono figli di due popoli entrambi sradicati, spagnoli e africani, piombati su un’isola dove gli indigeni erano scomparsi praticamente subito e senza quasi lasciare traccia. Sono il risultato dell’incontro/scontro e poi mescolanza di europei venuti a fare soldi e di africani trascinati come schiavi. Sarebbero un’accozzaglia di storie e culture diverse, di radici sradicate, di bianchi e neri, schiavisti e schiavi, violentatori e violentati, se tutte queste storie e queste culture non si fossero mischiate, se tutti non fossero andati a letto con tutti, se l’immenso meticciato che ne è derivato non si fosse unito, a un certo punto, nel nome della lotta per l’indipendenza.[6]

Nella mia prima visita a Cuba nel 1984 percepivo camminando per strada qualcosa di inusuale che impiegai qualche giorno a interpretare: il colore della pelle dei cubani copre tutte le sfumature dal bianco puro al nero fuliggine.

In ogni caso, non si può non riconoscere nel popolo cubano una forte componente di creatività, di non perdersi mai d’animo e di cavarsela in tutte le situazioni difficili. Un esempio, certo superficiale, è dato dalle vecchissime auto americane degli anni ‘50 che continuano a circolare, le più vecchie cadenti a pezzi, senza un pezzo di ricambio originale da 60 anni: spesso si fermano, si vede l’autista calato dentro al cofano, ma di solito ripartono sempre: una persona “moderna” e “evoluta” come noi avrebbe lasciato perdere da un pezzo!

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Ritorniamo alle scelte originali di Cuba in campo medico scientifico.

L’autonomia delle scelte cubane rispetto a Mosca ebbe un’espressione di importanza decisiva in campo medico-scientifico negli anni ‘70 – ‘80. Infatti, se nella Fisica l’URSS era ad un ottimo livello internazionale ed aveva supportato in maniera decisiva lo sviluppo della Fisica a Cuba (anche se abbiamo visto che il processo fu assai più articolato), c’era invece un campo nel quale l’Unione Sovietica scontava un riardo gravissimo: la moderna nascente genetica molecolare: questo ritardo portava un nome, il “caso Lysenko”. Semplificando brutalmente, Lysenko (1898-1976) era un agronomo di valore, il quale però aveva perseguito ed attuato l’idea che i caratteri fenotipici subissero dalle condizioni ambientali modificazioni trasmissibili alla prole: una concezione di stampo genericamente lamarckiano, che si inseriva bene nella concezione del materialismo dialettico, e venne abbracciata da Stalin, facendo fuori genetisti di valore (come Vavilov). Nella sostanza lo sviluppo della genetica in Russia era stata bloccato proprio quando, negli anni ‘40 e ‘50, si verificarono gli sviluppi fondamentali della genetica molecolare (individuazione del DNA come materiale genetico, e determinazione della struttura a doppia elica).

Sarebbe lungo qui ripercorrere le scelte operate da Cuba, che abbiamo con Rosella Franconi ricostruito in dettaglio altrove[7]. In estrema sintesi (ma alcuni dettagli sono essenziali per apprezzare l’originalità della scienza cubana), i punti salienti furono i seguenti.
La moderna genetica ed altri temi di carattere biologico furono introdotti a Cuba in una serie di corsi svolti fra il 1969 e il 1973 dalla (allora) giovane generazione dei biologi italiani: quasi tutti i maggiori biologi italiani hanno fatto un’esperienza più o meno lunga a Cuba, molti degli allievi cubani hanno poi usufruito di stage di specializzazione in Italia; qualche cubano, come il più importante immunologo/biotecnologo attuale, Augustín Lage, si è specializzato a Parigi. Insomma, le collaborazioni con scienziati di paesi capitalisti sono state decisive: così è stata formata la generazione dei genetisti cubani.
Alla fine degli anni ‘70 si diffuse nel campo medico mondiale l’idea che l’interferone, scoperto nel 1957, fosse un potente rimedio per una serie di malattie, fra le quali il cancro. A Cuba come si è detto, raggiunto un profilo sanitario della popolazione simile ai paesi più sviluppati, i tumori erano divenuti un problema prioritario da affrontare. I medici cubani ebbero il pieno appoggio di Fidel Castro in persona nel reperire i contatti medici decisivi per potere produrre l’interferone umano a Cuba. Nel novembre 1980 sei medici statunitensi visitarono Cuba per documentarsi sulla sua situazione e offrire aiuto. Di questi faceva parte Randolph Lee Clark (1906-1994), direttore dell’Ospedale Oncologico “MD Anderson” di Houston. Fidel volle incontrarli e chiese a Clark quale fosse in quel momento il principale progresso per curare il cancro: egli gli parlò dell’interferone. Fidel gli chiese di ricevere nel suo ospedale due medici cubani per documentarsi, e a metà gennaio 1981 (le date in questa storia sono significative) questi si recarono all’ospedale di Huston, dove appresero che il finlandese Kari Cantell ad Helsinki aveva realizzato un processo per produrre quantità utili di interferone dalle cellule sanguigne umane, e non l’aveva brevettata per consentire a chiunque di acquisirla. Al loro rientro a Cuba Fidel decise di chiedere ufficialmente a Cantell di potere inviare nel suo laboratorio sei medici cubani per apprendere la sua tecnica. I medici cubani partirono il 28 marzo 1981 e giunsero dopo 24 ore di volo in una Helsinki gelida e coperta di neve: il lunedì 30 marzo alle 8 del mattino erano al laboratorio di Cantell, il quale era molto scettico sul fatto che essi fossero in grado di riprodurre la tecnica a Cuba. I sei medici cubani studiarono accuratamente la sua tecnica e il 10 aprile rientrarono Cuba. Qui Fidel fornì una villa nella parte occidentale dell’Avana che fu equipaggiata come laboratorio, e in soli tre mesi, con grande stupore di Cantell, riprodussero il processo a Cuba, ottennero interferone umano e stabilizzarono la sua produzione (da gennaio erano trascorsi appena sei mesi). Ma l’approccio sanitario cubano si distinse immediatamente, meravigliando profondamente lo stesso Cantell: nel frattempo infatti era scoppiata a Cuba una grave epidemia di dengue (furono colpiti 340.000 cubani, con più di 10.000 nuovi casi giornalieri diagnosticati al picco dell’epidemia; Cuba ha sempre sospettato la CIA di avere introdotto il virus). Il ministro cubano di Salud Publica autorizzò immediatamente l’utilizzo dell’interferone: la mortalità declinò, fu il primo intervento massiccio al mondo di terapia antivirale effettuato con l’interferone. Questo nesso diretto tra la ricerca di nuovi farmaci, i test clinici e le applicazioni è rimasta una caratteristica peculiare del sistema biomedico cubano.
Cuba entrava in un nuovo sistema tecnico-industriale, la biotecnologia, proprio nel momento in cui esso nasceva a livello mondiale[8]: ma questo è solo un paragone formale, che dice poco sugli aspetti peculiari dell’approccio cubano, delle sue finalità e del suo successo. Con i successi nella produzione e nell’uso dell’interferone sorse la necessità di produrlo in maggiori quantità per un suo uso generalizzato. Si decise di creare il Centro de Investigaciones Biológicas (CIB), che venne costruito in soli 6 mesi. La prima fase di purificazione dell’interferone fu affiancata da un progetto parallelo di clonare il gene dell’interferone per produrlo in forma ricombinante[9], un risultato che altri avevano conseguito. Anche in questo caso la svolta verso l’ingegneria genetica non fu ispirata a Cuba dalla logica di dominio dell’industria capitalistica, o dalla ricerca di risultati scientifici d’avanguardia, ma dal fatto che rispondeva ai bisogni del paese. Tra il 1982 e il 1986 le tecniche fondamentali dell’ingegneria genetica vennero assimilate al CIB, rafforzarono la confidenza dei cubani nelle biotecnologie, e generarono le innovazioni originali.
Tra il 1982 e il 1984 avvenne un grande balzo che evidenzia ulteriormente l’originalità dell’approccio e delle finalità di Cuba. Nel 1981 l’Organizzazione per lo Sviluppo Industriale delle Nazioni Unite (UNIDO) indisse un concorso per un centro internazionale per promuovere la ricerca e lo sviluppo in biotecnologia nel Terzo Mondo. Era una grande occasione, Cuba fece domanda oltre a più di 15 paesi. Ma quando si doveva prendere la decisione finale, gli scienziati cubani si resero conto che le necessità del paese non sarebbero mai state raggiunte in un contesto progettato e diretto dalle nazioni industriali. Di conseguenza, nel 1983 venne presa la decisione di costruire autonomamente una propria nuova istituzione dedicata allo sviluppo e alle applicazioni dell’ingegneria genetica. Il nuovo Centro de Ingeniería Genética y Biotecnología (CIGB) venne inaugurato nel 1986: era la più grande e complessa installazione scientifica mai realizzata a Cuba, interamente progettata e costruita dai cubani ispirandosi alle più importanti esperienze internazionali. Con un costo di costruzione di 25-26 milioni di dollari (negli Stati Uniti sarebbe potuto costare 10 volte di più) ed un ulteriore investimento di circa 100 milioni per equipaggiarlo con le attrezzature più avanzate per la ricerca in ingegneria genetica, il CGIB divenne il più grande centro scientifico di Cuba: un’impresa di basso costo e con rese molto alte. Il CGIB assunse l’esplicita responsabilità di contribuire allo sviluppo socio-economico del paese, concentrò centinaia di ricercatori e venne suddiviso in piccoli gruppi che coprivano praticamente tutte le tematiche di ricerca del settore, dalla salute umana, alla produzione agricola ed acquatica, l’ambiente e lo sviluppo. Le attività del CGIB andavano dalla produzione di proteine ed ormoni, allo sviluppo di vaccini e di prodotti farmaceutici, all’ingegneria genetica dei microrganismi e delle cellule animali e vegetali, alla produzione di enzimi, fino allo sviluppo e la produzione di apparati diagnostici.
Alla fine degli anni Ottanta il sistema biomedico cubano fece un altro balzo decisivo: nel 1991 tutti i centri creati attorno al CGIB vennero raggruppati nel Polo Científico del Oeste, che oltre al CGIB raccoglie l’Instituto de Medicina Tropical “Pedro Kourí” (IPK), il Centro Nacional de Producción de Animales de Laboratorio (CENPLAB, 1982), il Centro de Inmunoensayo (1987, Centro di Immunologia), il Centro Químico-Farmacéutico (CQF, 1989), il Centro de Neurociencias de Cuba (CNC, 1990), l’Instituto Finlay (1991), il Centro de Inmunología Molecular (CIM, 1994), il Centro de Biopreparados (1997, Centro di Biofarmaci). I centri raggruppati nel Polo Scientifico sono strettamente interconnessi, il loro stile di lavoro e le loro motivazioni hanno promosso una cultura scientifica e forme di attività originali, con legami innovativi tra la ricerca orientata verso obiettivi concreti e la ricerca di base, “una specie particolare di spazio epistemico”, di “creazione di innovazione”, una peculiare sinergia ed “epistemologia pratica”. La particolare forma di integrazione e di obiettivi assunti dalla biotecnologia cubana le consentì di ottenere risultati di grande rilievo a livello mondiale senza la necessità degli ingenti investimenti della biologia dei paesi capitalisti.
Nel 1989 vi erano a Cuba complessivamente 41.784 ricercatori (uno ogni 251,3 abitanti, le percentuale di gran lunga più alta in tutta l’America Latina), dei quali 120 avevano un dottorato di ricerca e 2.192 erano candidati per conseguirlo.

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Il 26 aprile 1986 esplose il quarto reattore della centrale nucleare di Chernobyl. La catastrofe contaminò un’area di circa 140.000 chilometri quadrati in cui vivevano circa 7 milioni di cittadini sovietici, provocando un’ondata di radiazioni che coinvolsero parti di tre repubbliche dell’URSS: Ucraina, Russia e Bielorussia. Nel febbraio 1990, il Comitato Centrale del Komsomol (Unione giovanile comunista) dell’Ucraina presentò una richiesta di assistenza internazionale ai minori vittime di Chernobyl. Nel giro di pochi giorni il Governo cubano rispose, ed inviò i tre migliori specialisti nelle patologie più frequenti nell’infanzia in Ucraina per ispezionare i villaggi contaminati dalle radiazioni. Già il 29 marzo i primi due velivoli con 139 bambini malati di leucemia atterrarono all’aeroporto de L’Avana.

Dopo aver ricevuto il primo gruppo di bambini, Fidel Castro annunciò che il suo paese avrebbe ricevuto 10.000 pazienti dall’Unione Sovietica. Quando arrivarono i primi voli i bambini furono portati in due ospedali pediatrici a L’Avana ma Fidel si rese conto che essi erano insufficienti e diede vita a un nuovo progetto: il villaggio turistico di Tararà, 11 km quadrati con 850 metri di spiaggia, circa 15 km dalla capitale, costruito negli anni della dittatura di Batista fu ristrutturato da brigate di lavoratori volontari.

I piccoli pazienti furono suddivisi in 4 gruppi a seconda della gravità della loro condizione. Furono inoltre inviati psicologi e medici ucraini, che facilitavano la comunicazione con gli ammalati: il programma di riabilitazione psicologica comprendeva escursioni e attività culturali e lavoratori impiegati per fare dolci ai bambini e dare loro una torta per i loro compleanni.

Fin dall’inizio del programma Cuba ha proposto di fornire servizi medici gratuitamente, chiedendo solo all’URSS di pagare per il trasporto dei bambini. Quella politica non è cambiata nemmeno negli anni più difficili dopo il crollo del blocco sovietico quando l’isola viveva una gravissima crisi economica: l’Avana ha sostenuto la schiacciante parte delle spese. Fra il 1990 e il 2011 negli ospedali pediatrici di Cuba furono trattati, quasi totalmente gratis, 25.000 ragazzi vittime delle radiazioni in Ucraina, Russia e Bielorussia, la maggior parte affetti da cancro, deformazioni, atrofia muscolare, problemi dermatologici e allo stomaco. In gran parte con alti livelli di stress postraumatico per aver sperimentato gli orrori di un’aggressione nucleare. Secondo le stime, fino al 2009 l’isola ha speso 350 milioni di dollari solo per le medicine. Il programma è stato completato nel 2016. Cuba è stato l’unico paese che ha fornito assistenza gratuita e massiccia alle vittime della catastrofe di Chernobyl. Naturalmente furono molte le iniziative benefiche in molti paesi.

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