L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 26 luglio 2020

Cacciari conferma il nucleo del pensiero di Agamben: l’uso della pandemia come occasione per decretare lo stato d’emergenza.

La “dittatura democratica” di Cacciari

di Nevio Gambula
16 luglio 2020

“In autunno la situazione sociale ed economica sarà drammatica con pericoli per l’ordine sociale. Per stare a galla, il governo dovrà coprirsi dietro il pericolo della pandemia e tenere le redini in qualche modo. Una dittatura democratica sarà inevitabile”

(Massimo Cacciari, ospite di Bianca Berlinguer a Carta Bianca, del 14 luglio 2020)

La dichiarazione di Cacciari è gravissima, ma ha il pregio di svelare il pensiero di una buona parte del ceto intellettuale. Sono altresì convinto che in essa si rispecchi un’ampia porzione di popolazione, magari spaventata dall’eventualità di un governo leghista; e che potrebbe riconoscersi in una forzatura delle regole democratiche per garantire al governo in carica la possibilità di continuare la propria azione.

Gli elementi discorsivi della dichiarazione sono facilmente individuabili.

La prima frase esplicita il contesto, sottintendendo il peggioramento della situazione economica e sociale a seguito della pandemia. Possiamo immaginare che Cacciari prefiguri uno scenario da “autunno caldo”, con una serie di categorie, quelle che subiscono maggiormente i contraccolpi della crisi (lavoratori, disoccupati, piccole partite Iva, ecc.), spinte in piazza per reclamare quanto la crisi stessa gli ha tolto o una maggiore equità sociale.

Per Cacciari, questa eventualità è tale da mettere a rischio la tenuta dell’ordine sociale e dunque va scongiurata.

Dalla seconda frase, invece, ne ricaviamo che per Cacciari il governo deve «tenere le redini» dell’ordine sociale e non esitare a usare l’argomento dell’emergenza sanitaria per farlo. È innegabile che lo stato d’emergenza pandemico abbia prodotto una forte limitazione delle libertà, sia di quelle personali che di quelle sociali (movimento, lavoro, riunione, ecc.). Possiamo affermare che il principio della libertà è stato limitato “per decreto” nel tempo breve del lockdown.

La dichiarazione di Cacciari lascia intendere la necessità di far diventare quelle limitazioni non più emergenziali, bensì “normali”, prorogandole nei tempi medio-lunghi della storia. Con la motivazione della pandemia, e con l’obiettivo di continuare con l’azione del governo e salvare così l’ordine costituito, il “distanziamento sociale” diviene la forma predominante delle relazioni umane.

Cacciari, di fatto, e magari involontariamente, conferma il nucleo del pensiero di Agamben: l’uso della pandemia come occasione per decretare lo stato d’emergenza.

Il seguito della dichiarazione, la terza frase, quella che contiene il terribile ossimoro finale, è raccapricciante.

La logica è molto semplice: per scongiurare la crisi dell’ordine sociale, il governo ha la necessità di ricorrere una «dittatura democratica», cioè a una forma delle relazioni che sospende alcuni diritti e alcune libertà costituzionali, ma che lo fa in nome della democrazia. Potremmo dire che, per Cacciari, la dittatura è un procedimento che serve per rendere salda la democrazia.

A ben pensarci, la dichiarazione di Cacciari non afferma niente di diverso da quanto affermato da Mussolini nella frase: «il fascismo è un metodo, non un fine; un’autocrazia sulla via della democrazia».

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