L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 28 luglio 2020

Aumentare i salari minimi per uscire fuori dalla crisi. Agire sul fronte della domanda

Come favorire la ripresa economica in Russia a seguito dell’emergenza Covid

-27 Luglio 2020


Lo scorso 12 giugno si è svolto on line il primo Forum aperto Italo-Russo promosso dal Dipartimento Banche e Finanza dell’Accademia russa Ranepa, realizzato in collaborazione con l’Istituto Eurispes e il Consiglio di coordinamento Italo-Russo per l’etica dell’imprenditorialità. In questo contesto, il Prof. Abel Aganbegyan, della cattedra di Teoria e Politica economica dell’Accademia delle Scienze Russa, già Presidente della Banca Centrale di Russia, si è soffermato sull’analisi dell’attuale situazione economica russa e sul modo in cui la crisi generata dal Covid-19 possa creare le condizioni per una ripresa offrendo la possibilità di risollevarsi da una stagnazione economica che dura ormai da diversi anni.

La Russia, con quasi 740.000 casi accertati di Covid è stato uno dei paesi più colpiti dall’epidemia. La crisi economica, dovuta alla chiusura delle attività produttive, è stata acuita dal crollo dei prezzi del petrolio e del gas. La riduzione della domanda a livello mondiale, i timori sulle capacità di stoccaggio prossime al limite e il mancato accordo con l’Arabia Saudita sulle quote di produzione – dovuto alla volontà di colpire i produttori di shale oil americano – sono gli elementi che hanno maggiormente contribuito a spingere il prezzo del greggio ai minimi storici. La Russia, in cui le vendite di petrolio rappresentano la metà delle entrate fiscali dello Stato, per mantenere il pareggio di bilancio ha bisogno di un prezzo medio per il petrolio pari a 40-50 dollari al barile; attualmente l’Ural – il greggio di riferimento russo – vale appena 22 dollari al barile. Il crollo dei prezzi di gas e petrolio (fatto registrare lo scorso aprile), sommato alla crisi di produzione avrebbe, secondo il Prof. Aganbegyan, il potenziale per far scivolare il Paese in una profonda crisi sociale, finanziaria ed economica. In questo contesto è stato stimato in cinque milioni l’aumento del numero di persone che in Russia si ritroveranno a vivere al di sotto della soglia di povertà in seguito alla crisi scaturita dall’epidemia di Coronavirus.

L’economia russa – prima della pandemia da Covid-19 – viveva da anni in una condizione di sostanziale stagnazione a causa di una serie di elementi tra i quali possono essere citati: la svalutazione del rublo, la fuga di capitali all’estero, l’invecchiamento e l’usura dei macchinari, l’aumento dell’età media della popolazione (dovuto ad una costante diminuzione della natalità e la riduzione degli investimenti in capitale umano). Questi aspetti, secondo il Prof. Aganbegyan, costituiscono un elemento strutturale di debolezza per l’economia russa e vanno assolutamente affrontati per permettere al Paese di superare l’attuale crisi economica. Parlando dell’uscita dalla crisi, e del prevedibile effetto rimbalzo che si avrà nel momento in cui ripartirà la produzione industriale, il Professore mette in luce come per la Russia sia necessario mettere in atto investimenti in grado di generare una crescita del Pil di almeno il 4%. Se l’effetto rimbalzo non dovesse arrivare a raggiungere una simile cifra – assestandosi al 2% come evidenziato dalla gran parte degli studi – l’economia del Paese rischierebbe di tornare ad una fase di stagnazione da cui sarebbe estremamente difficile uscire.

Per favorire la crescita del Pil ed evitare che l’economia russa entri in una lunga fase di stagnazione, secondo il Prof. Aganbegyan, risultano fondamentali gli investimenti in capitale umano. Tali investimenti negli ultimi anni hanno fatto registrare una contrazione del 10% e vedranno una riduzione di un ulteriore 10% nel 2020 come effetto della crisi economica. Questa tendenza, secondo il Professore, sarebbe estremamente pericolosa, poiché questo genere di investimenti, per il valore aggiunto che generano, sono tra i pochi elementi in grado di favorire una crescita economica virtuosa e stabile. Oltre ad invertire la tendenza fatta registrare negli ultimi anni sugli investimenti in capitale umano, lo Stato dovrà investire massicciamente in nuove tecnologie allo scopo di migliorare la capacità di utilizzo dei fattori produttivi. Per favorire la crescita e la conseguente uscita dalla stagnazione non ci si potrà, però, limitare a questo tipo di azioni: sarà fondamentale agire anche sul lato della domanda. Da qui la proposta di una riforma legislativa volta ad aumentare il salario minimo, che si pone come obiettivo quello di aumentare la capacità di spesa e, conseguentemente, il livello di consumi della popolazione.

Queste riforme andrebbero finanziate attingendo, per un terzo della cifra necessaria, alle riserve strategiche del Paese che, attualmente, ammontano a circa 450 miliardi di dollari in oro e valuta straniera. I rimanenti due terzi dei fondi andrebbero raccolti sul mercato attraverso una serie di prestiti a lungo termine a bassi tassi d’interesse.

La strategia che il Paese attuerà per uscire dalla crisi economica e sociale generata dal Covid-19 rappresenta, dunque, un’occasione unica per riformare il sistema economico russo attraverso investimenti in capitale umano e nuove tecnologie. Questi investimenti, resi possibili dal bassissimo livello di indebitamento dello Stato (attualmente il 13% del Pil) e da un oculato utilizzo delle riserve strategiche, avrebbero il potenziale necessario per generare un effetto moltiplicatore di lungo periodo. Mentre, nel breve periodo, la domanda dovrebbe essere stimolata da un aumento della capacità di spesa della popolazione attraverso un aumento del salario minimo. L’aumento del Pil, in questo contesto, sarebbe ulteriormente favorito dagli investimenti in ricerca e sviluppo per aumentare la competitività del sistema paese. Il combinato disposto di queste riforme, secondo il Prof. Aganbegyan, darebbe la possibilità di portare il Pil russo a superare quello giapponese da qui al 2050. 

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