L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 4 luglio 2020

E' guerra vera tra Francia e Germania - La prima non ha i conti in ordine, sono anni che costantemente sfora i paletti del 3%, la seconda non conteggia nel bilancio statale quelli locali facendo vedere le lucciole per lanterne. L'oggetto del contendere è il modo con cui il Progetto Criminale dell'Euro deve andare avanti con governicchi italiani che fin dagli anni '90 sono a mezzo servizio per fare gli Interessi Nazionali e a pieno servizio per fare gli interessi degli stranieri svendendo senza soluzione di continuità la nostra Nazione, l'identità, la cultura

SPY FINANZA/ L’ultima frattura nella Bce fa tremare l’Italia

Pubblicazione: 04.07.2020 - Mauro Bottarelli

La situazione dell’Italia rischia di peggiorare rapidamente se, come pare, il board della Bce alla prossima riunione non sarà compatto

Christine Lagarde, presidente della Bce (LaPresse)

Ora tutto torna. O, quantomeno, i contorni si fanno più nitidi. Pericolosamente nitidi. Si spiega l’affannarsi del Governo nel cercare una tregua e una quadra sull’ennesimo specchietto per le allodole del Decreto semplificazione, si spiega la precedente lettera di Nicola Zingaretti al Corriere della Sera per sollecitare l’attivazione del Mes, si spiega soprattutto l’aver chiamato – in fretta e furia, ancorché alla chetichella e senza troppi strombazzamenti mediatici – in servizio permanente ed effettivo Cassa depositi e prestiti con il compito di operare da rete di protezione dello spread durante i solitamente insidiosi mesi estivi. Ora le nuove criticità emerse sono due. Una peggio dell’altra.

La prima, formalmente, dovrebbe rappresentare una buona notizia, poiché – come mostra il grafico – “il Pmi composito dell’Eurozona a giugno è salito di circa 17 punti a giugno, il secondo balzo in avanti più forte degli ultimi 22 anni. Il miglioramento lascia prevedere che nel terzo trimestre il Pil dell’Eurozona riprenderà a crescere”. Ho volutamente utilizzato il testo dell’agenzia Ansa, almeno non si rischiano accuse di parzialità filo-tedesca. Insomma, spuntano i primi germi di ripresa nell’eurozona dopo l’inferno del lockdown.


C’è però un problema, sempre lo stesso e per il quale appare un po’ farsesco appellarsi come al solito alla cattiveria dei Paesi frugali, allo status di paradiso fiscale dell’Olanda o al rigore della Germania: l’Italia quei germogli di ripartenza li ha visti solo con il binocolo. E sapete perché? Perché nella fase prodromica alla risposta europea alla pandemia, quella per capirci tuttora in atto e con la sola Bce a recitare la parte del leone, i Paesi membri hanno agito ognuno per conto proprio, immettendo risorse nelle varie economie domestiche per tamponare i fall-out più gravi e urgenti. Lo ha fatto la Francia, lo ha fatto la Germania. Non lo ha fatto l’Italia. Perché al netto delle chiacchiere del Governo sulla potenza di fuoco della liquidità pronta per l’economia reale, la realtà ci parla di una pistola ad acqua. Oltretutto, mezza scarica. Sintomo che avere i conti in ordine, conta. Un po’ come una famiglia che, invece di spendere al di sopra delle proprie possibilità, ogni mese cerca di mettere via qualcosa, di risparmiare: quando arriva l’emergenza, si riesce a fargli fronte. Chi invece campa a debito o di credito al consumo, soccombe subito, al primo intoppo. E l’Italia, se ancora ci fosse stato bisogno di un’ulteriore riprova, non ha in cassa un euro che non si a deficit. Non a caso, la Cig non è ancora arrivata a tutti e il contributo agli autonomi si è fermato all’erogazione di marzo, per i più fortunati ad aprile.

Le richieste di finanziamento in banca? L’Abi spaccia come sintomo di salute migliore del previsto il fatto che le richieste delle imprese siano basse, quando tutti sappiamo che è solo frutto della disillusione di fronte all’idea di indebitarsi ulteriormente o alla farraginosità delle procedure per ottenere soldi che poi verrebbero bruciati in 24 ore solo per pagare le bollette arretrate del lockdown. Le tasse? Come si fa, nella realtà, a sospenderle per tutto l’anno come hanno fatto altrove in Europa, se in cassa non c’è nulla e le entrate fiscali sono esiziali per far andare avanti ancora la macchina dello Stato? Ovvero, per pagare gli stipendi statali e le pensioni ed evitare così il rischio di rivolte non domabili con la sola ripartenza del campionato di calcio. Signori, siamo a questo punto: possono indorarvi la pillola quanto vogliono, possono spacciarvi come grande successo e sintomo di credibilità creditizia le emissioni di debito e i collocamenti record dei Btp Italia, ma la realtà è che siamo ampiamente entrati nella fase della raschiatura del barile. Quel grafico parla chiaro, l’eurozona nella sua interezza riparte, se pur dall’abisso dei numeri assoluti della pandemia. L’Italia non solo arranca, ma è in totale stagnazione. Ferma. E con il peggio per l’economia reale che si paleserà da settembre in poi.

Ma cos’importa, c’è il bonus vacanze da godersi adesso! E quello monopattino! E l’implementazione di quella che all’epoca della sua introduzione sotto il governo Renzi veniva chiamata con disprezzo “mancetta” degli 80 euro! Signori, siamo ai titoli di coda, prendiamone atto, altro che fare i sofisti rispetto al Mes. Ed ecco la seconda criticità, direttamente legata alla realtà da good news is bad news per il nostro Paese.

Come vi ho ripetuto per giorni e giorni nelle scorse settimane, la Bundesbank ha detto chiaramente che il piano di acquisto titoli Pepp deve essere temporalmemte limitato e strettamente legato alla crisi da Covid. Due giorni dopo quelle asserzioni nette di Jens Weidmann alla FAZ, il primo dato preliminare sul PMI mostrava timidi segnali di ripresa. Parliamo di sole due settimane fa. Ieri, poi, la conferma. Con la Francia che addirittura risaliva, unica nell’eurozona, sopra la linea di demarcazione fra contrazione e crescita di quota 50. Ed ecco che, sempre ieri, Bloomberg pubblicava un articolo nel quale venivano confermati tutti i miei timori: all’interno della Bce sta crescendo sempre di più la spaccatura rispetto al programma Pepp, tanto da definire il prossimo meeting della Banca centrale – atteso fra due settimane – il primo vero banco di prova della leadership di Christine Lagarde. E il fatto che l’articolo fosse l’apertura della homepage, parla chiaro. Così come la descrizione del nodo della disputa: l’eccesso di deviazione nel principio di capital key a favore dell’Italia (rappresentato nel grafico sottostante) tale da configurare – in caso di un ulteriore miglioramento nelle condizioni economiche macro già nel terzo trimestre – un possibile rischio di finanziamento diretto di uno Stato membro.


Insomma, alla faccia di chi riteneva la sentenza della Corte di Karlsruhe poco più di una formalità, ecco che la Bundesbank alza già oggi pesanti paletti rispetto all’operatività del Pepp in base ai criteri attuali di deroga. Tradotto, potenza del firewall di difesa dello spread a rischio. In tempi molto più rapidi di quanto non si pensasse. Ecco spiegata, quindi, la fretta del Governo nell’azione di rianimazione minima dell’economia reale, i salti mortali per cercare di pagare più Cig possibili in chiave elettorale e, soprattutto, la mossa disperata di schierare Cassa depositi e prestiti al fianco della Bce (e delle nostre banche, già oggi stracariche di debito pubblico a livelli record) nel ruolo di secondo prestatore di ultima istanza del Tesoro.

La situazione è questa, punto. Poi si può continuare a vendere narrative ottimistiche, negare difficoltà strutturali che con il passare dei giorni diventano insormontabili, accampare soluzioni alternative come l’emissione di massa di nuovo debito, magari in forma perpetua. Perché signori, chi non sarebbe tentato fino all’ossessione dell’idea di detenere un bond irredimibile italiano che paga due lire rispetto al reale premio di rischio richiesto da un mercato non narcotizzato dal backstop della Bce? Oltre, ovviamente, a quel vero e proprio terno al Lotto rappresentato dall’indicizzazione a un’inflazione la cui aspettative sono praticamente a zero non si sa per quanto. Calcolando, poi, che i perpetual bonds sono di fatto equity e per nulla perpetui, perché prassi vuole che spesso e volentieri l’emittente – ottenuto il risultato massimo sperabile – stacchi la spina, paghi il dovuto e saluti tutti.

Quando cominciano a circolare articoli come quelli pubblicati ieri da Bloomberg, significa che la disputa interna alla Bce non è alla fase embrionale come descritta, bensì in piena maturazione, pronta a scoppiare. E alla faccia del presunto stigma del Mes, quanto pensate che ci metterà il mercato a prezzare il rischio dell’impasse in seno all’Eurotower sulle modalità di prosecuzione del Pepp, se davvero al board del 16 luglio qualcosa dovesse lasciare intendere un irrigidimento in tal senso della Bundesbank? E, grana ulteriore, con quale spirito ci si siederà al Vertice europeo del 18 e 19 luglio, quello che dovrebbe delineare operativamente tempi, destinazioni e cifre del Recovery Fund, se davvero l’Eurotower avesse appena mostrato plasticamente le prime crepe strutturali nella sua finora millantata coesione di intervento?

It escalates quickly, dicono gli anglosasssoni. E quello che stiamo per vivere come Paese ne rappresenta il tipico caso di scuola. Temo che fra poco, le battute sprezzanti da patriottismo cabarettistico con cui molti esponenti politici ed economisti colbertiani descrivono un’Italia dove si costruivano terme e acquedotti, mentre altrove si viveva ancora coperti da pelli di orso, finiranno finalmente per essere soppesate dal mitologico popolo in base al loro reale valore. Ovvero, idiozie.

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