L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 26 luglio 2020

Con il Recovery Fund ha vinto ancora una volta il Vincolo Esterno.

Recovery Fund: un «successo» tutto politico dalla dubbia efficacia economica (di Alain Leroy)

Luigi Copertino 26 Luglio 2020 


Dalla ormai nota diretta tv di alcuni mesi fa del Presidente Conte e l’accordo del Consiglio Europeo di ieri, molto è cambiato.

In principio era la potenza di fuoco dei 750 mdl di Euro a fondo perduto orgogliosamente urlati ai quattro venti dal nostro Capo di Governo; poi Francia e Germania hanno abbassato il tiro a 500 mdl. Alla fine si è raggiunto il seguente accordo: 390 miliardi di sussidi a fondo perduto (312,5 per gli Stati membri e 77,5 per bilancio Ue) e 360 miliardi di prestiti. All’Italia sembrerebbero spettare sussidi a fondo perduto per 81,4 mld e prestiti per 127,4 Mld di Euro.

Preliminarmente, in commento a quanto sopra esposto, revisioni al ribasso a parte rispetto alle stime e ai proclami iniziali, non si può certo negare che l’accordo raggiunto sul Recovery Fund, nel “fare debito comune” per stanziare trasferimenti fiscali tra Paesi europei, rappresenti un traguardo che fino ad alcuni mesi fa sarebbe stato impensabile. Il merito, sia ben chiaro, non è di nessuno in particolare. L’emergenza attuale e ancor di più quella che si va profilando, hanno imposto, di fatto, questo esito.

In seconda battuta, tuttavia, occorre rilevare che per accedere a tali finanziamenti, siano essi a fondo perduto o prestiti, lo Stato interessato deve presentare un piano di riforme nei settori della sanità, dell’istruzione, del lavoro, delle pensioni e della pubblica amministrazione. Condizionalità che sembrerebbero addirittura più gravose rispetto a quelle del Mes. Per non parlare della governance, decisamente molto rigida, nel disporre il rispetto delle raccomandazioni del semestre europeo e nella previsione della clausola del “super freno di emergenza” che permette a un solo Paese membro di bloccare gli aiuti portando il caso al Consiglio europeo, che decide per consenso.

Forse non si poteva davvero fare di più. Va registrato, quantomeno, l’impegno di Francia e Germania nel non appoggiare questa volta i cosiddetti Paesi frugali (o avari) guidati dal premier olandese Mark Rutte. Eppure, conti alla mano ci troviamo di fronte a un risultato dal valore più politico che economico.

Ammesso e non concesso che l’Italia riesca a intercettare tramite i propri progetti di riforma tutti e gli 81,4 mld di Euro di sussidi del Recovery Fund, la cui erogazione avverrà comunque tra il 2021 ed il 2024, bisogna considerare come tali cifre rappresentino all’incirca l’1% del PIL annuo in quel quadriennio. Un dato che confrontato con quello di caduta dello stesso PIL prevista per l’anno in corso, pari al 12%, è più che sufficiente a ridimensionare immediatamente gli entusiasmi.
Senza considerare, inoltre, che a partire dal 2026 e per i successivi 30 anni, per restituire i restanti miliardi di obbligazioni piazzate sul mercato, l’Unione europea chiederà maggiori contributi agli Stati membri o, piuttosto, (Euroimbecilandia) svilupperà una propria autonoma capacità impositiva, con nuove tasse sulla plastica, sulle emissioni, sul digitale, sul carbone.

Insomma, tirando le somme, dal bilancio del dare/avere per il nostro Paese, tra reale impatto economico dei fondi concessi e vincolo di destinazione degli stessi, sembra venir fuori un risultato decisamente meno roseo rispetto a quello prospettato e descritto dai media mainstream e dagli ambienti vicino al Governo.


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