L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 28 luglio 2020

ALCUNE CONSIDERAZIONI SUL MEDITERRANEO


27/07/20 

Il Mediterraneo ha sempre rappresentato, per l’Italia, la principale direttrice di attenzione politica, ancor più oggi, che quest’area è sede di fermenti politici e sociali di rilevante importanza. Si tratta, infatti, di “…un sistema molto complesso per geografia, clima, cultura e storia. Un mare abbastanza grande per ospitare popoli diversi con interessi diversi, ma ancora sufficientemente piccolo perché tutti gli avvenimenti finiscano, alla fine, per influenzarsi a vicenda, sommarsi e produrre delle conseguenze di carattere universale…”1. Esso riveste, quindi, un ruolo ancora insostituibile perché è sede di una fittissima rete di relazioni e di numerosi interessi strategici, economici e politici, che vanno ben oltre i suoi confini geografici.

Non va tuttavia sottaciuto che quest’area, di nostro diretto interesse, rappresenta ancora oggi una delle regioni dove è più forte la conflittualità, a causa di situazioni che affondano le radici in nodi politici da troppo tempo irrisolti, sui quali oltretutto, si sono innestati fatti di terrorismo. E questa conflittualità cresce allorquando si parla di sfruttamento delle risorse marine, che riguardino indifferentemente l’estrazione di idrocarburi o la pesca. Stiamo, infatti, attraversando un periodo nel quale la ricerca di risorse rende molti Stati smaniosi di crearsi uno spazio vitale sempre più ampio, spesso con azioni che sfruttano una lettura prepotente e muscolare delle norme internazionali. Il campo principale sul quale tali azioni si manifestano è il mare, appunto, particolarmente ora che la tecnologia può permettere di raggiungere le sue risorse più intime e nascoste. Da sempre fondamentale come via di comunicazione, il Mediterraneo è area indispensabile per il trasporto delle persone, delle merci e delle materie prime, non soltanto perché offre rotte più brevi e, quindi, più economiche, ma anche perché tali rotte sono relativamente più sicure. Ciò nonostante, da autostrada delle merci e fornitore di cibo, il “mare nostrum” è ora diventato teatro di nuovi, ma vecchi, motivi di contenzioso internazionale.

La pacifica convivenza in un’area comune, infatti, presuppone comuni e bilanciati obiettivi di sviluppo e di progresso, senza i quali non rimane altro che l’antagonismo, la contrapposizione e la lotta. E questo sembra purtroppo essere il motivo conduttore dell’attuale fase storica, caratterizzata appunto da dure contrapposizioni e prepotenti interpretazioni del diritto internazionale.


In tale abito si evidenzia la particolare aggressiva azione della Turchia, molto attiva sia sotto il profilo militare che politico, un attivismo che rischia di sconvolgere (e in parte lo sta già facendo) gravemente gli equilibri nel bacino. Come non ricordare la decisa presa di posizione di Ankara nel conflitto siriano, con l’intervento oltre confine delle sue truppe, intervento che sembra abbia anche permesso la liberazione di numerosi jihadisti catturati dai curdi e custoditi nei campi di detenzione.

Sempre la Turchia nel conflitto in Libia ha, inoltre, preso risolutamente le parti di Fayez al-Sarraj, impiegando truppe e armamenti sul territorio libico a sostegno del Governo di Accordo Nazionale (GNA). La fornitura di armamenti ai libici del GNA, nonostante l’embargo disposto nel 2011 dalle Nazioni Unite, e il continuo atteggiamento provocatorio ultimamente manifestato dalle navi da guerra turche rischia di causare pericolose frizioni con le navi militari occidentali assegnate all’Operazione Eunavfor Med “Irini” (in greco significa “pace”), avviata nello scorso aprile dall’Unione Europea per far rispettare le disposizioni dell’ONU o con altre operazioni di sorveglianza marittima attive nel Mediterraneo. Come, per esempio, l’evento di pericolo registrato lo scorso 10 giugno nel corso dell’operazione NATO di sorveglianza marittima “Sea Guardian” (che dal novembre 2016 ha sostituito la NATO “Active Endeavour”) il quale, per fortuna, non è stato seguito da azioni più concrete. È stato tuttavia tale da suggerire alla Francia di sospendere temporaneamente la propria partecipazione all’operazione, per protesta contro il puntamento di radar del tiro di una nave militare turca contro un’unità militare francese (formalmente alleate NATO). Un’azione provocatoria ed estremamente aggressiva che ha causato, appunto, il ritiro temporaneo francese dall’operazione a partire dal 1 luglio, ma che avrebbe potuto innescare reazioni e controreazioni ben più gravi.

La questione è stata esaminata anche nel corso dell’ultima ministeriale difesa NATO, al termine della quale il Segretario Generale ha comunicato che le Autorità militari alleate sono state incaricate di approfondire la faccenda.

Il sostegno alla Libia di al-Sarraj ha peraltro permesso ad Ankara di sottoscrivere il 27 novembre 2019 due accordi bilaterali con Tripoli, uno che formalizza la cooperazione militare e uno riguardante la delimitazione dei confini delle rispettive Zone Economiche Esclusive (ZEE) marittime. In particolare, la ZEE turca interessa una vasta porzione delle acque territoriali greche, a confermare l’aggressivo disegno di espansione turca nel Mediterraneo orientale. L’accordo sulle ZEE, in particolare, ha enormi implicazioni economiche, essendo il Mar del Levante denso di giganteschi giacimenti di gas (tra gli altri, Leviathan di 450 miliardi di m3, Zohr di 850 miliardi di m3, Noor stimato il triplo di Zohr) e l’area rivendicata da Ankara sarebbe un passaggio obbligato per eventuali futuri gasdotti diretti verso l’Italia o l’Europa. Un accordo che è considerato illegale sia da parte dell’Unione Europea che da parte degli Stati Uniti e che non ha mancato di far sollevare dubbi e perplessità di ordine giuridico ed economico da parte di molti altri paesi rivieraschi, innescando ulteriori motivi di attrito.


Sulla base di tale accordo, in questi giorni Ankara ha avviato operazioni di ricerca di petrolio e gas naturale al largo di Kastellorizo, isola greca a soli tre chilometri dalle coste turche, che dovrebbe durare fino al 2 agosto. L’iniziativa, cui starebbero partecipando ben 17 navi militari più la nave per ricerche idrografiche Oruç Reis (foto), ha fatto sollevare dure proteste formali da parte di Atene, cui è seguita la decisa risposta turca secondo la quale le rivendicazioni greche sono contrarie al diritto internazionale, causando il conseguente invio di navi militari greche nell’Egeo meridionale e sud-orientale. Una dura diatriba più che decennale, quella tra i due paesi della NATO, sui diritti di sfruttamento delle risorse naturali delle acque dell’Egeo che ora, per effetto della dichiarazione unilaterale della ZEE turca, vede aggiungersi un ulteriore grave motivo di attrito, tra il crescente imbarazzo di Bruxelles che cerca di dirimere i contrasti, gravi al punto che, come riportano alcune agenzie, le Forze Armate elleniche sono state mobilitate ed è stato elevato lo stato di allerta di numerosi reparti. Ankara, infatti, ritiene di avere dei diritti sull'area a sud di Kastellorizo come parte della sua piattaforma continentale, mentre Atene lo ha sempre negato con forza, denunciando una violazione delle sue acque territoriali. L’avviso di restrizione della navigazione nella zona (Navtex) lanciato dalla Turchia per le ricerche, quindi, è visto come una grave minaccia alla sovranità nazionale greca su quel tratto di mare, ma non solo. Un braccio di ferro che è potenzialmente esplosivo e che può seriamente mettere uno contro l’altro due paesi formalmente ancora alleati.

E, visto che si parla di risorse marine come non ricordare, ancora, il lungo braccio di ferro tra la Turchia e l’ENI per i diritti di estrazione al largo della costa sudorientale di Cipro dove Ankara, con una mossa intimidatoria e senza fondamento giuridico, ha impedito nel 2018 le trivellazioni, regolarmente autorizzate da Nicosia, da parte della nave Saipem 12000. In quel caso la volontà politica turca si è espressa facendo navigare le proprie navi militari nelle acque assegnate all’ENI, impedendogli di svolgere le proprie operazioni e costringendola a rinunciare alla ricerca di idrocarburi in quell’area.


A questi gravi motivi di contenzioso tra i paesi rivieraschi si aggiunge poi la proclamazione di una zona economica esclusiva di ben 400 miglia da parte dell’Algeria che, in un mare piccolo come il Mediterraneo, significa essersi assegnata il diritto di uso delle risorse marine fino al limite delle acque territoriali spagnole (Ibiza) e italiane (Sardegna), contravvenendo all’articolo 74 della convenzione ONU sul diritto del mare. Le Autorità algerine si sono dichiarate disponibili a ridiscuterne con l’Italia, ma il fatto resta, come resta la certezza che sarebbe stato meglio avviare le consultazioni prima di quell’atto unilaterale.

Allargando gli orizzonti, un’altra area di nostro interesse strategico è rappresentata dal Corno d’Africa e da ciò che succede sia sul mare, dove lo Stretto di Bab-el-Mandeb rappresenta un importantissimo punto di transito delle navi mercantili verso il Mar Rosso, il canale di Suez e il Mediterraneo, sia su terra, dove i motivi di conflitto tra i Paesi dell’area affondano le radici in antiche diatribe e in nuovi motivi di contrapposizione. Uno di questi è l’acqua, bene essenziale per la vita e per le attività dell’area. Nel 2011, per esempio, il governo etiope ha iniziato la costruzione di una gigantesca diga sul Nilo azzurro.

La Grand Renaissance Dam (foto), la cui costruzione è stata affidata alla ditta italiana Salini-Impregilo, una volta ultimata azionerà la centrale idroelettrica più grande di tutta l’Africa, garantendo l’indipendenza energetica del paese e un ulteriore guadagno tramite la vendita del surplus. È, quindi, evidente l’importanza che l’Etiopia assegna alla monumentale opera situata a circa 15 chilometri dal confine sudanese. L’acqua proveniente dagli altopiani etiopi lungo il corso del Nilo azzurro assicura circa l’80 per cento della portata media del Nilo che, nei mesi estivi, diventa quasi la totalità dell’acqua che scorre fino all’estuario situato, come noto, sulle coste mediterranee dell’Egitto.


Si tratta quindi di un’opera imponente che, toccando beni primari, ha innescato polemiche e dubbi politici, economici e ambientali. I frequenti reclami, al momento ancora circoscritti agli ambiti politici e diplomatici, rischiano però di accendere la miccia che potrebbe causare contrasti ben più infuocati. In questo periodo, infatti, con la costruzione della diga ormai giunta a circa tre quarti, si sta pianificando il progressivo riempimento dell’invaso, che avrà una capacità finale di ben 74 miliardi di litri d’acqua. Ciò significa che l’acqua occorrente per l’operazione verrà sottratta dal normale flusso del fiume, causando una significativa diminuzione della fruibilità da parte dei Paesi africani a valle della diga, più precisamente Sudan ed Egitto. Una diminuzione che si va ad aggiungere all’impoverimento idrico già in atto da tempo e dipendente sia dagli ingenti prelievi per uso agricolo, urbano e industriale, sia da una diminuzione complessiva della piovosità registrata negli ultimi anni in quel bacino, che fornisce acqua a oltre cento milioni di abitanti, tutti dipendenti più o meno direttamente dal Nilo. Il Cairo, nel ritenere che un riempimento condotto rapidamente potrebbe causare un’insufficiente portata durante i mesi estivi e una conseguente gravissima emergenza idrica, economica e sociale alle popolazioni, chiede con forza che il riempimento avvenga molto lentamente e che interessi un periodo di non meno di undici anni, meglio se quindici. L’Etiopia, invece, avendo la necessità di iniziare la produzione idroelettrica quanto prima possibile, si sta organizzando affinché il riempimento del bacino avvenga in un periodo sensibilmente inferiore, tra i quattro e i sette anni.

La questione ha intuibili importanti implicazioni di sicurezza nazionale per l’Egitto, paese essenziale per il mantenimento degli equilibri regionali nel Mediterraneo, in nord-Africa e nel Vicino Oriente, tant’è che, in assenza di una presa di posizione da parte dell’Unione Africana, a sostegno de Il Cairo sono scesi in campo sia gli Stati Uniti che la Cina, quest’ultima anche in un’ottica di un progressivo aumento della propria influenza in Africa orientale. L’intransigenza di Addis Abeba rischia però di trascinare l’intera regione in una disputa dagli esiti imprevedibili, che ha già visto il presidente al-Sisi indirizzare una decisa lettera al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, con la quale afferma che è pronto a difendere con ogni mezzo le ragioni dell’Egitto. Una lettera che potrebbe rappresentare un primo passo sulla strada di eventuali azioni muscolari. Da parte sua il capo di stato maggiore etiope ha risposto schierando esercito e batterie missilistiche a difesa dell’opera. Tutto ciò ci preoccupa e ci interessa, perché avviene in una parte del mondo già afflitta da enormi problemi politici, economici e sociali, che non ha alcun bisogno di ulteriori tensioni, che rischiano di innescare nella regione una guerra dell’acqua che avrebbe inevitabili ripercussioni politiche ed economiche anche sui paesi del Mediterraneo.


Tornando alle acque di casa, l’Egitto è impegnato anche nel contrasto dell’aggressiva politica espansionistica turca. In quest’ottica Il Cairo ha offerto una sponda diplomatica ad Atene sulla questione delle ricerche petrolifere in corso nelle acque di Kastellorizo, forte della sua influenza sul mondo arabo-islamico, all’interno del quale l’Egitto ha saputo ritagliarsi un ruolo di mediatore credibile, pur mantenendo una politica abbastanza intransigente per quanto attiene agli interessi nazionali. Un mondo arabo-islamico il cui supporto è invece indispensabile alla Turchia per non rimanere isolata e poter perseguire con successo la politica espansionistica neo-ottomana che caratterizza questo suo periodo storico. In tale quadro si inserisce la recentissima decisione turca di riconvertire Santa Sofia in moschea, una scelta altamente simbolica e dall’elevato significato geopolitico. Tuttavia, il tentativo di Erdoğan di compattare tutto il mondo arabo-islamico attorno a tale decisione non sembra aver avuto l’effetto sperato. Questo si è, infatti, diviso tra sostenitori (catalizzati attorno a Qatar, Libia e Iran) e denigratori del provvedimento (raccolti attorno a Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti), evidenziando una volta di più il blocco regionale di riferimento e la spaccatura esistente tra paesi filo-islamisti e quelli ostili all’Islàm politico. La provocazione, inoltre, ha rinvigorito gli inviti a liberare la Moschea di al-Aqsa (a Gerusalemme) dalle mani degli usurpatori sionisti e rischia di ravvivare il già noto devastante fuoco politico-religioso in Israele.

Sul fronte terrestre al-Sisi ha inoltre recentemente minacciato un intervento armato di ampio respiro in Libia, a sostegno del Generale Haftar, qualora le truppe di al-Sarraj, sostenute da Erdoğan, dovessero spingersi oltre Sirte.


Come si comprende da questi esempi, ma è così da più di duemila anni, attorno al Mediterraneo gravitano interessi nazionali fondamentali. Che lo si voglia riconoscere o meno, la globalizzazione ha moltiplicato il volume degli scambi commerciali internazionali, che si svolgono prevalentemente via mare. È per tale motivo che il secolo che stiamo attraversando è stato definito come il blue century. Una qualunque crisi o conflitto in quest’area strategicamente fondamentale rischia, quindi, di avere pesanti ripercussioni sulla libertà di navigazione e sulla sicurezza marittima, con importanti implicazioni sulle economie dei paesi rivieraschi, già messe a dura prova dalla pandemia correlata al Covid-19.

Gli allineamenti nell’ampio scacchiere del Mediterraneo e del Mediterraneo allargato stanno, infatti, cambiando con una rapidità che non ha precedenti nella storia recente e con capovolgimenti di fronte che non fanno presagire il raggiungimento di una credibile stabilità in tempi brevi. I fatti sono numerosi e di vasta portata. Il fallito colpo di stato in Turchia del luglio 2016 ha riavvicinato Ankara a Teheran e a Mosca, ha accelerato lo sfaldamento del kemalismo, evidenziando le fragilità del paese anatolico e consegnando la supremazia assoluta nella leadership interna a un Erdoğan che ha dato il via a una politica estera assertiva come mai successo nella storia turca degli ultimi cento anni. Tutto ciò ha fatto definitamente naufragare anche i negoziati per l’adesione turca all’Unione Europea, formalmente iniziati il 3 ottobre 2005 ma mai realmente decollati nella sostanza, interrompendo il progressivo e costante processo di avvicinamento turco all’Europa, iniziato nel 1923, con la nascita della Turchia repubblicana. Un processo che aveva portato quella giovane Repubblica ad adottare il codice civile svizzero, commerciale tedesco e penale italiano, ad accogliere il calendario gregoriano e l’alfabeto latino, a trasferire il giorno di riposo settimanale dal venerdì alla domenica e a riconoscere alle donne il diritto di voto attivo e passivo (nel 1934, dieci anni prima che in Francia).

Al contempo il nord-africa e il Vicino Oriente, in cui erano state attenuate (ma erano lungi dall’essere risolte) alcune asperità tra palestinesi e Israele e ridotto il ruolo mediterraneo dell’autoproclamato Stato Islamico, che si è spostato nell’Africa sub-sahariana, vedono contrapporsi nel deserto libico due avversari privi di scrupoli, in una lotta al momento in punta di fioretto, ma che rischia di proseguire a sciabolate, con il pericolo di coinvolgere nello scontro molti altri attori.


E così, mentre l’Italia vive una complessa stagione politica alla ricerca di nuovi equilibri europei, in un contesto profondamente segnato dalla crisi correlata alla pandemia da Covid-19 e dalle ripercussioni di avvenimenti internazionali, che hanno ulteriormente compromesso la stabilità della regione del Mediterraneo allargato, nella quale siamo profondamente inseriti, la diplomazia sta cercando di far recuperare al nostro Paese il ruolo internazionale e mediterraneo che le spetta.

Tuttavia, accanto alle iniziative diplomatiche appare indispensabile l’applicazione di una politica estera che si avvalga anche di una credibile diplomazia navale, messa in atto da una flotta efficiente e operativamente capace di tutelare gli interessi nazionali sul mare, principalmente in punta di diritto, ma anche essendo pronta a mostrare i muscoli, se indispensabile. È importante essere consapevoli che la politica estera è innanzitutto un esercizio di relazione, sia all’interno del contesto valoriale al quale, per storia, cultura e scelte di posizionamento, ciascun Paese sente di appartenere, sia nei rapporti con realtà spesso portatrici di valori propri e non necessariamente coincidenti. In sostanza, in un quadro di preoccupante deterioramento della situazione internazionale, che vede l’emergere di circostanze e di comportamenti che indeboliscono quelli che sinora eravamo abituati a considerare degli stabili ancoraggi della nostra politica internazionale, è necessaria maggiore iniziativa e maggiore energia nel tessere alleanze e nel calcare il palcoscenico geopolitico mondiale, adottando le strategie politiche più adeguate per la promozione degli interessi nazionali e la loro difesa in un ambiente in continua evoluzione.

La strada per raggiungere un credibile equilibrio nel Mediterraneo non può, infine, prescindere dal coinvolgimento degli Stati Uniti, alleati e amici il cui supporto ci è indispensabile ma la cui attenzione è al momento rivolta prevalentemente all’Oceano Pacifico e alla Cina, e della Russia, paese con il quale abbiamo relazioni amichevoli ma, soprattutto, per i suoi stretti rapporti (anche di fornitura di armamenti) con la Turchia, misurando così la reale volontà delle due potenze di contribuire a una stabilizzazione condivisa del Mediterraneo, corrispondente a un primario interesse nazionale dell'Italia.

c.v. pil (ris) Renato Scarfi

1 Francesco Sisto, La battaglia di Abukir (1798) e il ruolo strategico del Mediterraneo – Difesa Online 26 maggio 2020

Foto: Türk Silahlı Kuvvetleri / Vessel Finder / Webuild / U.S. Navy / presidenza del consiglio dei ministri

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